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Bruce Springsteen vs Donald Trump

Due settantenni che non si sopportano per niente.

Bruce Springsteen vs Donald Trump
Springsteen a Manchester (dall’account Instagram ufficiale).
| Lo leggi in 9 minuti

La sera del 14 maggio 2025 Bruce Springsteen ha inaugurato la leg europea del suo tour Land of Hope and Dreams con un concerto a Manchester, in Inghilterra, destinato a far discutere più per i discorsi che per le canzoni. Dal palco della nuova Co-op Live Arena, di fronte a migliaia di fan, Springsteen ha infatti interrotto lo show in diversi momenti per pronunciarsi sulla situazione politica americana, prendendo di mira direttamente il presidente Donald Trump e la sua amministrazione. La maggior parte degli articoli sulla stampa internazionale usciti su questo fatto ha riportato solo alcuni stralci del suo discorso: di seguito invece cosa ha effettivamente detto, così come riportato dal sito ufficiale.

Cosa ha detto davvero Springsteen

I tre momenti principali del concerto sono coincisi con l’introduzione che Springsteen ha fatto alle tre canzoni Land of Hope and Dreams, House of a Thousand Guitars, My City of Ruins.

Introduzione a Land of Hope and Dreams
«Buonasera! È bellissimo essere a Manchester e tornare nel Regno Unito. Benvenuti al Land of Hope & Dreams Tour! La possente E Street Band è qui stasera per invocare il potere giusto dell’arte, della musica, del rock ‘n’ roll in tempi pericolosi. Nella mia patria, l’America che amo, l’America di cui ho scritto, che da 250 anni è un faro di speranza e libertà, oggi si trova nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente e traditrice. Stasera chiediamo a tutti coloro che credono nella democrazia e nel meglio del nostro esperimento americano di alzarsi con noi, di far sentire la propria voce contro l’autoritarismo e di far risuonare la libertà!».

Introduzione a House of a Thousand Guitars
«L’ultimo baluardo, l’ultimo controllo sul potere quando il sistema dei pesi e contrappesi del governo ha fallito, siamo noi: tu e io. È nell’unione delle persone attorno a un insieme comune di valori che oggi risiede tutto ciò che si frappone tra la democrazia e l’autoritarismo. Alla fine della giornata, tutto ciò che abbiamo siamo noi, gli uni per gli altri».

Introduzione a My City of Ruins
«Là fuori sta succedendo qualcosa di molto strano, assurdo e pericoloso. In America stanno perseguitando persone per aver esercitato il loro diritto alla libertà di parola e per aver espresso dissenso. Questo sta accadendo adesso. In America, gli uomini più ricchi provano soddisfazione nell’abbandonare i bambini più poveri del mondo alla malattia e alla morte. Questo sta accadendo adesso».

«Nel mio paese, provano piacere sadico nel dolore che infliggono a lavoratori americani leali. Stanno smantellando storiche leggi sui diritti civili che hanno reso la società più giusta e pluralista. Stanno abbandonando i nostri grandi alleati e si schierano con dittatori contro chi lotta per la propria libertà. Stanno togliendo i fondi alle università americane che non si piegano alle loro richieste ideologiche. Stanno rimuovendo residenti dalle strade americane e, senza un giusto processo, li deportano in centri di detenzione e prigioni straniere. Tutto questo sta accadendo adesso. La maggior parte dei nostri rappresentanti eletti ha fallito nel proteggere il popolo americano dagli abusi di un presidente inadeguato e di un governo fuori controllo. Non hanno alcuna preoccupazione o idea di cosa significhi essere profondamente americani».

«L’America di cui vi canto da 50 anni è reale e, nonostante i suoi difetti, è un grande paese con un grande popolo. Sopravvivremo a questo momento. Ora ho speranza, perché credo nella verità di ciò che disse il grande scrittore americano James Baldwin: “In questo mondo non c’è tutta l’umanità che si vorrebbe, ma ce n’è abbastanza”. Preghiamo».

