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Dopo 30 anni ancora non siamo certi della morte di Richey Edwards

Il chitarrista dei Manic Street Preachers è scomparso. Letteralmente.

Dopo 30 anni ancora non siamo certi della morte di Richey Edwards
Richey Edwards. Tratto da manicvitriol.tumblr.com.
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Richey Edwards era il chitarrista e (soprattutto) il paroliere dei gallesi Manic Street Preachers. Con loro aveva appena dato alle stampe il terzo disco, The Holy Bible: le prime recensioni dei magazine erano niente meno che entusiastiche. La mattina del 1º febbraio 1995, all’età di 27 anni, Richey Edwards semplicemente svanì nel nulla.

La scomparsa di Edwards avvenne sullo sfondo della scena britannica della metà anni ’90, dominata dal britpop. Mentre gruppi come Blur e Oasis spopolavano tra canzoni spensierate e inni generazionali, i Manic Street Preachers si distinguevano per un rock alternativo dai toni più cupi e impegnati. La band gallese fondeva ribellione punk, provocazione intellettuale e un’estetica glam rock volutamente polemica. Questo approccio inusuale valse ai Manics una fedele base di fan, pur tenendoli ai margini del mainstream dell’epoca.

In tutto il mondo il grunge rappresentava la nuova incarnazione del rock. L’anno prima, nel 1994, Kurt Cobain si era ucciso sparandosi in bocca. Nell’aprile 1995 la rivista Melody Maker dedicò un numero speciale a depressione e suicidio, spinta dalle lettere di fan turbati per la morte di Cobain e la scomparsa stessa di Richey.

Compagno di scuola dei futuri colleghi nei Manics, Richard James “Richey” Edwards crebbe a Blackwood, nel Galles meridionale. Dopo il liceo si laureò in Storia politica all’Università di Swansea, interesse accademico che avrebbe ispirato molti dei suoi testi. Entrò nei Manic Street Preachers nel 1989, inizialmente come roadie e autista, poi come quarto membro ufficiale. Pur non essendo un musicista virtuoso – suonava la chitarra ritmica in modo basilare e incise pochissimo in studio – divenne il principale paroliere insieme a Nicky Wire (basso e tastiere) e il portavoce del gruppo. Ha scritto il giornalista Adam Nayman sul magazine The Ringer: «Edwards non era granché come cantante (né, a giudicare dal numero di aneddoti e allusioni alla sua chitarra spesso scollegata durante i concerti, particolarmente brillante come chitarrista), ma le idee e le immagini sgorgavano da lui come un torrente».

Contribuì anche all'estetica della band: curava l’artwork dei dischi inserendo citazioni letterarie nei libretti e appariva sul palco con look androgini e slogan provocatori. Carismatico ma fragile, Edwards soffriva di depressione, si autoinfliggeva ferite e lottava contro l’anoressia, problemi di cui parlava apertamente.

Con i Manic Street Preachers. Edwards è il secondo da sinistra.
Con i Manic Street Preachers. Edwards è il secondo da sinistra.

Tra il 1992 e il 1994 i Manic Street Preachers pubblicarono tre album in studio che riflettevano l’evoluzione del gruppo e i contributi di Edwards. Il debutto Generation Terrorists (1992) definì il loro stile glam punk politicizzato; la band proclamò che sarebbe stato «il più grande album rock di sempre» e che dopo la sua uscita si sarebbe sciolta. Il disco, con i suoi pezzi dall'impronta nichilista, fece conoscere i Manics per i loro testi caustici e ricchi di riferimenti culturali. Seguì Gold Against the Soul (1993), e un anno dopo The Holy Bible, che segnò il culmine dell’estetica oscura di Edwards: un disco cupissimo, ispirato al post-punk, in cui esplorò argomenti estremi, dall’anoressia alla violenza.

Il 1º febbraio 1995 Edwards e James Dean Bradfield (voce e chitarra della band) avrebbero dovuto volare negli Stati Uniti per promuovere The Holy Bible. Quella mattina, attorno alle 7:00, Richey lasciò l’Embassy Hotel di Londra ma non si presentò all’aeroporto. Nei quindici giorni precedenti aveva mostrato comportamenti insoliti: prelevò ogni giorno £200 in contanti dal suo conto (per un totale di £2.800) e la sera prima consegnò a un’amica un romanzo (Novel with Cocaine) dicendole di leggerne l’introduzione, dove l’autore racconta la propria sparizione dopo un ricovero psichiatrico. Prima di lasciare l’hotel, Edwards preparò un pacco regalo per la sua ex fidanzata Jo, contenente libri, videocassette, fotografie e un biglietto con la scritta “I love you". Uscendo portò con sé l’auto e il denaro, ma lasciò nel suo appartamento di Cardiff effetti personali importanti come passaporto, carte di credito e medicinali.

