Humans vs Robots
 
Lungo

Umani contro robot ai tempi di Spotify

Perchè facciamo quello che facciamo

Dove si spiega, non senza una certa compiaciuta prolissità, le origini del progetto Humans Vs Robots, e si introduce il paziente lettore a conoscere chi scrive su queste pagine.


Humans vs Robots venne lanciato ad aprile del 2016. Per l'occasione provai a chiarire (e chiarirmi) il perchè del progetto: esigenze, motivazione, obiettivi. Tutto ancora valido oggi, si intende.

La risorsa scarsa

Per chi è nato ai tempi di Spotify, il concetto di “scarsità” applicato alla musica è difficile da comprendere. Quasi come per mia figlia 7-enne credere che suo padre è stato un bambino senza televisione e senza iPhone (la prima per convinzione dei miei, e il secondo perché Steve Jobs negli anni ’80 stava ancora dietro al Macintosh). “Ma almeno la lavapiatti c’era”? Sì tesoro, c’era. E no, il nonno non andava a caccia di brontosauri per rimediarci una cena.

Per chi si può permettere di immolare 10 euro mensili (€ 9,99, per la precisione) sull’altare dello streaming musicale, e non fa parte dalla ristretta cerchia snob (peraltro mai così numerosa come da quando la musica s’è fatta digitale) votata al vinile e agli amplificatori a valvole, la risorsa scarsa non è più la musica con i suoi bei supporti fisici, che si chiamino vinile, o metacrilato, o il nastro della cassetta da riavvolgere con la Bic.

La risorsa scarsa è il tempo. E quello nessuno lo vende.

Semplicemente, non c’è tempo per ascoltare tutto quello che pur tecnicamente si potrebbe, quei 30 milioni di brani di Spotify e Apple Music, 35 di Deezer, e via enumerando. Sbattuti nel mare magnum della musica in streaming, affoghiamo ogni giorno nell’abbondanza dell’offerta, e come l’asino di Buridano rischiamo di morire di inedia, oppure rimanere avvitati ai nomi e ai dischi e alle canzoni che abbiamo imparato ad amare quando tutto era più difficile (per procurarsi un disco bisognava addirittura uscire di casa!), più caro (tipo 25 euro per un cd)… e si era più giovani.

Non abbiamo più voglia di caprese

Il senso di smarrimento di fronte all’imponenza dell’offerta: una sensazione nota. La stessa di quando siete al ristorante e il cameriere vi snocciola a memoria le 30 portate del menù, ignorando che voi gli sareste ben più grati se vi potesse dare un suggerimento, un consiglio, un’indicazione che vi risparmi l’imbarazzo di scegliere tra nomi di piatti che non vi dicono niente. L’usanza del “piatto del giorno” deve essere nata così, come iniziativa umanitaria nei confronti dei clienti imbarazzati e tentennanti che nel dubbio finivano regolarmente per ordinare una caprese.

L’esigenza dietro la music discovery è assolutamente analoga: siamo affamati, ma ci sentiamo persi di fronte a un menù con 30 milioni di piatti. E non abbiamo più voglia di caprese.
Dov’è il cameriere disposto a farci da guida, da Virgilio, da chaperon? Fratello, dove sei?

C’erano una volta le riviste. E i blog

Certo, le riviste musicali sono ancora lì; come categoria almeno, perché in realtà la popolazione s’è alquanto decimata. D’altra parte lo dicono i numeri (fonte: Edison Research, via Statista: The internet trumps radio in music discovery): ai fini della music discovery, già nel 2010 solo il 3% degli americani ricorreva alla carta stampata; nel 2015 era sceso all’1%. La televisione sopravvive, la radio è ancora forte, sebbene in calo; quello che cresce è, ovviamente, internet. Ma quale internet?

