Chi diamine è Zaho de Sagazan?
Il segreto meglio custodito di Francia è stato rivelato al Primavera.

In una edizione certamente intensa e indubbiamente affollata – tanto sopra quanto sotto i palchi – il Primavera Sound 2025 recentemente terminato a Barcellona (ne abbiamo parlato qui) ha fatto registrare tante conferme ma poche sorprese. Una però c’è, ed è piuttosto gustosa: una di quelle per le quali ci si sente confidenti a scommettere che sì, decisamente, di lei ne sentiremo ancora parlare a lungo.
Praticamente sconosciuta fuori dai confini francesi ma già ben nota in Francia (dove ha cantato anche al Festival di Cannes), Zaho de Sagazan è una di quelle artiste (cantautrici? performers? chansonniers?) che nel volgere di un paio di pezzi ti fanno inclinare il capo, contrarre i muscoli facciali e pizzicare il labbro di sotto, donandoti un’espressione tra l’incuriosito e l’incredulo come a dire: e questa chi diamine è?
Classe 1999, originaria di Saint-Nazaire, sulla costa atlantica, Zaho non è semplicemente una delle promesse più brillanti della nouvelle vague electro-pop francese, ma una vera e propria rivelazione per chi ama la scrittura intima, la voce matura e vissuta ben oltre i 24 anni anagrafici. Con un viso che sembra uscito da Il favoloso mondo di Amélie, Zaho de Sagazan ha però un’immagine forte, originale, lontana dagli stereotipi della popstar. Non è sexy e non cerca di esserlo, eppure è ricca di una sensibilità che ricorda i grandi interpreti della canzone francese, ma teletrasportati nel mondo dell’elettronica contemporanea.
«Il suo stile singolare mescola la chanson degli anni ’60 con la cold wave elettronica, la sua musica attinge alla forza lirica di Jacques Brel, alla poesia da dancefloor di Stromae e al synth pop contagioso dei Kraftwerk», scrive la newsletter The New Paris Dispatch.
In un’intervista al quotidiano inglese The Guardian, la stessa Zaho ha spiegato tra quali binari si muove la sua musica: «Mi piace l’idea di [fare] un rétro futuristico. Mi affascina il modo in cui la canzone francese riesce a trasmettere un’emozione universale con pochissime parole, ma sono anche appassionata dei sintetizzatori degli anni ’70, ’80 e ’90. Adoro i Kraftwerk. Anche i synth possono trasmettere emozione. E ho pensato: “Non posso essere l’unica a cui piacciono i testi e anche i sintetizzatori, e che trova così raramente una canzone che abbia entrambi”».
Ed è un po’ tutto qui, il mondo di Zaho de Sagazan: uno scontro termodinamico tra elettronica fredda e liriche calde. La reazione deve aver convinto parecchia gente in patria, se è vero che lo scorso anno ha trionfato ai Victoires de la musique, l’equivalente francese dei Grammy, portandosi a casa ben quattro premi (artista femminile dell’anno, album dell’anno, canzone originale dell’anno, rivelazione live dell’anno). Un risultato storico: nessuna artista esordiente aveva mai ottenuto così tanti premi in un solo colpo, mettendo d’accordo giovani appassionati di elettronica colta, estimatori della chanson d’autore, ascoltatori queer, pubblico femminile e intellettuale.
Padre scultore, madre insegnante, un’infanzia condivisa con altri 6 (!) tra fratelli e sorelle. Le lezioni di danza, le lezioni di pianoforte. I primi pezzi li pubblica su YouTube e SoundCloud, in un francese curato ma emotivamente viscerale, accompagnati da basi elettroniche che ricordano il minimalismo malinconico dei Moderat, o le cose più sperimentali di Christine and the Queens. Non passa molto tempo prima che venga notata: prima dai media indipendenti, poi da pubblico e critica.
Un solo disco all’attivo, quel La Symphonie Des Éclairs uscito ormai quasi due anni fa, e un solo singolo uscito l’anno scorso – una cover di Bowie, Modern Love. Per il resto, un sacco di concerti in patria e qualche puntata oltre confine. Il Primavera le ha dato ora quella visibilità internazionale che meritava: i confini del suo pubblico si sono ampliati, ora tocca (di nuovo) a lei.