Tratto da manicvitriol.tumblr.com.
Tratto da manicvitriol.tumblr.com.

Da quel momento di lui non si ebbero più notizie certe. Un biglietto autostradale ritrovato in seguito indicò che Richey aveva attraversato il Severn Bridge – al confine tra Galles e Inghilterra – nelle prime ore del mattino. Il 14 febbraio la sua auto, una Vauxhall Cavalier grigia, fu trovata abbandonata vicino al ponte. All’interno c’erano alcuni effetti personali, inclusi scatti fotografici della sua famiglia, ma di Edwards nessuna traccia. La posizione del veicolo, in prossimità di un noto punto da cui si erano verificati diversi suicidi, fece temere che Richey si fosse gettato nel fiume sottostante.

Le autorità e i familiari lanciarono immediatamente appelli affinché Edwards desse notizie di sé. Un tassista di Newport segnalò di averlo accompagnato in zona il 7 febbraio, ma la testimonianza non trovò riscontri certi. Il manager della band, Martin Hall, ingaggiò un investigatore privato, ma nessuna pista concreta emerse. A posteriori, i familiari criticarono la gestione iniziale delle indagini da parte della polizia, giudicata poco tempestiva e approfondita.

La mancanza di prove definitive ha alimentato negli anni varie teorie sulla sorte di Edwards. L’ipotesi più dolorosa è quella del suicidio: molti credono che Richey si sia tolto la vita gettandosi dal ponte, nonostante in vita avesse negato tendenze suicide. Altri sostengono invece che Edwards abbia inscenato tutto per ricominciare altrove, lontano dai riflettori. Numerosi presunti avvistamenti furono segnalati in luoghi lontani – dall’India (Goa) alle isole Canarie – ma nessuno è mai stato confermato. Un libro-inchiesta del 2019 (Withdrawn Traces), scritto con la collaborazione della sorella Rachel, ha persino ipotizzato che Richey avesse pianificato la fuga: tra i nuovi indizi riportati vi sono il suo interesse per i libri sul tema dell’esilio e l’incontro con una misteriosa donna poi trasferitasi in Israele. Nessuna prova concreta è emersa a sostegno di queste tesi alternative, ma la loro diffusione testimonia l’impatto emotivo del caso.

Per la famiglia, quella di Richey è stata a lungo una scomparsa impossibile da elaborare. Per 12 anni si rifiutarono di dichiararlo morto. Soltanto nel novembre 2008 infatti i genitori decisero di far riconoscere legalmente la morte del figlio, principalmente per poter gestire gli aspetti patrimoniali rimasti in sospeso.

Di fronte alla tragica assenza di Edwards, i Manic Street Preachers scelsero di proseguire la carriera come trio. Nel 1996 pubblicarono l’album Everything Must Go, che includeva ancora brani con testi inediti di Richey. Il disco ebbe un ottimo successo di vendite e proiettò la band ai vertici del rock britannico anni ’90. Da allora i Manics hanno tenuto vivo il ricordo dell’amico scomparso: non hanno mai rimpiazzato il quarto membro e hanno spesso reso omaggio a Richey in vari modi – accantonando ad esempio la sua quota di royalties in un fondo a lui intestato e dedicandogli concerti e canzoni. Nel 2009 hanno pubblicato Journal for Plague Lovers, un album interamente composto su testi lasciati da Edwards.

«Le rockstar che scompaiono giovani finiscono inevitabilmente per essere mitizzate», ha osservato Nicky Wire, paragonando il culto di Richey a quello di figure tragiche come Ian Curtis o Jim Morrison. A oltre trent’anni di distanza, il destino di Richey Edwards resta un enigma irrisolto, almeno per chi non si rassegna all’ipotesi del suicidio; la cosa certa è che la sua vicenda continua a ispirare articoli e documentari, mentre la sua musica e le sue liriche rimangono nella storia del rock britannico di quegli anni.

Stay Beautiful, tratto da Generation Terrorist (1992).

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