Salta al contenuto

È un buon periodo per i vegani, dice Moby

Moby è sbarcato su Substack, e ci inietta una buona dose di ottimismo.

È un buon periodo per i vegani, dice Moby
I diritti degli animali Moby se li porta tatuati addosso… (Animal Rights è anche un suo disco, del 1996).
| Lo leggi in 5 minuti
Ciao. Benvenuto su Substack. (Lo sto dicendo a me stesso, non a te, perché presumo tu sia già qui). Voglio scrivere di questo: di come non tutto sia sbagliato. O, per usare un riferimento non troppo velato al mio album di 30 anni fa: (Not) Everything Is Wrong.

Parte così la prima newsletter in assoluto di Moby, approdato su Substack (uno dei “porti sicuri” prediletti di chi è in cerca di piattaforme social più di nicchia e anche per questo meno tossiche) pochi giorni fa.

Richard Melville Hall, in arte Moby, è uno degli artisti più influenti nel panorama della musica elettronica e techno: il suo album Play del 1999 (12 milioni di dischi venduti) ha traghettato la musica elettronica in seno a tutte le classifiche mainstream. Il citato Everything Is Wrong è di quattro anni prima: terzo capitolo della sua discografia, ma nei fatti il primo ad aprirgli veramente le strade del successo, portandolo in tour con The Prodigy e Red Hot Chili Peppers, conquistare il second stage del Lollapalooza e il titolo di miglior disco dell’anno da parte della rivista americana SPIN.

Moby racconta cosa ha rappresentato per lui Everything Is Wrong.

Vegano da quando aveva vent’anni, Moby è uno degli artisti che maggiormente si sono spesi per i diritti degli animali: dal finanziamento alle associazioni Sea Shepherd, PETA (famosa soprattutto per la campagna contro le pellicce con modelle e attrici che posavano nude), Farm Sanctuary, fino all’apertura di due ristoranti vegani a Los Angeles e New York i cui profitti sono devoluti ad altri enti e cause benefiche.

«E quindi: nel 1995 ho pubblicato Everything Is Wrong. E in quell’album ho inserito un elenco di cose sbagliate. […] La vocina goth empiricamente pessimista nella mia testa sta ovviamente ancora urlando: MA È TUTTO SBAGLIATO! Ma, per contrastare quella voce, ecco alcune cose che, umilmente, credo siano migliorate.

Partiamo dagli animali. Sono diventato vegano nel 1987, e otto anni dopo, nel 1995 […] il veganismo era ancora un movimento marginale al limite del marginale. C’erano pochissimi ristoranti vegani al mondo, e qualche vegano pelle e ossa che lavorava nei negozi di alimenti naturali. Per lo più, se dicevi di essere vegano nel 1995 ti guardavano con aria perplessa e sguardi vuoti […].

Nel 1995, il mondo vegano era quasi inesistente. Poi, BOOM: sono passati 30 anni, e il veganismo è, se non ovunque, almeno diffuso in modi impensabili nel ’95 (o nell’87). Abbiamo senatori vegani, rockstar vegane, discorsi agli Oscar vegani, pizza vegana, donuts vegani, festival vegani di strada, star del cinema vegane, rapper vegani. Nel 1995 avevamo solo riso integrale e lievito in scaglie. Oggi i vegani rappresentano circa l’1,5% della popolazione mondiale, ma è comunque l’1,49% in più rispetto a 30 anni fa. Un trilione di animali continua a essere ucciso ogni anno dagli esseri umani e l’allevamento è la seconda o terza causa principale del cambiamento climatico, ma, NONOSTANTE CIÒ, la diffusione del veganismo è qualcosa che 30 anni fa non avrei mai previsto. Quindi: progresso! Hey-o!».

Moby in visita al rifugio per animali The Gentle Barn (qualcosa come La stalla della gentilezza).
Moby in visita al rifugio per animali The Gentle Barn (qualcosa come La stalla della gentilezza).

Il bicchiere, sostiene Moby, è da considerarsi mezzo pieno anche su altri fronti, come quello della tecnologia, in particolare applicato alla musica.

«Su tutt’altro fronte: i media non arrivano più in dischi tossici con imballaggi tossici. Cioè: 30 anni fa i CD in plastica venivano spediti in tutto il mondo dentro scatole di cartone sbiancato avvolte nella plastica. Ora, la musica (e molti altri media) ha quasi zero impatto ambientale. Poiché quasi tutti i CD finivano in discarica, e 30 anni fa le case discografiche producevano circa 20 miliardi di CD all’anno, oggi ci sono 20 miliardi di pezzi in meno di plastica e cartone sbiancato buttati via. E se aggiungiamo DVD, Blu-Ray, CD-ROM e tutti gli altri supporti tossici non più prodotti, si parla di centinaia di miliardi di tonnellate di plastica tossica in meno nelle discariche. Woo-hoo! Altro vero progresso».

Riconoscere i passi in avanti non significa peccare di ingenuità rispetto alla strada da compiere. Non ci si illude, dice Moby parlando del problema più grande degli ultimi anni, che il riscaldamento climatico sia in via di risoluzione: ma almeno ora ne siamo consapevoli.

«Stiamo ancora distruggendo l’unica casa che abbiamo, ma almeno ora siamo inevitabilmente consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni. 30 anni fa quasi nessuno parlava degli orrori della plastica monouso, e probabilmente solo 3 persone sul pianeta sapevano della minaccia rappresentata da micro- e nanoplastiche. 30 anni fa il cambiamento climatico era un concetto vago e distante, qualcosa che la maggior parte di noi (a parte Al Gore) pensava non avrebbe mai minacciato ogni angolo del pianeta. […] Stiamo facendo qualcosa per rimediare? In gran parte, no. Ma non possiamo più far finta di non sapere. […] Ora sappiamo anche cosa servirebbe per risolvere i problemi: smettere di produrre e usare combustibili fossili, smettere di usare gli animali per cibo e moda, smettere di abbattere le foreste, smettere in qualche modo di produrre plastiche tossiche. 30 anni fa queste erano idee scritte in volantini nei negozi bio. Ora sappiamo, in modo inconfutabile, che sono fatti reali e che ignorarli ci distruggerà. È un progresso strano, forse, ma è comunque progresso. Il primo passo per risolvere un problema è ammettere che il problema esiste davvero, e non solo su un volantino.

Quindi, per quanto irriti la mia Cassandra interiore, non tutto è sbagliato».

Il primo scritto di Moby su Substack è leggero e divertente (e divertito), ma fa centro nel sottolineare implicitamente un bias cognitivo di cui spesso siamo vittime quando si parla di temi molto grandi e molto difficili da gestire, rispetto a cui i progressi sono poco o nulla percepiti, mentre la catastrofe finale appare ineluttabile e vicinissima.

Con un taglio diverso, Moby ricorda l’approccio razionale e ottimista di Hans Rosling, l’autore svedese del celebre Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di quanto pensiamo: un saggio che smonta in modo brillante e documentato la visione catastrofista e distorta che molte persone hanno del mondo.

A proposito:

Vuoi continuare a leggere? Iscriviti, è gratis!

Registrandoti potrai accedere agli oltre 4.000 articoli dell’archivio gratuitamente, e ti iscriverai alla nostra newsletter su Substack!

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 6 persone!