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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Blondie: Fun
Per "die young" è un po' tardi, ma a settantadue anni si può sempre "stay pretty"

Voler bene ai Blondie e a Debbie Harry è doveroso, ma significa incensare a priori qualsiasi loro nuova uscita? Non esattamente…

A maggio uscirà il nuovo album Pollinator, l’undicesimo. E non si può dire che questo assaggio susciti un’incontenibile smania di essere già a fine aprile. Prodotto dall’iperattivo John Congleton, il preferito da St. Vincent, parte come Barbra Streisand dei Duck Sauce, devia pericolosamente verso You’re My Heart, You’re My Soul dei Modern Talking, ma il ritmo sostenuto a plettrate suggerisce che forse l’idea era quella di infilarsi nella rétrodance di Get Lucky dei Daft Punk. Il testo lancia un guanto di sfida a qualche popstar con cinquant’anni meno di Debbie – a rivendicare che certe scemenze le sa cantare pure lei, se vuole (… e apparentemente lo vuole): «You know the problem with you / You’re too good to be true / You’re my heart / I can’t get enough / Time after time, you’re on time».

Che dire. Le si vuol bene, su questo non si discute. Ma per citare un altro gruppo che ha debuttato nel 1976: no fun.

Blondie 

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