Cerca
Tracce
Longform
Umani
About

Decenni

Tutte le ferite ancora aperte degli Sparklehorse

20 anni di 'Good Morning Spider': un primo (e inutile) tentativo di rimettersi in piedi.

Mark Linkous ha vissuto (troppo poco) in un mondo tutto suo, fatto di cieli lividi e strade senza nome, costantemente afflitto da una perenne nausea post-sbornia d'amore. Nel secondo album a nome Sparklehorse avvolge le sue nenie crepuscolari con un lenzuolo scuro lasciato a inzupparsi in una pozzanghera di sporcizia lo-fi che qualunque altro artista, come prima cosa, avrebbe asciugato via. Suona male, messa così? Peccato, perché la verità è che il risultato appare ancora così bello da spezzare il cuore.

Simone Fiorucci Simone Fiorucci | 12.11.2018 | Condividi su Facebook o Twitter

My Baby's Got The Bends

Questa storia, come buona parte della storia del rock degli ultimi vent’anni, ha qualcosa a che fare, seppur marginalmente, con i Radiohead. Ammesso che i Radiohead possano essere visti, anche solo per un attimo, come qualcosa di marginale nella storia del rock degli ultimi vent’anni.

Londra, inizio 1996.

È uscito da poco un album dal nome impronunciabile: Vivadixiesubmarinetransmissionplot. In Italia qualcuno lo scambia per una ristampa del primo disco di Elio e Le Storie Tese o comunque un’altra loro boutade in lingua singalese, ma in realtà è il debutto di una band chiamata Sparklehorse e il suo titolo bizzarro non è del tutto campato in aria, visto che — si narra — ha qualcosa a che fare con un sogno ambientato ai tempi della guerra civile americana, che vede come protagonisti il generale Robert E. Lee e un gruppo di jazzisti anni ‘20 chiusi a suonare sott’acqua, dentro un sottomarino. Cominciamo bene. Se cercavate qualcosa di razionale, lineare e soprattutto a lieto fine… possiamo salutarci qui.

Diventato subito, per gli amici (e come protesta contro la lobby dei creativi che di mestiere inventano gli scioglilingua), Vivadixie, vede tra i crediti un buon numero di musicisti che fino a quel momento hanno provato a tirare un po’ a campare — senza particolare successo — nel panorama indie d’oltreoceano (su tutti David Lowery dei Camper Van Beethoven, Johnny Holt degli House of Freaks e Bob Rupe dei Silos), ma fondamentalmente è il frutto dell’incontro tra mente geniale e un po’ disturbata di un certo Mark Linkous e un registratore usato (un Tascam 688 a otto canali, di cui solo sette funzionanti, per la precisione).

Mark Linkous con la sua Moto Guzzi d'epoca, quando ancora pensava che il r'n'r fosse un film con Dennis Hopper.

Cresciuto a Clintwood (una cittadina dal nome buono per l’ambientazione di un film western, sempre che qualcuno abbia il coraggio di girare un film western nel deserto bucolico della Virgina rurale), Linkous ha passato buona parte della sua adolescenza a scorrazzare per la zona atteggiandosi a cazzuto “easy rider” (per un certo periodo ha addirittura fatto parte di una gang di motociclisti, The Pagans), a imparare a suonare la chitarra da autodidatta sul campo nelle file di svariate formazioni hard-glam di cui si è persa sia traccia che memoria (tutte meno una: i losangelini Dancing Hoods, con la quale è riuscito a sfornare due album e un EP appena dignitosi e ad avere i suoi famosi quindici minuti di notorietà, partecipando a un programma su MTV) e soprattutto a farsi di eroina un giorno sì e l’altro pure.

MTV's '120 Minutes', 1988 - un po’ Soul Asylum, un po’ Poison: insomma, una roba che puzzava di stantio da lontano già ai tempi di Reagan.

Fin qui, niente di nuovo sotto il sole della West Coast. Nel senso, potrebbe essere l’ennesima, inutile storia di musica tossica finita presto (e potenzialmente male) nel dimenticatoio del rock, seguendo i classici binari che vanno dalla ricerca vana di un qualche successo dritti verso l’ultima overdose. Non fosse che, a far deragliare il racconto, ci pensa l’anonimo DJ di una radio californiana che, in barba a qualunque logica commerciale, decide un giorno di trasmettere una strampalata versione minimalista di Jesus’ Blood Never Failed Me Yet del compositore inglese Gavin Bryars: le sei parole del titolo biascicate in loop per diciannove minuti da un barbone su un tappeto di orchestra d’archi, con l’accompagnamento vocale di Tom Waits. Potremmo chiamarlo “lo-fi concettuale”, se non suonasse come un ossimoro anche solo a pensarlo.

Comunque, Mark ne rimane semplicemente folgorato e decide che quella su cui ha sgommato senza grandi risultati fino a quel momento NON è la sua strada: si impone un durissimo anno sabbatico di disintossicazione e, una volta uscitone relativamente pulito e profumato (se si esclude una depressione nemmeno troppo latente ma contenibile a livello farmacologico), si mette al lavoro su una manciata di pezzi propri, cercando di perfezionare una forma di songwriting personale e intimista che finirà per lasciare non pochi segni, sia addosso a lui stesso, che nelle orecchie del suo nuovo pubblico.

