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Le settimane e le decadi astrali di Van Morrison

"Uno stralcio di pura bellezza e stupore mistico", diceva Lester Bangs.

Astral Weeks – mai così prima e mai più così dopo. Nato nel magma dell’improvvisazione libera e del flusso di coscienza al retrogusto di Joyce, ha il sapore di una genesi, di un Big Bang che attinge alla materia grezza del folk, del blues, del jazz e della classica per lanciare i suoi semi a una distanza immensa e generare nuova vita. Eppure sta lì, sospeso in mezzo al nulla, in una dimensione altra, etereo e inafferrabile. Un disco imprevisto e insondabile, creativo e magnetico, che nessuno – nemmeno lo stesso Van Morrison – riuscirà mai a bissare.

Fabio Mancini
Fabio Mancini


In the beginning

«Se mi avventurassi nella scia, per i viadotti del tuo sogno, tra cerchioni d’acciaio schioccanti, vicoli e fossati, sapresti trovarmi? Mi baceresti gli occhi? Per lasciarmi poi steso nel silenzio leggero, per rinascere ancora».

Ok, mettiamo di voler credere a uno stronzo che qualcosa ne sa (e non è un caso che tutto inizi da lui):

Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch'essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un'immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l'arte. (James Joyce)

Va bene. Ma da queste prime note e parole che arrivano ai timpani, l’impressione che avrebbe un umano cresciuto in mezzo alla selva e senza nessuna idea della musica sarebbe comunque che il buon Giacomo avesse – perlomeno in questo caso – fatto cilecca. Quello che ci parla – e forse nemmeno parla, ma canta il suono delle parole – è un alieno che sembra non mostrare il minimo accenno di sforzo apparente. Quella prigione dell’anima forse c’è, ma viene squarciata e spazzata via dalla dimensione altra in cui galleggia la registrazione, un nastro primordiale su cui un’entità proveniente dai confini del cosmo ha lasciato le sue impressioni. E lo ha fatto pure senza umiltà, con anzi una certa arroganza nella sua naturale dimestichezza. Altro che cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere: qui si esprime e basta, senza troppe menate. D’altra parte Born to Sing: No Plan B, titola un altro album.

La telecamera allarga la visuale. Il povero primitivo travolto da un’emozione inquantificabile si trova davanti un riquadro dalla cornice verde: la copertina di un vinile, anche se lui non sa cos’è e non sa leggere. A noi invece ci hanno più o meno insegnato (sebbene nessuno ci abbia preparato a tutto questo) e possiamo discernere che, oltre alla faccia di un bizzarro leprecauno capelluto, c’è il nome di un autore e un titolo: Van Morrison, Astral Weeks.

Più o meno così.

To be born again

Una chitarra acustica nel buio, subito affiancata da un contrabbasso e da un’altra acustica tintinnante, due accordi in un loop continuo. Da questi elementi viene snocciolata la prima traccia, che per tutti i suoi sette minuti si installa e rimane in un lembo misterioso dello spaziotempo dove tutto ha una consistenza diversa, e ogni impennata del basso, degli archi – onnipresenti, limpidi, vivaci come acqua corrente – o del flauto lascia un’impronta luminosa nella testa, prendendo la forma complessiva di un grumo di emozione radicato tra la gola e il centro dello stomaco.

Al centro del quadro c’è lui, Van, parole e voce – una voce che non si piega alle note, ma è lei a far fare loro esattamente quello che vuole. Graffiante, spinta su dai polmoni di forza, si impone e si modula seguendo i moti dell’anima. Impossibile ignorarla, anche quando sembra allontanarsi e diventare puro suono, qualcosa di nemmeno più umano, come nelle note alte ma sottilissime del finale, dove si appoggia sul tremolo speculare dei violini, in un saliscendi spettrale seguito da sussurri ripetuti che inducono la trance.

E questo – cazzo – è solo l’inizio.

Un po' scazzato lo era pure da giovane.

