Alex Lifeson dei Rush ricorda Neil Pert
Un’intervista per il nuovo disco degli Envy of None è l’occasione per tornare a raccontare i Rush.

Il pretesto è stato quello dell’uscita del nuovo disco degli Envy of None, la band che Alex Lifeson, storico chitarrista dei Rush, mise in piedi nel 2021 insieme a Andy Curran (bassista dei Coney Hatch), Maiah Wynne (giovane cantautrice e voce principale) e Alfio Annibalini (produttore, chitarrista e tastierista). Con l’uscita di Stygian Wavz il 28 marzo scorso, infatti, la radio americana WRIF ha colto l’occasione di intervistare Lifeson per il suo podcast Talkin' Rock with Meltdown; il quale, come è lecito aspettarsi in questi casi, più che presentare il nuovo lavoro si è diffuso soprattutto sulla sua carriera, il suo rapporto con gli altri due Rush e soprattutto su Neil Peart, uno dei più influenti batteristi rock di sempre, scomparso nel 2020 a causa di un tumore.
Per i fan dei Rush e in generale per i cultori del prog rock, Neil “The Professor” Peart è sempre stato infatti una figura leggendaria: vero cultore dello strumento, dotato di tecnica incredibile, inventiva, capacità di fondere generi e stili, non disdegnava l’utilizzo di pad elettronici e strumenti digitali. I suoi assoli di batteria erano memorabili e divennero presto un elemento centrale nei live dei Rush. Come ha scritto il sito Drumeo, «Per gli appassionati di musica e i giovani batteristi di tutto il mondo, "The Professor" resterà sempre un simbolo di genialità, innovazione e della pura gioia che nasce dal seguire le proprie passioni».
Neil Peart è stato anche il principale autore delle liriche dei Rush sin dal suo ingresso nella band nel 1974. La sua scrittura si è sempre distinta per riferimenti letterari, filosofici e fantascientifici. Nei primi anni con i Rush, Peart si concentrò su temi di fantascienza e mitologia, come evidente in album come Fly By Night (1975) e 2112 (1976). Ad esempio, la suite 2112 trae ispirazione dal romanzo Anthem di Ayn Rand, esplorando l'individualismo in contrasto con il collettivismo. Tuttavia, dagli anni '80 in poi, Peart ampliò il suo repertorio tematico includendo argomenti più personali e sociali. Canzoni come Subdivisions (1982) affrontano ad esempio il tema dell'alienazione e delle pressioni sociali.
Nel 1997, nel giro di dieci mesi, Neil Peart perse sia sua figlia Selena, diciannovenne, in un incidente stradale, che la moglie Jackie, morta di cancro (e, secondo Neil, anche di crepacuore). Devastato dal dolore, Peart si ritirò per alcuni anni dalla vita pubblica e musicale. Mentre tutti pensavano che i Rush fossero finiti, lui prese una decisione estrema: salire sulla sua moto e partire da solo, per un viaggio di oltre 88.000 km attraverso Canada, Stati Uniti, Messico e America Centrale. Il risultato di questa esperienza fu il libro Ghost Rider: Travels on the Healing Road (pubblicato in Italia da Tsunami nel 2014 con il titolo di Il viaggiatore fantasma), un diario e assieme un percorso di guarigione dell'anima.
Di seguito i passaggi principali dell’intervista.
WRIF: Eccolo qui, la leggenda in persona! Alex, come stai?
Alex Lifeson: Sto benissimo, e tu?
WRIF: Bene! È un piacere parlare con te, soprattutto perché l’unica volta che ti ho incontrato fu a un meet and greet dei Rush, credo intorno al 2012. E in mezzo a tutto quello che hai fatto nella tua vita, io ti dissi che ti adoravo in Trailer Park Boys [uno show demenziale molto popolare in Canada; N.d.R.]. Oggi posso rimediare!
Alex: Esattamente! Suoni in una band per quarant’anni, collezioni dischi d’oro e di platino, ma poi fai uno show come quello e diventa la cosa per cui sei più riconosciuto. Me lo chiedono più di ogni altra cosa: “Ehi, sei quello di Trailer Park Boys, vero?” Sì, sono io!
[…]
WRIF: Fantastico! Quindi, 13 anni dopo, posso finalmente chiederti qualcosa che non riguardi Trailer Park Boys. Parliamo del disco degli Envy of None, uscito adesso. Domanda seria: Andy Curran è il secondo miglior bassista con cui tu abbia mai suonato?
Alex: Beh, sicuramente è il secondo! (ride)
WRIF: Me l’ha chiesto lui di chiedertelo.
Alex: Me lo immaginavo. Andy è un grande musicista, è in giro da tantissimo tempo. Ha una grande esperienza alle spalle.
WRIF: Come descriveresti il progetto a chi non l’ha mai sentito?