A quel punto rinunciai a diventare a tutti i costi una popstar e me ne tornai a Richmond con l’unico obiettivo di chiudermi in casa e comporre buona musica.

Mark Linkous

Viva (più ne parli e più sei autorizzato a contrarre il titolo, come con un conoscente con cui prendi via via maggiore confidenza) si fa un certo nome nel circuito delle college radio, anche se alla fine della fiera vende il giusto. In ogni caso permette a Sparklehorse di aprire per gente di un certo livello (Vic Chesnutt, Son Volt) e, cosa più importante, cattura l’attenzione di Thom Yorke e Jonny Greenwood, che offrono a Linkous e compagni l’opportunità di seguirli in alcune date inglesi di “riscaldamento”, programmate per la seconda metà del 1995, in preparazione della partenza ufficiale del tour promozionale di The Bends, prevista per il marzo dell’anno dopo.

Mark non è troppo convinto, percepisce il peso asfissiante del confronto con quella che già promette di essere una delle più grandi rock band degli anni duemila, ma è consapevole che l’occasione sta nel mazzo di quelle che non capitano due volte nella vita. Si imbottisce di antidepressivi, quindi, e vola alla volta della terra d’Albione, pur sapendo in anticipo che l’atteggiamento dimesso che si sente addosso già in partenza non gioverà all’impatto che i suoi set avranno sulla critica anglosassone.

Volete sapere come suona il gruppo di apertura di stasera? Prendete i Radiohead nei loro momenti più tristi e abbandonateli nel bel mezzo del deserto del Nevada: leggermente "grungy" quando riescono a tirar fuori un po’ di energia — non spesso, quindi —, delicati e carini il resto del tempo… precisi e puntuali, ma senza pretese.

Robin Morley su Raw, recensione del concerto al Town And Country Club di Leeds, 1 Novembre 1995

Insomma: i presupposti perché ogni cosa vada in vacca senza passare dal via ci sono tutti. Infatti, nel gennaio ‘96, immediatamente dopo uno show a Londra, Linkous collassa nel bagno sua stanza di hotel, sotto l’effetto di un mix di Valium, alcol e non si sa bene quali altre sostanze stupefacenti. Rimane incosciente per circa un quarto d’ora, finché una donna delle pulizie non lo trova nella posizione più sfigata che la sorte può regalarti quando decide di farti svenire senza preavviso sopra la moquette sporca di un albergo di Brixton, ovvero con entrambe le gambe piegate a 180° sotto il peso del resto del tuo corpo. Quando i paramedici tentano di rianimarlo, riportando i suoi arti in una posa più consona, il rilascio improvviso del potassio accumulato durante tutto il tempo in cui la circolazione del sangue è rimasta bloccata dà al suo cuoricino una botta insostenibile, alla quale quello reagisce nella maniera più drastica e permalosa: fermandosi all’improvviso.

Clinicamente morto per una paio di minuti abbondanti: questa la diagnosi successiva che lo porta diretto al St. Mary’s Hospital, dove rimarrà ricoverato per i tre mesi successivi, nel tentativo di convertire le previsioni iniziali (riassumibili in “avete già contattato qualcuno per organizzare il funerale?”) prima nella prospettiva di perdere entrambe le gambe, poi in quella di dover convivere per sempre con un paio di stampelle e infine in una leggera, innocua zoppia.

Mi fecero accomodare nella "grieving room", una stanza preparata apposta per accogliere coloro a cui dare brutte notizie, cioè i parenti di qualcuno che era venuto a mancare.

Paul Monahan, tour manager della band

Alzati e cammina!

Incredibile a credersi, a novembre sarà di nuovo su un palco, a suonare e cantare comodamente seduto su una sedia a rotelle. Tutto è bene quel che finisce bene, diremmo in questi casi. Se non fosse solo l’inizio.

Una delle prime apparizioni dal vivo dopo la dimissione dall’ospedale, il 27 novembre del 1996, in occasione del programma della TV francese 'NPA Live': la canzone è 'Rainmaker' e suona sufficientemente rock anche da seduti.

Sì, perché questa tragedia sfiorata si rivelerà la croce e la delizia della carriera di Sparklehorse da quel momento in avanti, una seconda opportunità insperata, un nuovo inizio dalle proprie ceneri quando le polveri sembravano ormai definitivamente bagnate.

Da un lato sarà inevitabilmente l’ispirazione principale per il secondo lavoro della band; dall’altro impedirà per lungo tempo di valutarlo con il dovuto distacco, senza il filtro di pura, curiosa compassione con cui si fa fatica a non ascoltare quello che a tutti gli effetti è il disco di uno che è resuscitato, che ha fatto un salto all’altro mondo e ne è tornato abbastanza provato: confuso ma beatamente spaesato, sorridente eppure infelice quanto basta per non lasciare indifferente chi s'impiglia nell’ascolto.

