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Buon compleanno Malcolm X

Dai Dead Prez a Killer Mike, sono tanti gli artisti che lo hanno celebrato nel centenario della sua nascita.

Buon compleanno Malcolm X
Malcolm X (foto di Unseen Histories su Unsplash).
Fabio Germani
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Esiste una stretta relazione tra la figura di Malcolm X (el-Hajj Malik el-Shabazz) e la musica nera. Per scontata che sia un’affermazione del genere, meno scontata – a 100 anni dalla sua nascita, il 19 maggio 1925 – è la constatazione del grado di coinvolgimento di numerosi artisti attorno alla personalità di uno dei leader afroamericani più celebri del secolo scorso.

In occasione del centenario – moltissime le iniziative in suo onore da Washington a Harlem, tra rassegne cinematografiche e musicali (con la performance di Endea Owens all’evento dello Shabazz Center a New York) –, in tanti hanno voluto sottolineare l’eredità culturale, al cospetto dei recenti tentativi di mettere in secondo piano gli elementi più scomodi della memoria storica degli Stati Uniti.

I Dead Prez si sono esibiti alcuni giorni fa al MX100 Block Party organizzato dalla Malcolm X Memorial Foundation a Omaha, Nebraska, sua città natale. Mutulu Olugbala, cioè M1, metà Dead Prez, ha pubblicato il 19 maggio su Instagram un lungo e ispirato post: «Caro Malcolm, difficile trovare le parole per esprimere quanto immensamente hai influenzato la mia vita e quella delle persone che amo di più. Il tuo coraggio è ineguagliabile e la tua tenacia manca davvero [...]. Da Omaha alla Palestina, che la tua vita sia di ispirazione per i futuri leader e combattenti per la libertà».

Quello di M1 non è stato un caso isolato. Il rapper Macklemore, particolarmente attento al tema, ha condiviso nelle sue storie di Instagram un post che rievoca alcune riflessioni di Malcolm X sulla questione palestinese. Tra gli altri che hanno manifestato via social pensieri rivolti al leader nero, Big Daddy Kane, Pete Rock, Kurtis Blow, Ladybug Mecca dei Digable Planets e Killer Mike.

Per quanto l’hip hop lo abbia largamente venerato, l’espressione musicale che più di tutte può essere associata a Malcolm X è il jazz. Un tratto della sua vita che emerge, in qualche ricordo sparso, nell’Autobiografia scritta con il giornalista Alex Haley. La vita notturna, prima della conversione all’Islam in carcere, lo avvicinò ai club e alle orchestre swing. Già da Malcolm Little, ebbe l’opportunità di conoscere alcuni tra i più formidabili musicisti dell’epoca, soprattutto per ragioni legate alla sua parentesi di hustler. Il legame quasi spirituale con il John Coltrane di A Love Supreme – capolavoro uscito poco dopo l’omicidio di Malcolm X, nel 1965 – che diversi commentatori, da Amiri Baraka in poi, gli attribuiranno, o i successivi omaggi, come quello contenuto nel disco di debutto di Leon Thomas (Malcolm’s Gone, 1969), furono la conferma del fermento artistico che operava in qualità di colonna sonora di un attivismo ora sfociato nel Black Power.

Il famoso motto «by any means necessary» – pronunciato da Malcolm X il 28 giugno 1964 all’Audubon Ballroom di New York, in quello che fu l’intervento fondativo dell’Organizzazione per l’unità afroamericana, dopo la sua burrascosa uscita dalla Nation of Islam – è stato riutilizzato anche durante le proteste di Black Lives Matter del 2020 e non è forse un azzardo ipotizzare che il rinnovato interesse mediatico verso di lui – film, documentari, libri, casi riaperti – sia almeno in parte il risultato delle drammatiche vicende degli ultimi anni. Il senso di quelle parole, così cariche di significato, nel tempo è stato pure storpiato, ma il discorso rimane uno dei più diretti e di efficace presa emotiva di cui si può avere testimonianza.

Non stupisce, allora, che sia stato proprio l’hip hop ad appropriarsi della sua eredità, e non solo grazie ai film di Spike Lee. Nel 2020 lo nomina anche Dr. Dre, nell’outro di Full Circle – pezzo che fa parte di King’s Disease di Nas in cui Dre “benedice” la reunion dei The Firm, il supergruppo di New York che si formò nella seconda metà degli anni ‘90 sotto l’egida della Aftermath –, ma in definitiva, chi è appassionato di rap, sa che citazioni di questo tipo sono piuttosto frequenti.

Restiamo all’attualità, più o meno: JAY-Z e Kanye West (Made in America), Kendrick Lamar (HiiiPoWeR), Beyoncé (Don’t Hurt Yourself), JID e J. Cole (Off Deez). Non sempre il nome di Malcolm X viene tirato in ballo per ragioni sociali o politiche, spesso è un espediente per dire altro, qualcosa di intimo (come in Malcolm di Ghostface Killah del 2000) o di più frivolo.

La contrapposizione con Martin Luther King – le cui visioni sono state a lungo considerate antitetiche a quelle di Malcolm X, forse in maniera troppo superficiale – ha rappresentato talvolta un estratto dell’hip hop politico. Afferma Tupac in Words of Wisdom (1991): «No Malcolm X in my history text, why is that? / ‘Cause he tried to educate and liberate all Blacks / Why is Martin Luther King in my book each week? / He told Blacks, if they get smacked, turn the other cheek».

Con ogni probabilità, per scovare chi in assoluto ha fatto propria quell’eredità, bisogna tornare addirittura al 1988, quando i Boogie Down Productions pubblicarono By All Means Necessary, un chiaro riferimento al già menzionato discorso di Malcolm X, reso subito evidente dalla cover dell’album. Si trattava, infatti, di una rivisitazione iconografica della foto che ritrae X affacciato alla finestra con un’arma in mano, scattata da Don Hogan Charles – primo fotografo nero a lavorare per il New York Times – e apparsa, cinque mesi prima del suo assassinio, il 21 febbraio 1965, sulla rivista Ebony.

L’immagine fu motivo di fraintendimenti (in realtà la posa voleva essere una risposta alle minacce che Malcolm X stava ricevendo in quel periodo) e allo stesso modo, nella trasposizione dei Boogie Down Productions, assumeva il significato del nuovo corso che KRS-One e soci stavano avviando.

Nel 1987 i BDP avevano fatto il loro esordio con Criminal Minded, un disco pieno di elementi gangsta e che al suo interno presentava brani storici – come South Bronx e The Bridge Is Over – con cui il collettivo del Bronx aveva animato le cosiddette Bridge Wars, una faida scoppiata un paio di anni prima con alcuni rappresentanti della Juice Crew, in particolare MC Shan, rapper del Queens. Ma sempre nel 1987, dopo l’uscita dell’album, perse la vita uno dei fondatori dei Boogie Down Productions – Scott La Rock –, rimasto vittima di una sparatoria.

La tragedia fu un momento di svolta nella carriera di KRS-One, deciso quindi ad abbandonare qualsiasi prerogativa gangsta e a formulare il messaggio Stop the Violence, inizialmente veicolato nell’album By All Means Necessary. KRS si autoproclamò “teacher” e si mostrò al pubblico come il Malcolm X del rap, svolgendo una funzione educativa attraverso l’hip hop. Il brano My Philosophy era il manifesto di tale cambiamento.

KRS-One, in questi giorni impegnato in Europa, non ha postato granché al riguardo. In compenso, il 21 febbraio ha ricordato Malcolm X per l’anniversario dell’omicidio.

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