Springsteen, 75 anni compiuti, non è nuovo a brevi discorsi politico-sociali durante i suoi show. Da decenni le sue canzoni raccontano l’America profonda, dando voce a lavoratori, reduci di guerra, immigrati e vittime di ingiustizie. In passato il rocker ha preso posizione su temi di attualità (dalla lotta al razzismo alla difesa dei diritti LGBT) anche dal palco. Tuttavia, l’invettiva di Manchester 2025 appare tra le sue più esplicite e dirette: in pochi minuti, Springsteen ha accusato l’amministrazione USA di aver fatto marcia indietro sui diritti civili («rolling back historic civil rights legislation») e di aver abbandonato «i nostri grandi alleati» per sostenere regimi dittatoriali. Ha anche descritto Trump e i suoi come “sadici” verso i lavoratori e nemici della libertà di parola. Insomma, un atto d’accusa a 360 gradi, che dipinge il governo Trump come antitetico ai valori di giustizia e democrazia cari a Springsteen (e che dovrebbero essere cari un po’ a tutti).

Le parole del Boss non sono rimaste confinate alle mura dell’arena britannica. Poche ore dopo il concerto, i video degli interventi di Springsteen hanno iniziato a circolare sui social media e testate americane e internazionali ne hanno riportato i contenuti. Sul sito ufficiale di Springsteen e sul suo canale YouTube è stata condivisa la registrazione integrale del discorso, a testimonianza che l’artista intendeva diffondere quanto più possibile il suo messaggio.

La replica di Trump su Truth Social

La reazione di Donald Trump non si è fatta attendere ed è stata, prevedibilmente, sopra le righe. Venerdì 16 maggio, pochi giorni dopo il concerto di Manchester, il presidente ha pubblicato un lungo post sul suo social network Truth Social in cui ha attaccato pesantemente Bruce Springsteen sul piano personale e politico. Il messaggio di Trump – circa 150 parole intrise di sarcasmo e rabbia – rappresenta un concentrato dello stile comunicativo del presidente: toni sprezzanti, insulti diretti, il solito attacco a Joe Biden definito come «un pazzo mentalmente incompetente, il nostro peggior presidente di sempre, vicino a distruggere il paese».

Il post di Trump sul suo social network, Truth.
Il post di Trump sul suo social network, Truth.

Springsteen e il lungo sostegno ai Democratici

L’aspra polemica di pochi giorni fa tra Springsteen e Trump non è nata dal nulla, ma affonda le radici in anni di contrapposizioni politiche. L’impegno di Springsteen al fianco dei candidati democratici è cosa nota; dall’altra parte, Trump ha spesso manifestato fastidio verso le star di Hollywood o della musica che criticano lui o il Partito repubblicano, bollandole come parte di una “élite liberal” scollegata dalla gente comune. Springsteen incarna perfettamente, agli occhi di Trump e dei suoi sostenitori, questo tipo di avversario: un artista popolare, molto influente, dichiaratamente progressista.

Già nel 2016, quando Trump entrò in politica candidandosi alla presidenza, Springsteen espresse pubblicamente un giudizio feroce sul magnate: in un’intervista a Rolling Stone definì Trump un moron ("idiota"). All’epoca il rocker era reduce da anni di critica aperta verso l’ondata populista: nel 2012, ad esempio, aveva sostenuto il presidente Barack Obama per la rielezione, mentre Trump si faceva portavoce del movimento cospirazionista chiamato “birther”, che sosteneva che Obama fosse nato in Kenya quindi non candidabile alla presidenza in quanto nato al di fuori degli USA (in realtà è nato alle Hawaii).

Nel 2020, durante la campagna per la rielezione di Trump, Springsteen disse al magazine The Atlantic «non so se la nostra democrazia potrebbe reggere altri quattro anni sotto la sua gestione».

Ma la discesa in campo di Springsteen nelle campagne elettorali risale in realtà a molto tempo prima. Già nel 2004, il Boss prese parte al tour di concerti Vote for Change, organizzato per sostenere il candidato democratico John Kerry contro George W. Bush. Da allora, Bruce non ha mancato un colpo: ogni successiva campagna presidenziale lo ha visto impegnato a fianco dei Democratici.