Animali fantastici e come suonarli

Una copertina meravigliosamente triste, courtesy of Mr. Linkous himself. O tristemente meravigliosa. Ma non così meravigliosa come la musica che "rappresenta". E nemmeno così triste.

Good Morning Spider esce nell’estate del 1998, ma ha già l’odore intenso dell’autunno inoltrato e i colori pastello di una stagione solitaria e popolata da ectoplasmi apparentemente innocui, quasi amichevoli.

Probabilmente non sarebbe corretto definirlo un lavoro che si sviluppa su più livelli, nonostante la presenza di innumerevoli strati contrapposti al suo interno sia un dato di fatto: semplicemente, è come se tutti quei sottili piani sfalsati collassassero, senza spezzarsi, su un unico pavimento e poi qualcuno ti chiedesse di camminarci sopra a piedi nudi per sentire l’effetto che fa. È un disco allo stesso tempo inquietante e tenero, incazzato e romantico, a tratti giocoso, sempre ammantato in un’estetica sognante che fa convivere tutti gli ingredienti nelle giuste dosi.

Sparklehorse, tecnicamente, è sempre stata una band. Ai tempi contava, tra gli altri, Scott Fitzsimmons, Johnny Hott, Scott Minor e Paul Watson, che recitavano in secondo piano il ruolo di quelli che suonano in un gruppo in cui il fenomeno è un altro — quello lì con gli occhiali steampunk.

Come spesso accade nelle ricette più incasinate, una buona parte del merito va agli arnesi con cui le materie prime vengono impastate: in questo senso, più che a una vera e propria attrezzatura siamo di fronte a un mercatino delle pulci, in cui un intero banco di strumenti di seconda mano — wurlitzer, vibrafoni, violoncelli, harmonium, concertine e ogni genere di giocattoli — si mette d’accordo per creare paesaggi sonori protetti da una fragile crosta sperimentale che però, appena incrinata, lascia subito fuoriuscire un dolcissimo nucleo liquido di melodie smaccatamente pop.

Ho un sacco di tastierine da quattro soldi, un aggeggio che mi pare si chiami optigan e un modulo di synth con dentro un miliardo di suoni che non riuscirei a utilizzare tutti nemmeno in un centinaio di dischi. Poi ho trovato nella soffitta di un amico un piccolo Casio SK-1 con un campionatore integrato; il mio microfono preferito, invece, l’ho recuperato in una discarica. Mi piacciono molto anche questi intercom wireless degli anni ‘50 che ho preso a un’asta di roba proveniente dallo studio di un dentista.

Mark Linkous

Fin dal titolo, Good Morning Spider è un album in cui le persone sono praticamente assenti: c’è ogni tanto qualche sparuto riferimento a un generico “you”, un paio di volte si citano un “he” e una “she” senza faccia, ma la maggior parte degli esseri viventi sono animali o addirittura idee e concetti tanto immensi quanto ambigui (come quelli di anima, solitudine, tristezza) che, senza la minima titubanza, diventano veri e propri personaggi protagonisti di “sad and beautiful stories”, all’insegna di una “melacholia” surreale, cosmica ed eterna che — appunto — trascende la dimensione umana, in quanto insita nei cicli vitali della natura o nascosta nella sua trasposizione fantastica e mitizzata: cani che tornano indietro dall’inferno, insetti che tessono tele e costruiscono bozzoli ben consci che andranno distrutti nel giro di una giornata, farfalle che muoiono durante l’inverno e ricompaiono a primavera, uccellini che si buttano dal nido per farla finita e corse sfrenate per provare a salvarli, gente che si sveglia nello stomaco di un cavallo e non fa una piega, cavalli che si accorgono che qualcuno si è svegliato nel loro stomaco, danno di matto e cominciano a battere la testa sul cancello di un cimitero.

Static King

D’altronde tutti i piatti (potete chiedere a vostra nonna per conferma), oltre che i sapori dei singoli elementi che li compongono, prendono spesso il profumo della cucina in cui sono stati preparati; anche questo non sfugge alla regola.

Nel senso, provate a guidare attraverso la Contea di Buckingham dopo aver infilato nell’autoradio un disco di Sparklehorse e vedrete che tutti i pezzi del puzzle andranno al loro posto come per magia: ogni strato di spazio e tempo, di presente e memoria che sta scorrendo davanti a vostri occhi, fuori dai finestrini — e che serve per creare qualcosa di così delicato e complesso come la musica che state ascoltando — finirà per incastrarsi alla perfezione nel successivo, mettendo così finalmente d’accordo vista e udito. Rampicanti che sembrano inghiottire i tronchi degli alberi, muschio che copre pudicamente le lapidi delle tombe sparse qua e là e tutta la vacuità infestata dei campi da battaglia della Guerra Civile: c’è una serenità irreale, oggi, ma è una serenità appesantita da una Storia il cui ricordo non evoca che fantasmi.

Ecco: le diciassette (un numero — guarda caso — che gli scaramantici ancora non hanno deciso se porta fortuna o sfortuna) tracce di Good Morning Spider ti seguono proprio alla stregua di fantasmi, senza disturbare ma allo stesso tempo facendoti percepire distintamente la loro presenza, come si conviene a dei mantra registrati nel più completo isolamento, dentro una casa costruita oltre cent’anni fa (risalente al diciannovesimo secolo — 1850 circa) in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini.

