Velvet Sundown: breve storia di una bufala, tra Spotify e AI
Cinquecentomila ascoltatori e tre album pubblicati in un mese, zero concerti, nessuna foto reale.

Gabe Farrow, Lennie West, Milo Rains e Orion "Rio" Del Mar. Quattro nomi che suonano familiari, quattro musicisti che secondo la loro biografia ufficiale creano «cinematic alt-pop e dreamy analog soul». Il problema? Non sono mai esistiti.
Dal punto di vista dei numeri, i Velvet Sundown meriterebbero di essere un caso di studio: in meno di quattro settimane hanno raggiunto oltre 500.000 ascoltatori mensili su Spotify, pubblicato due album completi e annunciato un terzo in uscita a luglio. Tutto questo senza mai salire su un palco, senza un'etichetta discografica alle spalle e senza che nessuno abbia mai visto i membri del gruppo dal vivo.
Il profilo Instagram, creato solo il 27 giugno scorso, è un'enorme bandiera rossa: le foto mostrano volti troppo perfetti, ombre che non corrispondono alla luce, pose che ricordano pubblicità d'epoca. Persino una parodia della celebre copertina di Abbey Road dei Beatles. Tutto fa pensare immediatamente a immagini create artificialmente, e nemmeno troppo bene: le ultime versioni di Midjourney o di Gemini sanno fare molto di meglio.
Ma fittizi o meno, come hanno fatto i Velvet a raggiungere numeri così importanti in così poco tempo? La risposta sta nelle playlist di Spotify. I brani dei Velvet Sundown sono comparsi massicciamente in raccolte molto seguite, con dinamiche quantomeno sospette. Nella playlist Vietnam War Music di Extra Music, seguita da 630.000 utenti, i Velvet Sundown compaiono ben 26 volte su 330 brani totali. Ancora più incredibile il caso della playlist The OC Soundtrack, che raccoglie le musiche della serie tv andata in onda dal 2003 al 2007: qui la band fantasma è presente con 22 tracce su 165, nonostante ufficialmente non esistesse ancora in quegli anni.
La piattaforma svedese non vieta la musica generata da AI, né richiede di dichiararlo. Questo significa che chiunque può creare un brano con strumenti come Suno o Udio, caricarlo tramite servizi tipo DistroKid e sperare che l'algoritmo lo promuova. Quella di inserire "artisti fantasma" nelle playlist per ridurre i costi dei diritti d'autore è per altro una pratica già imputata a Spotify in passato (ne avevamo parlato qui). È chiaro infatti che la musica realizzata con l’intelligenza artificiale rappresenta una soluzione economica perfetta – nessun contratto da firmare, nessun diritto retroattivo da pagare, nessun artista che si lamenta.
Non a caso, il quotidiano spagnolo El País, a proposito di un caso simile, ricorda che:
Uno studio della Confederazione internazionale delle società di autori e compositori, con sede in Francia, stima che i ricavi derivanti dalla musica generata dall’intelligenza artificiale passeranno da 100 milioni di dollari nel 2023 a circa 4 miliardi nel 2028. Entro quella data, secondo l’organizzazione, il 20% dei ricavi delle piattaforme di streaming proverrà da questo tipo di musica.
Certo, le band fittizie non sono una novità, sia quelle dichiarate (negli anni '60 The Archies, gruppo cartoon creato per una serie animata, arrivarono al primo posto nelle classifiche con Sugar, Sugar), sia quelle che avrebbero voluto passare sotto traccia (vedi alla voce Milli Vanilli e altri). Ma il caso Velvet Sundown è diverso: non solo i musicisti non esistono, ma anche la musica stessa è interamente artificiale.
Tutti i sospetti che sono emersi fin dai primi giorni sono stati condivisi da tante persone anche sui profili social dei Velvet stessi. Il portavoce della band, tale Andrew Frelon, ha categoricamente smentito ogni utilizzo dell'AI; fino a due giorni fa, almeno, in cui invece in un'intervista a Rolling Stone ha finalmente svelato tutto: «È marketing. È trolling. Prima non fregava niente a nessuno di quello che facevamo, ora stiamo parlando con Rolling Stone. Quindi… è davvero sbagliato?»
Pochi giorni fa, inoltre, lo stesso Andrew Frelon (nome dichiaratamente falso) ha pubblicato un lungo post su Medium in cui racconta tutta la vicenda: come gli è venuta l'idea, come sono stati realizzati i brani, come ha trollato decine di giornalisti che, attraverso i profili social dei Velvet Sundown, gli chiedevano interviste e chiarimenti. L'unica cosa che non spiega è come abbia fatto ad avere tutto questo successo su Spotify: «Non gestisco io il backend di Spotify, quindi non so di preciso cosa sia successo. So solo che siamo finiti in alcune playlist molto seguite e da lì è esploso tutto», ha detto sempre a Rolling Stone.
Mossa marketing geniale (ma per promuovere cosa?), esperimento situazionista o tentativo piuttosto goffo di prendere tutti per il naso? Rimane il fatto che a Spotify la musica dell'AI piace parecchio, e non per meriti artistici. E a proposito: qualcuno s’è preso la briga di recensire il disco dei Velvet Sundown, e ha detto che è molto brutto.