Van Morrison non canta le sue parole, ma in quelle si trasforma e le porta come un vestito. Sono immagini, versi liberi in cui vibrano tutta la poesia e lo spleen irlandesi. Uno potrebbe andare a scomodare nomi importanti, ma non serve neanche. Perché è il sangue di chi le ha scritte che le anima, e dentro ci sono la torba, l’odore del whisky e delle chiese di campagna, i cappotti lunghi, il fiato condensato nella notte matta come la nebbia e la neve, la carta da parati dei pub e delle sale da tè, la paura e l’immobilismo della Dublino dei Dubliners, che fanno da specchio a un agglomerato di pensieri e a un’esplosione di musica. Tutto questo parlandoci in realtà da un altro paese, dall’altra parte dell’Atlantico, con altri suoni e altre suggestioni. «In another time, in another place, in another face».

From the far side of the ocean

Quando un'anima nasce in questo paese le vengono gettate delle reti per impedire che fugga. Tu mi parli di religione, lingua e nazionalità: io cercherò di fuggire da quelle reti. (James Joyce)

L’alieno di cui sopra, se ancora ci fossero dubbi, è (nord)irlandese di nascita – per la precisione di Belfast – e all’anagrafe si chiama George Ivan Morrison. Per gli isolani smeraldini, che verso i “loro” artisti hanno una devozione particolare – e non solo per loro, in effetti – si chiama Van “the Man”.

Su questo pare non ci sia dubbio. Sono tutti d'accordo.

Nel 1968, c’era un solo disco sotto il nome Van Morrison in circolazione, Blowin’ Your Mind! – titolo un po’ da vecchio fumetto Marvel scritto da Stan Lee. Registrato a New York, conteneva fra le altre la hit Brown-Eyed Girl. Sicuramente una canzone gradevole, leggera e molto Sixties, ancora oggi ascoltatissima, ma che certo non pare scritta da un venusiano con un livello di coscienza superiore – piuttosto da un ragazzo irlandese con in bocca una gran bella canna e appassionato di musica nera, intenzionato a sfondare nel mainstream, missione per cui era scappato di casa a quindici anni, facendo la spola tra Belfast e gli Stati Uniti, per inseguire vaghi sogni di blues e rock’n’roll con i Them, con cui aveva comunque partorito un pezzo di un certo successo. 👇

Il primo che nomina Umberto Tozzi si becca una craniata.

Il primo album, però, era stato un po’ raffazzonato dalla Bang Records, che aveva in qualche modo aggirato l’autore. Autore che, dal canto suo – per questo ma non solo – non ne era per niente soddisfatto.

Dopo la morte del fondatore dell’etichetta Bert Berns, una bega contrattuale con la vedova Ilene fa terreno bruciato intorno al giovane songwriter. La cosa finisce per sabotargli anche l’attività live – non era nuovo il collegamento della Bang al crimine organizzato, che i club non ci tenevano a inimicarsi – e si risolve addirittura in un tentativo di farlo deportare oltreoceano, dal momento che era ancora cittadino inglese (pericolo a cui scampa sposando la sua ragazza, Janet Rigsbee).

Farò di te un americano, baby.

Straniero in terra straniera, inquieto artisticamente e col conto in banca che piange, Van passa per Cambridge, Massachusetts e finisce a Boston, dove si chiude in una crescente depressione. È necessario, vitale cambiare le carte in tavola.

Se guardi nel buio a lungo, c'è sempre qualcosa. (W. B. Yeats)

Qualche pezzo nuovo era già stato suonato dal vivo, per esempio proprio Astral Weeks, nelle cui parole lo sguardo spaesato dell’emarginato diventava un ruggito, una voglia prepotente di rivalsa e di strapparsi via di dosso la sofferenza, mentre ci si dà coraggio parlando a un poster di Lead Belly. Ma doveva uscire fuori anche il modo per dirlo meglio che he’s got the blues, e il “solo” blues – che comunque gli fa gioco e gli è terreno fertile e materia grezza – non basta per diventare Van Morrison.

Una nuova cifra inizia a emergere, uno stile mai sentito, che mescola in un calderone sì il soul, sì il folk acustico, sì il jazz, ma anche un elemento inedito e non riconducibile a niente di esistente. L’ingrediente segreto, l’incognita, è Van stesso: parole in stream of consciousness, poesia irlandese e attitudine black. Ciliegina sulla torta, una voce che strappa l’anima, nuda e che rende nudi. La pozione magica è pronta: i fumi si spandono nell’aria, trasfigurando la realtà deprimente in qualcosa di eccitante – uno scintillante presagio di grandezza.

