Se non puoi batterli, fatti pagare
Le major (e l'Italia) chiedono il conto all'intelligenza artificiale.

Nella prima settimana di ottobre 2025, Universal Music Group (UMG) e Warner Music Group (WMG), due delle più grandi major discografiche al mondo, hanno annunciato di essere vicine a concludere accordi di licenza con una vasta gamma di aziende di intelligenza artificiale. Questi partner spaziano dalle startup specializzate come ElevenLabs, Stability AI, Suno e Udio ai colossi della tecnologia, tra cui Alphabet/Google e Spotify.
Invece di affidarsi esclusivamente alle cause legali – che pure rimangono attive, ad esempio contro Suno e Udio per violazione di copyright – le etichette hanno scelto di stabilire anche un quadro formale. L'idea è semplice: se l'AI utilizza i loro brani per l'addestramento e la generazione di musica, deve pagare.
Si tratta di un meccanismo che introduce un modello di micropagamenti per use, molto simile al sistema delle royalties che già conosciamo dallo streaming, che permetterebbe di monetizzare i training data. In pratica, ogni volta che un brano musicale viene impiegato da un modello AI, anche solo per "imparare" o come influenza in una traccia generata, scatta un piccolo compenso in favore del titolare dei diritti.
Warner Music in particolare ha preso da tempo una posizione particolarmente rigorosa sulla questione, richiedendo una licenza esplicita per qualsiasi uso del suo catalogo, anche per la raccolta non autorizzata di dati – in particolare il ripping, ovvero l'estrazione di contenuti da supporti fisici, e lo scraping, cioè l'estrazione di dati dal web – usata per l'addestramento delle AI generative.
Per rendere operativo il modello pay per use è indispensabile una tecnologia in grado di tracciare con accuratezza l'influenza di milioni di brani sul risultato finale generato dall'AI. Le major hanno richiesto lo sviluppo di sistemi di attribuzione sofisticati, analoghi al Content ID di YouTube (il sistema che identifica il copyright sui video). A differenza di quest'ultimo, che si limita a identificare una copia o una somiglianza diretta, il nuovo sistema deve calcolare una “attribuzione frazionata”.

In pratica, se l'AI crea una canzone fondendo stili e note prese da migliaia di brani diversi di un catalogo, la tecnologia deve identificare tutti i pezzi che hanno lasciato una "traccia", misurare l'importanza del contributo di ciascun brano originale e, infine, calcolare un compenso proporzionale da pagare alle case discografiche, che agiscono come principali intermediari. Saranno poi loro a ridistribuire la quota spettante agli artisti, agli autori e agli editori, applicando le percentuali contrattuali stabilite.
Come si può ben immaginare, questa operazione è estremamente complessa perché l'AI fonde le influenze in modi imprevedibili, rendendo la tracciabilità una vera sfida. Non si limita a incollare spezzoni di brani, ma “apprende” l'armonia, il timbro e il mood da migliaia di fonti. Questo significa che il modello generativo non produce una "copia" ma una sintesi astratta, che rende quasi impossibile tracciare in modo univoco una singola nota o un accordo fino alla sua fonte originale. Per risolvere il problema, Universal Music Group ha promosso lo sviluppo della startup ProRata.ai, che farà le funzioni di un arbitro neutrale per analizzare l'output dell'AI e di un contabile per calcolare il compenso dovuto per i contenuti utilizzati.
Intanto, in Italia
L'Italia si è mossa rapidamente sul piano normativo. Il 10 ottobre 2025 è entrata in vigore la legge 23 settembre 2025, n. 132, che stabilisce il primo quadro normativo nazionale sull'AI e integra il Regolamento (UE) 2024/1689, il cosiddetto AI Act.
Oltre a introdurre una modifica importante alla legge italiana sul copyright, chiarendo che la protezione del diritto d'autore è riconosciuta esclusivamente alle opere create dall'ingegno umano anche se con l'aiuto dell'AI, l'articolo 25 regola anche l'estrazione e la riproduzione di testi e dati, che in gergo si chiama Text and Data Mining (TDM). La legge stabilisce che questa estrazione è ammessa solo se l'accesso alle fonti è stato legittimo. Soprattutto, i giganti dell’AI, ovvero le grandi piattaforme che sviluppano i sistemi che generano testi o musica, hanno l'obbligo di rendere pubblica una sintesi dettagliata dei contenuti usati per addestrare il modello. Questo requisito di trasparenza delle fonti darebbe a enti come la SIAE lo strumento legale per richiedere alle società di Intelligenza artificiale la rendicontazione precisa dei brani italiani utilizzati e fornisce il quadro legale per applicare in Italia il modello commerciale di pagamento a consumo richiesto dalle major label a livello globale.
Musixmatch rompe il ghiaccio
E in effetti, il 15 ottobre 2025 Musixmatch (un servizio che fornisce testi di canzoni sincronizzati con la musica, spesso integrata in Spotify e altre app, permettendo di leggere le liriche mentre ascolti il brano) e le principali case discografiche hanno siglato un accordo che garantisce alla piattaforma italiana l'accesso a cataloghi estesi – oltre i 15 milioni di canzoni – con l'obiettivo di sviluppare nuovi servizi di AI incentrati sull'analisi e non sulla generazione di contenuti. Il punto centrale dell'accordo risiede in un principio di equa remunerazione, ovvero che l'uso delle opere per l'addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, anche solo a scopo analitico, dev'essere soggetto a licenza e a un adeguato compenso per autori ed editori.
Pare che il quadro nel settore musicale si stia infine delineando, con il passaggio dell'AI generativa da un contesto senza regole chiare a uno disciplinato e conforme. Il successo delle aziende del settore potrebbe essere d'ora in poi determinato dalla loro capacità di adeguarsi rapidamente alle nuove regole e di integrare i costosi sistemi di attribuzione. Per artisti e autori, questa transizione aprirebbe la strada a una potenziale nuova fonte di entrate, assicurando che il valore della musica rimanga connesso ai suoi creatori.