Andersonville, infatti, è un “false friend”, nel senso che, nonostante contenga al suo interno la parola “ville”, sta a un’ora e mezza di macchina dall’agglomerato urbano più vicino e forse ancora più lontana da un qualunque accenno di vita sociale: un’ora e mezza di nulla meraviglioso, fatto di boschi e ruscelli, in cui può succedere di dover frenare bruscamente perché un coccodrillo sta attraversando la statale o di farsela addosso perché un orso ti si è seduto sul cofano mentre sei fermo al passaggio a livello.

Pare la capanna di Unabomber e invece è uno studio di registrazione.

Andersonville è appunto il posto dove si trasferiscono Linkous e la moglie Teresa, una volta tornati negli States: la fattoria che affittano è un po’ malmessa ma decisamente grande, così una parte diventa il posto adatto dove rifugiarsi tra un tour e l’altro per comporre le nuove canzoni. Viene battezzata Static King e, più che a un vero e proprio studio di registrazione, assomiglia a una falegnameria in cui un musicista in crisi ha accatastato temporaneamente tutte le sue cose: c’è una consolle a 16 piste, un tappeto di cavi intrecciati a vecchi amplificatori a valvole, un arsenale di synth analogici, qualche chitarra scorticata e tutti gli strumenti d’annata elencati in precedenza, compreso un violino tedesco che Mark sostiene di aver comprato per venti dollari da uno spacciatore di crack che aveva ospitato durante una tempesta di neve.

La prima parte di un documentario girato nel 1998 dalla regista olandese Lotje Ijzermans: minuto sei, circa — Mark Linkous prende una vecchia chitarra e chiede all’interlocutore di annusarla. «Senti? Sa di buono», dice. «Sa di legno, di vecchia signora… e, infatti, l’ho presa da una donna che la suonava in chiesa, negli anni ‘60».

I hate being bipolar, it’s awesome

Così, inevitabilmente, i pezzi del disco condividono questa atmosfera, ognuno a gocciolare dentro l’altro senza soluzione di continuità, come un dolore inesorabile, costante ma che mai oltrepassa la soglia di sopportazione, come la morfina che scende dalla flebo a intervalli regolari e speri che mai si fermi. Non ci sono pause (era un disco fastidioso, per i primi pirati digitali di fine anni ‘90, di quelli che bisognava masterizzare in disc-at-once): loop di organo che non finiscono in una traccia ma continuano in quella dopo, il fruscio di un nastro che gira a fare da sottofondo per tutta la durata dell’album, macchinari che si fermano e ripartono senza sosta, il suono tagliente delle dita che si spostano sulla tastiera di una chitarra acustica.

Good Morning Spider è forse il lavoro dove è più accentuata quell’aura di bipolarismo sonoro che caratterizza tutta la discografia di Sparklehorse: ballate minimali, fragili e disorientate da cantare sottovoce (Painbirds, Saint Mary, Come On In, Maria’s Little Elbows, Hundred of Sparrows), spazzate via da raschiate di grezzo rock melodico distorto male, urlato peggio ma sempre vomitato fuori con estrema cura (Pig, Sick of Goodbyes, Cruel Sun, Ghost of His Smile).

Un esempio della fase "up" del disturbo di bipolarismo sonoro: 'Pig', la canzone in cui Mark Linkous maledice gli dèi perché il suo corpo non risponde più ai suoi comandi come prima dell'incidente. Il video, diretto da Sophie Muller, è stranamente frenetico per gli standard di Sparklehorse e vede come protagonista una specie di Freddie Krueger truccato da Marilyn Manson che, alternativamente, corre in un bosco o si dondola su una sedia come qualche anno prima faceva Kurt Cobain nel video di 'Heart Shaped Box'.
Un esempio della fase "down" del disturbo di bipolarismo sonoro: 'Saint Mary', la canzone dedicata alle infermiere dell'ospedale londinese in cui Linkous fu ricoverato per dodici settimane nel 1996. Il video, diretto ancora da Sophie Muller, è fatto prevalentemente da riprese sott'acqua in cui non si vede più o meno nulla.
Un esempio degli intermezzi pubblicitari tra le due fasi: il video della titletrack si dipana attraverso una manciata di scarabocchi in cui, con un po' di fantasia, possiamo effettivamente vedere un ragno e la sua ragnatela.

Campionamenti di batteria insicuri, texture di sintetizzatori gorgoglianti e tutta una serie di suoni di chitarra ispirati a un indie rock indistintamente lo-fi o hi-fi sono intervallati da intermezzi quasi cacofonici, piccoli sketch sonori di autocommiserazione non si sa quanto autoironica, come se il tutto fosse registrato grossolanamente da una radiolina AM senza troppe pretese.

Eppure la cosa fila via liscia come l’olio e suona in ogni momento estremamente accessibile, inspiegabilmente orecchiabile, raffinatamente grezza e studiata in ogni suo minimo dettaglio DIY, a ribadire il paradosso che accompagnerà Linkous per il resto dei suoi giorni, costantemente invischiato in un’area grigia di transizione tra sonno e veglia, oscurità e innocenza, lucidità e confusione, vita e morte e, in generale, bene e male.