On a bluer ocean, against tomorrow's sky

I pezzi di Astral Weeks venivano da qualche altro posto. […] Erano in qualche modo lavori ispirati – per questo le chiamo settimane astrali. (Van Morrison, 2008)

Mentre Van inizia a dare forma al magma che gli ribolle dentro, i produttori vengono a cercarlo per accaparrarselo, ma trovano qualcosa di completamente diverso dai suoi successi di solo uno o due anni prima. Spinto sulla via di Damasco dalla speranza di aggiudicarsi i diritti di una nuova Brown-Eyed Girl, Lewis Merenstein rimane folgorato dal nuovo materiale.

E come dargli torto.
Iniziai a piangere. Semplicemente mi fece vibrare nell'anima, e seppi che volevo lavorare con quel sound. (Lewis Merenstein)

La Warner Bros. Records regala così a Van Morrison la redenzione sperata, e la possibilità di varcare di nuovo la soglia di uno studio di registrazione. Strumentisti provenienti dal jazz e dalla musica classica – il chitarrista Jay Berliner, il batterista Connie Kay, il vibrafonista Warren Smith, il flautista John Payne che già accompagnava Van dal vivo, in realtà sostituito su due tracce da un session-man di cui nessuno ricorda più il nome – vengono trascinati nella dimensione V per due giorni, a improvvisare sulle trances ipnotiche guidate dal druido di Belfast e dal contrabbasso di Richard Davis. Solo gli archi vengono aggiunti a posteriori.

Arrivò una nuvola, e la chiamammo "Van Morrison sessions". Ci saltammo sopra tutti e ci portò via per un po': facemmo quell'album, e atterrammo quando fu finito. (Brooks Arthur, tecnico del suono)
Eccolo, Lewis Merestein – scomparso cinque anni fa, ultraottantenne.

Astral Weeks è diviso in due capitoli, In the beginning e Afterwards. Dopo la prima traccia la coscienza si disperde in Beside You, un brano timeless, sfilacciato, ascoltando il quale è finalmente chiaro che questo non-luogo astrale non ha niente a che fare con la realtà come la conosciamo.

Way across the country where the hillside mountain glide / The dynamo of your smile caressed the barefoot virgin child to wander / Past your window with a lantern lit / You held it in the doorway and you cast against the pointed island breeze / Said your time was open, go well on your merry way / Past the brazen footsteps of the silence easy / You breathe in you breath out, you breathe in you breathe out.

Ruggiti e carezze, onde di marea, poesia a stralci e fotogrammi impressionisti, la danza lenta e sinuosa di flauto e chitarra, il corteggiamento tra voce e contrabbasso. E quel «chi-i-i-ild» finale lunghissimo, graffiato – un istante congelato in un brivido

In missione per conto di Dio.

Di nuovo una luce nel buio, un accordo brillante di FA diesis minore, e parte Sweet Thing, una cura per tutti i mali e un manuale per la felicità.

Hey, it's me, I'm dynamite and I don't know why

Ancora il flauto impertinente, ancora gli archi trascinanti, la batteria come fuochi d’artificio, un dipinto di pura euforia e un fiume di emozione.

Cyprus Avenue, con il suo clavicembalo pungente, inizia un lungo build-up dell’adrenalina, come una premonizione. La lingua si intreccia e le parole muoiono prima di uscire, «before that mansion on the hill», da cui viene la ragazza che lascia impietriti.

«My t-t-t-tongue gets t-t-t-tied / Everytime I try to speak / And my inside shakes like a leaf on a tree».

Dry your eye for Madame George

The Way Young Lovers Do – episodio un po’ diverso perché retto dai fiati e dall’orchestra invece che punteggiato da violini solisti e flauto – è un pezzo trascinante, di grande fascino e presa, ma sembra venire da un altro album di Van Morrison. Nonostante apra il capitolo Afterwards, è a pochi secondi della traccia dopo che si capisce il suo vero scopo: spezzare il flusso, coronare l’arco della tensione montata pian piano finora e chiudere il primo atto.