In particolare, la vittoria di Barack Obama nel 2008 rappresentò il momento culminante di questo attivismo springsteeniano. Springsteen appoggiò con entusiasmo Obama sin dalle primarie democratiche, considerandolo un portatore di speranza e unità per un paese diviso. Suo è, ad esempio, il brano Working on a Dream che divenne uno dei temi musicali dei comizi obamiani del 2008. Nel corso di quell’anno, Springsteen partecipò a vari eventi pro-Obama, esibendosi con chitarra e voce nei raduni elettorali. Pochi giorni prima del voto del 2008, apparve insieme a Obama in un affollato comizio a Cleveland, cantando The Rising e spiegando al pubblico perché riponeva fiducia nel candidato democratico.

Springsteen a Cleveland, a supporto della campagna di Obama.

La collaborazione tra i due si è poi trasformata in una vera amicizia: Obama ha più volte definito Springsteen “una voce dell’America onesta e laboriosa”, e nel 2021, insieme hanno realizzato il podcast (e libro) Renegades: Born in the USA, dialogando su patriottismo, razzismo e vita americana. Lo stesso Obama, da presidente, ha conferito a Springsteen la Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile, nel 2016, riconoscendo il contributo artistico e sociale del rocker.

Dall’era Obama a oggi: Springsteen per Biden e Harris

Springsteen è stato un sostenitore convinto anche di Joe Biden, candidato alla Casa Bianca nel 2020. Nell’ottobre 2020, ad esempio, il Boss prestò la sua voce e la sua canzone My Hometown a uno spot elettorale dedicato alla città natale di Biden, Scranton (Pennsylvania). Nel video parla con toni accorati delle difficoltà della classe media americana e della necessità di un leader empatico.

«A Scranton il successo non è regalato, si ottiene con sudore, grinta e determinazione; Scranton non è solo il luogo da cui proviene, è la gente per cui si batte ». Lo spot mirava a presentare Biden come uomo del popolo, vicino ai lavoratori e attento alle difficoltà reali, in contrapposizione all’immagine di Trump, percepito da molti come distante e privilegiato. La partecipazione diretta di Springsteen (prestando voce narrante e canzone) diede a quel messaggio una carica emotiva particolare, data la credibilità di cui gode il Boss presso molti americani della working class.

Non sorprende, quindi, che Donald Trump abbia incluso Springsteen nella lista delle celebrity “nemiche”: non solo per le cose dette, ma soprattutto per la la popolarità di cui figure come quella del Boss godono presso quegli stessi “americani medi” – inclusi quelli bianchi della Rust Belt, le zone industriali degli Stati Uniti in declino da decenni – che Trump ha sempre mirato (con successo) a conquistare.

Post di Trump del 19 maggio scorso: questa volta se la prende un po' con tutti.
Post di Trump del 19 maggio scorso: questa volta se la prende un po' con tutti.

Quando nel 2024 Donald Trump si è ricandidò alla presidenza, Springsteen non è rimase a guardare. Nel momento in cui, dopo diverse pressioni fuori e dentro il Partito democratico seguite al disastroso confronto televisivo con il suo avversario, Joe Biden scelse di non ricandidarsi a favore di Kamala Harris, Springsteen si schierò immediatamente a favore di quest’ultima, diventando uno dei suoi testimonial più in vista.

Il 4 ottobre di quell’anno il Boss diffuse via social media un video di endorsement ufficiale per Kamala Harris. Nella breve clip (pubblicata sul profilo Instagram del cantante e rilanciata dai media) il rocker parla direttamente in camera spiegando che Harris e Walz credono in una visione dell’America che rispetta e include tutti, indipendentemente da classe sociale, religione, razza, orientamento politico o identità sessuale. Nel video di endorsement, il Boss traccia anche un parallelo con i temi ricorrenti della propria musica. «That’s the vision of America I’ve been consistently writing about for 55 years» sottolinea a un certo punto.

Ma nel video del 2024 c’è stato spazio anche per una condanna senza appello di Donald Trump. Springsteen guarda in camera e scandisce: «Donald Trump è il candidato alla presidenza più pericoloso della mia vita» (ed essendo nato nel 1949 ha fatto in tempo a vederne parecchi, da Eisenhower a Trump). Nel messaggio, infatti, Bruce elenca ciò che a suo dire squalifica moralmente Trump: «Il suo disprezzo per la sacralità della nostra Costituzione, per la sacralità della democrazia, per la sacralità dello Stato di diritto e per la sacralità del pacifico trasferimento del potere».

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