Boicottare se stessi

C’è qualcosa di genericamente "punk" in tutto ciò, sia a livello sonoro (nei pezzi più tirati, appunto) che, soprattutto, in termini di atteggiamento. Ma se il punk originale spingeva forte il pedale di una finta spontaneità ad ogni costo e di una volgarità sguaiata al punto da risultare a tratti artefatta, Linkous trova il senso delle sue composizioni in dettagli che il punk aveva ignorato, sfiorando ogni volta la purezza del pop-anthem e scarabocchiandola, giusto un attimo prima di raggiungerla, con un infinito catalogo di imperfezioni create su misura.

Esempio emblematico di questa forma, quasi patologica, di auto-boicottaggio è Chaos of the Galaxy / Happy Man.

Dichiarata la sua natura già nel titolo, prende l’essenza del significato di medley e la porta alle sue estreme conseguenze nel giro di quattro minuti e mezzo. Inizia con qualcuno che sta cercando un piccolo riff davanti a un piano elettrico, ma il tentativo non sembra essere troppo convinto né avere troppa fortuna, visto che in trenta secondi sfuma frustrato in un gracchiare sonico di elettricità statica (è la radiolina di cui sopra che non riesce — non vuole — trovare la frequenza giusta) che va avanti per un tempo superiore a quello che un ascoltatore medio può riuscire a sopportare. Il cuore della questione si comincia a intravedere (per chi ha avuto la pazienza di arrivarci) solo dopo il secondo minuto ed è il nucleo di quella che, senza mezzi termini, è una potenziale hit da MTV: un giro di chitarra proto-grunge sbracatissimo e un ritornello a dir poco pop(ulista) («all I want is to be a happy man») che, sparati insieme, sembrano fatti apposta per entrarti in testa indipendentemente dalla tua volontà. Il talento di Mark sta proprio nel riuscire a far sì che il tutto, preso nel suo insieme, abbia un senso immediato e non appaia figlio di una sessione di sovraincisioni fatte a occhi chiusi da un fonico ubriaco (e sordo); comunque è decisamente troppo anche per un mainstream di bocca buona come quello dell’epoca che, dopo la sbornia di distorsione presa a Seattle, è abituato ad accogliere nel cassetto dei successi roba sì non propriamente patinata, ma non così poco patinata.

Quelli dell’etichetta discografica chiesero espressamente una radio edit di 'Chaos of the Galaxy / Happy Man', una versione ripulita e tirata a lucido da usare come singolo, intitolato, appunto, solo 'Happy Man'. Per tutta risposta, Mark disse loro che non si poteva fare, perché i nastri originali erano bruciati in un incendio. La cosa era ovviamente un’emerita stronzata, ma lui era fatto così: ancora non l’avevano pagato e faceva fatica a comprarsi da mangiare, eppure non sentiva cazzi… aveva in testa un’idea ben precisa di come ognuno dei suoi pezzi dovesse suonare e quell’idea ben precisa era quella che doveva finire sul disco, esattamente così come l’aveva in testa.

Paul Monahan

Capitol-izzare o Capitol-are?

Guardato da un altro lato, questo aneddoto la dice anche lunga su come l’industria musicale sia cambiata negli ultimi due decenni: onestamente e con tutta la buona volontà che uno ci può mettere, al giorno d’oggi quale major darebbe fiducia (e soprattutto completa carta bianca) a un tipo come Linkous come fece la Capitol nel ‘98 con Good Morning Spider?

Trovo che nessuna delle canzoni di Sparklehorse sia particolarmente strana, né tanto meno inaccessibile. Un sacco di gente invece, specialmente in America, pensa che siano bizzarre o sperimentali. "Sperimentale" è una parola che piace parecchio a certi personaggi del settore, al punto che non fanno che usarla a sproposito. A me, sinceramente, i miei pezzi non sembrano per niente sperimentali e men che meno, come ho detto, strani. A me sembrano strani i Blink 182.

Mark Linkous

D’altra parte erano tempi in cui giravano così tanti soldi nell’ambiente che, una volta che avevi nel roster gente come i Coldplay, i Foo Fighters e Robbie Williams, ti eri già assicurato in saccoccia i tuoi svariati milioni di dollari di fatturato annuo e potevi permetterti da un lato di produrre tutta la merda che ti passava tra le mani, anche solo per sfizio (non è questo il caso); dall’altro di poter dare a chi ritenevi avesse del potenziale tutto il tempo di cui aveva bisogno per sbocciare (in senso commerciale) definitivamente, anche correndo il rischio che questo non avvenisse mai, garantendoti comunque un buon ritorno di immagine nei panni del mecenate che coltiva talenti senza guardare troppo alla monetizzazione (è proprio questo il caso).

Tutti i dischi di Sparklehorse usciranno per la Capitol/EMI (in un solo caso per una sua sotto-etichetta, la Astralwerks), ma mai raggiungeranno i numeri (a maggior ragione considerando il fatto che erano anni in cui i dischi si vendevano sul serio) che qualcuno ai piani alti aveva sperato.

