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Gorillaz: The Apprentice
Sei anni di assenza, ma non hanno l'aria invecchiata

Specchio specchio delle mie brame, chi è il musicista più eclettico e autocompiaciuto del reame?

La recensione appropriata per l’album Humanz sarebbe: “Meh”. Perché, ecco, c’è sempre stata una quota elevatissima di compiacimento in tutta la carriera di Damon Albarn, e chiunque lo abbia seguito negli anni si è sempre compiaciuto che lui si compiacesse.

Senonché, spesso nelle sue tante manifestazioni di sé, Albarn si compiaceva che ci si compiacesse del suo compiacimento. E allora i fan, a loro volta… No, beh, arriviamo al punto: quando ha avuto voglia, il boss dei Blur ha raggiunto vertici compositivi eccelsi. Ma molto spesso, sia nei Blur della fase platinata, sia nell’intermittente album solista, sia nei progettosi Gorillaz, Damon ha approfittato del credito accumulato, indulgendo nella produzione di un po’ di crusca sonora confezionata con una patina di “coolness” ostentata e gratuita.

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Fatalmente, lungo i suoi ben venti episodi, Humanz abbonda di pastrugnetti snobmusicali abbastanza sciatti, travestiti da pulse contemporaneo. E nella versione deluxe (ventisei canzoni, per contenere ulteriori ospiti che, quasi come in un album di Elio & le Storie Tese, accorrono a presenziare per potersene poi compiacere… pure loro) le mezze idee, gli spunti che non diventano più che spuntini pesano ancora di più.

Ma in detta deluxe c’è anche una delle cose migliori del disco, il suo quinto singolo: un brano con Rag’n’Bone Man, Zebra Katz, Ray Blk (e la voce di Albarn confinata ai margini), che nel titolo contiene l’unico riferimento esplicito all’ispiratore occulto dell’album, Donald Trump, star briatorica del programma TV The Apprentice prima di diventare leader del mondo libero. La laconica tesi che il pezzo ribadisce più volte è: «I am a mirror. I am a broken screen». Beh, sì. Anche.

Gorillaz 

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