Alex: Direi che la musica è molto cinematografica, un po’ psichedelica, funky, profonda, oscura, a tratti pesante. Ma più di ogni altra cosa è la voce di Maiah a renderla unica. Ha una voce incredibile, ogni volta che la ascolto ne resto stupito. Quando lavora ai brani, invia 25-26 tracce vocali, tutte con riverberi, armonie, tutto già come lo sente lei nella sua testa. È giovane, ma ha un talento e una professionalità straordinari. Siamo fortunati ad averla.
WRIF: Non tutte le canzoni hanno un assolo. Hai una regola, scritta o non scritta, sugli assoli?
Alex: Bella domanda. Negli ultimi anni ho evitato di fare assoli, anche verso la fine del periodo con i Rush. Volevo evitare che sembrassero momenti “dimostrativi”, del tipo “guardate quanto sono bravo”. Per me un assolo deve avere un ruolo nella canzone, dev’essere funzionale. Come nell’assolo di The Story: parte piano, cresce, arriva a un crescendo, e poi rientra Maiah. L’assolo prepara il messaggio finale. Dev’essere sempre al servizio del brano.
WRIF: Ci sono stati pezzi dove avete messo o tolto assoli a seconda dell’effetto?
Alex: Sì, ma di solito erano parte integrante del brano. Penso che molti chitarristi oggi siano “infettati” dal virus del virtuosismo. È come nello sport: tutto diventa più veloce, più spettacolare. Ma su Instagram trovi mille chitarristi che fanno cose tecnicamente pazzesche, e spesso è solo un “guarda quanto sono bravo”. C’è un vecchio scherzo tra chitarristi: “Quanti ce ne vogliono per cambiare una lampadina?” Sei: uno che la cambia e cinque che dicono “anche io so farlo”.
WRIF: Hai detto che non volevi che gli Envy of None venissero paragonati ai Rush.
Alex: Esatto. In partenza c’era quella pressione, qualsiasi cosa facessi veniva confrontata con i Rush. Ma questo progetto è una cosa nuova. Non c’entra con i Rush o con i Coney Hatch [la band precedente del bassista Andy Curren; N.d.R.]. È qualcosa di completamente diverso.
[…]
WRIF: Envy of None è fuori ora. Ma è uscito anche Rush 50, per i 50 anni della band. C’è un sacco di materiale.
Alex: Sì, il cofanetto del 50° anniversario è davvero notevole. Ci sono cose che neanche io ricordavo esistessero! Noi di solito registravamo solo ciò che sarebbe finito sul disco, non accumulavamo tanto materiale extra. Ma qualche frammento qua e là è venuto fuori. E poi ci sono i primissimi singoli, tipo Not Fade Away.
WRIF: Quindi niente outtakes recuperati in vecchie cassette come Ted Nugent?
Alex: No, noi registravamo solo quello che finiva sul disco. Niente riutilizzato poi nei dischi successivi.
WRIF: Hai parlato di Neil. Ho letto Ghost Rider ed è stato un autore pazzesco. Com’era lavorare con lui come paroliere?
Alex: Era incredibile. Intelligentissimo, osservatore attento. Aveva il dono di esprimere cose che tutti potevano sentire proprie. Era molto descrittivo, e le sue parole avevano sempre più di un livello di lettura. Come batterista, era unico. Ho avuto il privilegio di suonare davanti a lui per quarant’anni. Nessuno come lui.
WRIF: Quando avete fatto l’ultimo concerto nel 2015, sapevate che sarebbe stato l’ultimo?
Alex: Sì, lo sapevamo. Neil aveva deciso di smettere di fare tournée. Era stanco, faticava a suonare set da tre ore. Non riusciva a dare il 100%, e per lui non aveva senso continuare. Geddy [Lee, bassista e voce dei Rush] e io sentivamo che c’era ancora benzina nel serbatoio, ma rispettavamo la sua decisione. Ricordo quel concerto, al Forum. Guardavo l’orologio sulla parete, le facce familiari del pubblico. È stato molto intenso, e triste.
[...]
WRIF: Tu e Geddy vi conoscete da una vita, vero?
Alex: Dal 1965, junior high school. Siamo migliori amici da sempre. L’altra sera abbiamo cenato insieme, oggi vado da lui per un caffè. Giochiamo, ridiamo. È il mio migliore amico, e ho avuto la fortuna di suonare con lui per quarant’anni.
[…]
WRIF: Ti manca suonare dal vivo?
Alex: Ogni tanto faccio qualcosa, tipo lo show natalizio di Andy Kim. Quest’anno ho suonato con tutti quelli che si esibivano. Mi piace fare cose locali, piccole, sotto radar. I grandi palchi? È passato un decennio, non mi mancano. Sto lavorando a tanti progetti, sono in un ottimo momento. Mi ero ritirato, ma era noioso. Ora sono di nuovo immerso nella musica. Sono un musicista felice!