Paradossalmente, la fama di Mark Linkous come autore crescerà esponenzialmente di album in album (soprattutto tra i colleghi) e già dal successivo lavoro praticamente tutti i maggiori esponenti di un certo tipo di rock (oggi qualcuno direbbe “radical chic”) faranno la fila per collaborare con lui.

L'iconica foto della campagna promozionale di 'Dark Night of the Soul', che vede David Lynch in mezzo ai suoi due animali preferiti del periodo: Danger Mouse e Sparklehorse.

It’s A Wonderful Life (2001) vedrà la partecipazione di Nina Persson dei Cardigans, PJ Harvey, John Parish, Tom Waits e Joan Wasser (Joan As Police Woman), mentre Dreamt For Light Years in the Belly of a Mountain (2006) segnerà l'inizio della sinergia con Brian Joseph Burton (Danger Mouse). Proprio a quattro mani con Burton verrà composto Dark Night of the Soul che, più che quella di un disco, avrà la forma di una cerimonia degli Oscar, con ogni traccia scritta ad hoc per il relativo ospite (e parliamo di gente del calibro di Wayne Coyne dei Flaming Lips, James Mercer degli Shins, Gruff Rhys dei Super Furry Animals, Jason Lytle dei Grandaddy, Julian Casablancas degli Strokes, Black Francis dei Pixies, fino a Suzanne Vega, Iggy Pop e David Lynch) e che, nonostante fosse già pronto a inizio 2009, uscirà a nome Danger Mouse & Sparklehorse — a causa di una diatriba sui diritti d’autore che vedrà scendere in campo direttamente i legali della EMI — il 12 Luglio del 2010, ovvero quando ormai sarà troppo tardi.

Flash-black

Troppo tardi nel tempo, rispetto a un’altra data — il 6 Marzo dello stesso anno — troppo tardi nello spazio, rispetto al giardinetto di una casa di North Knoxville, Tennessee, dove Mark Linkous si sta trasferendo temporaneamente, ospite del suo compagno di band Scott Minor, mentre tenta di raccogliere i cocci del suo matrimonio ormai in frantumi.

Il 6 Marzo 2010 è un sabato. Shelbourne Road potete trovarla su Google Maps, se proprio volete: è disponibile anche la street view, perché le vie del feticismo sono infinite. Puoi muoverti tra le collinette di Alice Bell Road, barcamenarti come ti viene, indeciso se andare a destra o a sinistra, oltre il bivio con Buffat Mill Road, perderti a contare le vie che intrecciano Washington Pike, lasciarti incuriosire dal curvone che accompagna il fiume lungo Washington Ridge. Puoi immaginare una primavera improvvisa, leggermente anticipata, incastrata nel primo sabato di marzo, uno zampillo di sole sopra l’inverno che se ne va, notare un uomo che esce dalla casa e si avvicina al cancello di legno. Non c’è un’anima viva in giro, nemmeno i cani a godersi il tepore inaspettato nel cortile. Puoi zoomare con la rotella del mouse, vedere l’uomo che si dirige in un vicolo sul retro: ha un pizzetto scuro leggermente brizzolato e degli occhiali grossi, con la montatura nera. Si siede per terra, la schiena appoggiata a un albero, ha in mano un fucile, lo guarda un attimo e se lo punta al petto.

Beretta? Smith & Wesson? Da qua, a otto anni di distanza, non si riconosce il modello.

6 Marzo 2010 — Gli investigatori del Dipartimento di Polizia di Knoxville sono appena arrivati dove noi li stavamo aspettando già un po', dopo aver fantasticato su una mappa interattiva.

In compenso da qua, a otto anni di distanza, è facile scivolare sulla banana del “grazie al cazzo” e dire che sì, era inevitabile, che non poteva che finire così, che i segnali c’erano stati tutti. Fin troppo scontato, ora, riascoltarsi le canzoni di Good Morning Spider, rileggersi i testi con un’attenzione diversa e trovare avvertimenti, premonizioni e palesi richieste di aiuto. Dolorosamente stupido, adesso, pensare che non avevamo dato loro peso solo perché molte erano suonate in maggiore o assomigliavano a filastrocche che avrebbero dovuto cullarti e non soffocarti nel sonno.

Mark Linkous ha sempre sostenuto di non sapere, di non ricordarsi se quello del ‘96 fu un tentativo di suicidio o un semplice incidente idiota. Nel primo caso chiamatela, se volete, prova generale; nel secondo cercate di non fare l’errore più scontato, ovvero chiedervi — come se rivestisse, ormai, una qualche importanza — cosa avesse trovato di così affascinante in quei due minuti altrove, sdraiato accanto a quel cesso asettico e alle mignon di shampoo preconfezionate, da voler tornarci a tutti i costi quattordici anni dopo.

Beautiful Weirdos

C’è una teoria che sta prendendo sempre più campo in una piccola nicchia carbonara di addetti ai lavori (e non) a cui piace valutare la musica di oggi (e di ieri) sulla base di criteri un po’ più, diciamo, laterali di quelli a cui siamo abituati.