Perché era tutto apparecchiato per lei, il piatto forte, la regina che siede maestosa sul trono di Astral Weeks: Madame George. Ci si potrebbero scrivere saggi, romanzi e poesie, e sarebbe comunque impossibile anche solo avvicinarsi a rendere la sensazione di estasi che rimane dentro ogni parte del corpo dopo averla ascoltata con il giusto raccoglimento. Raccoglimento che forse non serve nemmeno, perché basta lasciarla partire e lei viene a prenderti a cazzotti, ti impone di darle attenzione e ti rivolta come un calzino, regalandoti un’esperienza che – c’è da giurarlo – non vivrai da nessun’altra parte.

And you think you've found the bag / You're getting weaker and your knees begin to sag / In a corner playing dominoes in drag / The one and only Madame George / And then from outside the frosty window raps / She jumps up and says Lord, have mercy, I think that it's the cops / And immediately drops everything she gots / Down into the street below / And you know you gotta go / On that train from Dublin up to Sandy Row / Throwing pennies at the bridges down below / And the rain, hail, sleet, and snow

Proprio quando credi che sia finita, che gli strumenti se ne vadano in dissolvenza lasciando solo Van a mormorare una melodia a bocca chiusa, ecco che entrano gli archi, gli angeli e gli arcangeli di Dio e tutta la corte di re Oberon con un tema completamente nuovo, una coda che lascia stravolti e senza parole.

Spossati, ci si abbandona alla leggerezza di Ballerina, traccia magnificente e poetica che ha la sola colpa di arrivare subito dopo Madame George. La principessa si prende comunque sette magici minuti per mantenere alta quella sensazione beata ormai interiorizzata, alla fine dei quali hai imparato ad amare anche lei e tutte le sue grazie da carillon. Ti spinge a planare morbidamente verso Slim Slow Slider, l’epilogo scarno, intenso e perfetto, retto come sempre da un contrabbasso grasso e pigro e dove fa la sua comparsa uno stralunato sax contralto.

«I know you're dying, babe / And I know you know it too / Everytime I see you / I just don't know what to do».

Afterwards

Andando a recuperare il nostro sconvolto uomo selvaggio dell’inizio – che realisticamente sarebbe rimasto più indifferente di quanto l’archetipo ci suggerisce (o magari no) – ci sono tante cose che ancora non sa: per esempio, che Van Morrison ha partorito una pletora di capolavori – al di là dei mastodontici Moondance, Veedon Fleece, Saint Dominic’s Preview, Tupelo Honey, Into the Music, quasi in ogni album riesce a mantenersi su livelli miracolosi con la stessa irritante naturalezza – che Astral Weeks è finito in un sacco di classifiche à la page dei migliori dischi di sempre, che l’impatto che ha avuto sulla musica leggera (ma si può veramente dire così, a questo punto?) è ridicolmente grande, che più di un critico musicale ci ha speso parole di venerazione, e un’infinità di altri dati storici e tecnici che lo circondano di un’aura sacra.

Astral Weeks suona come se l'uomo che l'ha creato stesse soffrendo terribilmente, di una sofferenza che i primi lavori di Van Morrison suggerivano soltanto, ma […] c'è un elemento di redenzione nell'oscurità, compassione per la sofferenza degli altri, e uno stralcio di pura bellezza e stupore mistico che attraversa tutto l'album. (Lester Bangs)

Ignora pure, l’amico preistorico, che nel 2008 Van ha suonato per la prima volta tutto l’album dal vivo, all’Hollywood Bowl: il risultato è splendente e a suo modo unico, ma nettamente diverso dal suono fissato sul nastro nel ‘68, irraggiungibile da lui stesso sia negli altri album che tentando di riproporlo live, segno di una congiuntura irripetibile, ispirata e voluta da qualche divinità naturale mai più manifestatasi in quella forma. Mai prima, e mai più dopo: Astral Weeks, con la sua essenza, è contenuto solo in sé stesso.

Comunque, all’ultima nota di Slim Slow Slider ci si ritrova come il nostro Neanderthal. Cioè bambini di nuovo, in attesa che la funzione loop che oggi ci dispensa dal risistemare la puntina del giradischi ci riporti in un grembo materno, in the beginning, dove tutto ha inizio, to be born again, per rinascere ancora e ancora in quella dimensione sconosciuta e meravigliosa.

Cazzo guardi?

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