Dalla fine degli anni ’90 l’offerta della sedicente critica musicale s’è arricchita di decine e decine di blog e webzine. Ne ho fatto parte anch’io — un periodo decisamente interessante, e molto divertente. Ma le webzine, partite come semplice trasposizione delle riviste su internet — diverso medium, stessi contenuti organizzati su news, recensioni, interviste, report di concerti — hanno presto mostrato la corda. Niente soldi. Pochi contenuti multimediali. Grande concorrenza. La gente che non legge. E, last but not the least, scarsa fruibilità sul mobile, che oggi cuba più della metà del traffico internet.

Per cui, grazie Rolling Stone, grazie Mojo, grazie Rumore. Grazie Pitchfork (mai letta, troppo verbosa, ma pur sempre un punto di riferimento), grazie DIS, grazie Pop Matters. Ma molto del presente, e quasi tutto il futuro, è altrove. Passa per i social media, per le applicazioni web e soprattutto mobile, per gli stessi major player dello streaming (Spotify, Deezer, Apple Music… Rdio no, che è recentemente defunto), che come perfetti pusher digitali sanno bene che per mantenersi i clienti è necessario proporre loro roba sempre nuova.

Se ti piacciono gli spaghetti, allora prova le orecchiette!

Rispetto alle riviste e ai blog, le applicazioni di music discovery degli ultimi anni propongono un approccio radicalmente nuovo: nessun fratello maggiore di riconosciuta competenza e pregevoli frequentazioni musicali a suggerire cosa ascoltare: solo algoritmi più o meno sofisticati che cercano di dare a ciascuno il suo, mettendo insieme un po’ di informazioni. I tuoi gruppi preferiti. Le tue canzoni preferite. Le canzoni preferite dai tuoi amici. (Ma ho degli amici con dei gusti pessimi!) Quelli che ascoltano i Keane ascoltano anche i Coldplay. (Davvero?) Quelli che ascoltano i Coldplay ascoltano anche Rihanna. (Ah sì?!) Quelli che ascoltano Rihanna ascoltano anche Beyoncé. (Ma non è vero! Non la sopporto Beyoncé!)

Tutto questo sforzo di scavare nelle abitudini altrui avrebbe un che di voyeuristico, se Amazon non ci avesse già abituato alla cosa. Ti piace Wilbur Smith? Prova Fabio Volo! (Uccidetemi.)

Dimmi qualcosa che non so

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Spotify quel che è di Spotify: in realtà succede abbastanza spesso che questi famigerati algoritmi scandaglianti i big data delle nostre preferenze on line ci azzecchino. Ma in questo caso, allora, il problema diventa un altro: i suggerimenti in funzione delle proprie preferenze, le playlist ritagliate sul proprio personale profilo di ascolto tolgono di fatto all’attività di music discovery gran parte della — passatemi il termine, e il concetto — poesia legata alla discovery. Sono suggerimenti compiacenti, non sfidanti. E senza sfide all’altezza della nostra fame di musica, dov’è il gusto?

Humans vs Robots nasce più o meno da qui, da queste considerazioni: la vastità dell’offerta musicale a disposizione, la difficoltà ad orientarsi, il limite insito nel fornire dei suggerimenti automatici di ascolto che, anche quando funzionanti, sono comunque tesi a trovare l’analogo, il simile, il poco distante.

Per attitudine, filosofia e se non altro conclamati limiti tecnologici, HVSR se ne fotte di algoritmi e preferenze musicali del singolo, dei suoi amici e dei suoi parenti. E in barba al crowdsourcing e allo user generated content e a un’altra mezza dozzina di tendenze (im)maturate negli ultimi anni, ci arroghiamo, nella nostra molto poco humble opinion, il diritto di segnalarvi le novità che vale la pena ascoltare.

Nella speranza di dirvi qualcosa che non sappiate già.

Già che sei qui…

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Umani contro robot ai tempi di Spotify fa parte di una serie più ampia, chiamata Fenomeni.
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Fenomeni 
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