Potremmo chiamarla la teoria del “beautiful weirdo” e superficialmente riassumerla nell’idea che la musica migliore (oggi e ieri) sia uscita dalle mani di gente un po’ strana, disturbata, più o meno fuori di testa. Gente non molto interessata (o comunque disposta a mettere la cosa su un gradino di priorità inferiore) alla buona fattura della canzone in sé, ma invece piuttosto bisognosa (con ben poco autocompiacimento) di raccontarsi, pronta a partorire roba che mette un po’ a disagio, (in)volontariamente eterodossa, difficilmente spendibile non solo da un punto di vista commerciale ma anche da quello (udite, udite) culturale, emotiva ed emozionale a livelli lancinanti e così dichiaratamente sotto le righe da risultarne, alla fine, sopra. Gente che banalmente potremmo definire meno professionale e più spontanea oppure, clinicamente parlando, semplicemente affetta da complicati problemi relazionali (in primis con se stessi) buoni per caratterizzare una schiera di personaggi trasversale, che va dalla posizione numero 1 di Billboard alla pagina di Bandcamp con due follower in croce (anche se, ovviamente, tende a sovrapporsi meglio con una sorta di estetica DIY — quando hai evidenti problemi a stare al mondo, chiuderti in una stanza e far tutto da solo diventa una specie di forma di difesa, se non proprio, paradossalmente, l’unica via d’uscita).

In questo senso, è facile capire perché Thom Yorke fosse un fan della prima ora di Sparklehorse (dal già citato tour insieme, alla splendida cover di Wish You Were Here, registrata per il tributo Us and Them: A Delicate Saucerful of Pink Floyd Covers, allegato al magazine tedesco Visions — e sempre datata 1998) e la ragione va cercata nel loro comune, costante flirtare con il concetto di interferenza (qualunque interferenza, dal rumore bianco alla vergogna nel guardarsi allo specchio la mattina), percepito indistintamente come soluzione sonora, compromesso acustico, stato mentale o, in generale, emblematica patologia dei tempi moderni.

Nella stessa ottica può essere vista la collaborazione quasi fraterna con il conterraneo Daniel Johnston (affetto da sindrome maniaco depressiva e quasi inconsapevole icona del movimento “lo-fi” stelle e strisce), iniziato con la cover della sua Hey Joe (presente proprio su Good Morning Spider e il cui verso «There’s a heaven and there’s a star for you» comparirà su sparklehorse.com il giorno della morte di Linkous) e proseguito, anni dopo, con la produzione di Fear Yourself che, se non altro, ha il pregio di portare a galla le devastanti potenzialità pop delle scarne composizioni originali e dimostrare praticamente una tesi che circolava già da tempo nella testa di molti, ovvero che le filastrocche scheggiate di Johnston potessero diventare in un attimo qualcosa di simile a tormantoni folk da classifica, se messe nelle mani di qualcuno capace di aggiungerci, con il necessario gusto e la dovuta sensibilità, una batteria, un paio di chitarre elettriche e una tastiera diversa dalla Toy Band Bontempi.

Così come non stupisce l’amicizia e stima reciproca che lo ha sempre legato a Vic Chesnutt (parzialmente paralizzato e costretto su una sedia a rotelle dall’età di diciotto anni e anche lui morto suicida due mesi prima di Mark), a cui aveva già chiesto un aiuto per le session di Good Morning Spider (la registrazione del suo messaggio di scuse per non essere riuscito ad apparire di persona sul disco verrà utilizzata — in base a quell’abitudine contadina un tempo applicata al maiale, di cui, si sa, non si butta via nulla — come sample finale per Sunshine) e insieme al quale finirà per lavorare nell’ultimo Dark Night of the Soul.

Il video di 'Sunshine', diretto — indovinate un po'? — sempre da Sophie Muller: dopo un tripudio di accordi semplici, campi di papaveri, camicie impegnative e difficoltà di messa a fuoco, i più fini d’orecchio potranno sentire in sottofondo la voicemail di Vic Chesnutt.

Soulseek Rock

Qualcuno magari avrebbe cavalcato la cosa, spinto un minimo sull’acceleratore dell’eccentricità (tutti sappiamo quanto ci piacciono i matti), colorato meglio un personaggio schivo trasformandolo in una rockstar burbera, eremitica e inaccessibile, inaffidabile e scostante.

Mark Linkous non l’ha mai fatto. Anzi — soprattutto nel periodo immediatamente successivo all’uscita di Good Morning Spider — ha spesso pubblicamente liquidato con una certa stizza l’etichetta di cui sopra — e il fascino morboso che ha sempre generato sia nel pubblico, sia negli addetti ai lavori — da un lato perché probabilmente lo metteva ogni giorno di fronte alla fragilità del proprio stato e, dall’altro, perché sinceramente preoccupato del rischio che il mito prendesse il sopravvento sulla musica, facendola risultare in qualche modo interessante solo perché composta “da quel tizio strambo”.

Per un bel po’ di tempo ho avuto come l’impressione che i giornalisti volessero intervistarmi soltanto perché ero quello che ci aveva quasi lasciato la pelle. Anche se alla fine lo posso capire: è parte della natura umana, una cosa abbastanza ovvia, dopotutto.

Mark Linkous

Al contrario, le emozioni che accompagnano i pezzi di Sparklehorse non sono (né sono mai state) ovvie.

Nessun groppo in gola da annodare con teatralità e istrionerie rock, nessuna autocommiserazione da accentuare con un cantato drammatico, nessun banale segnaposto immaginario da inserire in maniera prevedibile dentro strofe o ritornelli per spiegare cosa dovresti esattamente provare in quel preciso momento della canzone.

Le emozioni che accompagnano i pezzi di Sparklehorse semplicemente le provi, perché Sparklehorse finisci ad ascoltarlo solo se sei allineato alla perfezione con il suo mood, attratto dal confortevole calore che dà un rapporto esclusivo, “one-to-one”, come con un terapeuta più malato di te. Perché alla fine di questo si tratta: sarà un po’ anche a causa di quel suo stile vocale, fatto di sussurri tremuli e vulnerabili, sputati con dolcezza a una distanza millimetrica dal microfono, così che tu possa percepire direttamente le pause durante le quali inghiottisce o la sua lingua che batte sui denti, ma la sensazione diretta è che Mark ti stia confessando un segreto — a te e solo a te — che stia cantando per te e solo per te (o al massimo per te e per quella piccola coccinella nel prato).

Ho sempre sentito un costante senso di fragilità in bilico nella musica di Mark: suonava così gracile, come se da un momento all’altro dovesse cadere a terra e sgretolarsi in mille pezzi.

Nina Persson, The Cardigans

Non deve quindi meravigliare che Good Morning Spider sia stato il punto di riferimento per tutta la successiva generazione di cosiddetti “bedroom artist”. Perché la vita spesso sembra non avere senso, si dipana seguendo sentieri imperscrutabili, evolve ed entra a gamba tesa quando meno te lo aspetti. E allora, nei suoi momenti più complicati (ma, allo stesso modo, in quelli più felici), viene naturale rivolgersi a dischi che sappiamo avere il potere di aiutarci a districare il contorto groviglio di suggestioni in mezzo al quale non riusciamo a orientarci, perché sono in possesso di una voce speciale, capace di mettere un certo ordine in un mucchio di pensieri contrastanti. Per molti, Mark Linkous è stata una di quelle voci.

Liquidato da altri come un semplice, ottimo artigiano indie — che ha offerto, a suon di opere la cui unicità era definita principalmente dai loro difetti, la sua visione fatta in casa della sofferenza umana, da suturare con qualcosa che potresti chiamare amore — è stato invece l’intimo compagno di innumerevoli ragazzetti (più o meno cresciuti) consapevolmente disagiati, introversi al punto giusto da aspettare che il negozio si svuotasse prima di andare a chiedere il CD (sì, erano i tempi in cui il vinile era morto e — pensavamo — sepolto) al commesso o, più probabilmente, da scaricare gli MP3, uno a uno (sì, erano i tempi in cui le connessioni mal digerivano gli album raccolti in un unico .zip), da un network peer-to-peer a caso. Qualcuno ha parlato, al riguardo, di “Soulseek rock” e Good Morning Spider è stato esattamente questo: la roba giusta da elevare a colonna sonora delle tue notti più buie, ma che quasi mai avrai voglia di ascoltare insieme ai tuoi amici, un tappeto a 128kbs al massimo da godersi in cuffia nella stanza illuminata solo dalla luce del monitor del PC, per non svegliare il fratellino che dorme al piano di sopra del letto a castello.

Una ninna-nanna, a modo suo, che come poche altre — tuttora — riesce a rendere l’abisso parzialmente accogliente. Una favoletta che finirà male ma ancora non lo sai e quindi, come dicevano i nostri vecchi, “beata ignoranza”. Un esorcismo non riuscito contro le scaramanzie della vita (non a caso il titolo richiama una vecchia credenza secondo le quale vedere un ragno appena ci si sveglia la mattina non è propriamente di buon auspicio). La cronaca della risalita di un sopravvissuto, un sopravvissuto a metà che non è riuscito a sopravvivere quella fatidica volta in più rispetto alle volte in cui ha pensato di non esserne all’altezza.

Cronaca che oggi, qui — a distanza di vent’anni trascorsi a guardare straniti tutta l’acqua che è passata sotto i nostri ponti e dolentemente armati di quello strumento inutile che va sotto il nome di “senno di poi” — risuona ugualmente dolce e ironica, ma insostenibilmente più ingiusta di allora, perché sopravvivere è una cosa così complicata, ci sono così tante variabili a cui assegnare un valore non univoco, così tanti frammenti da mettere al loro posto, così tanti dadi da affidare al caso, che farcela una volta nel corso di un’esistenza dovrebbe essere più che sufficiente.

E invece.

Questo articolo fa parte della serie Decenni. Decenni è il nome di una serie di articoli lunghi in cui si guarda a dischi usciti 10, 20, 30 o 40 anni fa con gli occhi (e le orecchie) di oggi. Scopri gli altri articoli.