Tracce

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Lunghi

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

Extended Play

C'è spazio per un altro giornalismo musicale, che non si alimenti solo di comunicati stampa camuffati da news, di interviste copia-e-incolla e di altri argomenti di nessuna rilevanza? Ci proviamo.

↤ Lunghi / Fenomeni

Matt Johnson (e i The The) contro il mondo

Storia di un sognatore cinico.

Di questi tempi può sembrare un’idea perfida scrivere sull’autore di un album intitolato Infected. Tuttavia Matt Johnson è un uomo intelligente e spiritoso, quindi ci piace credere che possa apprezzare. Di certo noi apprezziamo lui. E parecchio.


Changed

Non puoi distruggere i tuoi problemi
Distruggendo te stesso

Dal ventinove ottobre prossimo sarà disponibile The Comeback Special, sontuoso live che dovete procurarvi se apprezzate il pop di classe e sostanza. Matt Johnson a.k.a. “il Signor The The” è un songwriter sopraffino da premiare come di rado il mercato ha fatto in una carriera pluridecennale, a maggior ragione se – di nuovo sul palco dopo tre lustri – quella sera ha inscenato alla Royal Albert Hall una celebrazione sobria e appassionata. Un autoritratto maturo dell’artista che a vent’anni stupiva per intensità e talento e oggi può permettersi una collana di classici che il tempo ha reso ancor più scintillanti.

Il concerto risale a un 2018 che pare lontanissimo. Ricordate il mondo prima della pandemia? Era prima che Matt rischiasse la pelle per un’infezione alla gola e venisse invece salvato da un’équipe di medici e chirurghi. Meno male, perché sarebbe stato grave perdere il Randy Newman del post-punk: cinico conoscitore dell’umanità e ironista severo, vanta una voce riconoscibile tra mille e la limpidezza critica di George Orwell. Doti niente affatto comuni, attorno alle quali ha costruito un guscio di scabra, livida poesia che indaga gli anfratti della mente e del cuore, e un suono arduo da etichettare.

E dire che ne avrebbe di cose di cui bullarsi.

Diffidate delle imitazioni: quella trama cangiante, dove confluiscono synth pop, new wave, musica nera, psichedelia, rock classico, suggestioni da colonna sonora e un blues spesso inteso come condizione dello spirito, è qualcosa di unico, anche se troppo raffinato per il successo.  Tuttavia, orgoglioso delle proprie scelte, l’uomo si dice contento dello status di “culto allargato” e del ruolo di perenne outsider. Profondamente sincero e onesto con se stesso e con il suo pubblico, sarebbe stato impossibile per lui svendersi.

Stiamo parlando di chi ha vissuto ciò che canta e di un profeta che (ci) racconta con precisione e profondità. I suoi dischi sono pochi ma pesano, come Cassandre che hanno disegnato l’apocalisse politica, economica e sociale nella quale viviamo senza negare un filo di speranza cui attaccarsi. Perché Matt Johnson sarà cinico, però rimane un sognatore. E se oggi può non essere il giorno in cui la nostra vita cambierà, bisogna alzarsi dal letto e provarci. Sempre e comunque.

Burning

A Stratford, zona est di Londra, c’era una volta il pub Two Puddings. Costruito con impegno, fatica e fierezza, per quarant’anni è appartenuto a Eddie Johnson, un self-made man proletario con l’hobby della scrittura. I figli Eugene, Andrew, Gerard e Matt hanno trascorso lì e in altri locali di famiglia buona parte dell’infanzia zampettando in calzoni sempre meno corti accanto a Jackie Charlton, Van Morrison, Bobby Moore e gli Who. A lasciare il segno su Matt, nato il giorno di ferragosto 1961, è soprattutto la musica che dal palco sale in cameretta: oltre a essere un imprinting con i fiocchi, John Lee Hooker, Kinks e Small Faces rappresentano una tessera del mosaico formativo completato dal glam, dalla Motown e dal White Album.

Logico che il pischello si esibisca con una band alla tenera età di anni undici e molli presto la scuola per lavorare in uno studio di registrazione. Gavetta utilissima per imparare i trucchi del mestiere e trafficare con loop di nastri, affinarsi al pianoforte e focalizzare uno stile chitarristico ispirato a Syd Barrett e Michael Karoli. Nell’autunno del ‘77 cerca gente con un’inserzione dove i riferimenti sono appunto Syd, ma anche Residents, Throbbing Gristle e Velvet Underground. Tutto quadra, ma per i The The bisogna aspettare ancora un paio di anni: nel mezzo, ecco la ruvida, autarchica cassetta See Without Being Seen e il reclutamento del tastierista Keith Laws.

Sono tornate di moda, no?

La coppia chitarra/sintetizzatore esordisce di spalla agli Scritti Politti nella settimana in cui Margaret Thatcher diventa primo ministro. Un disco intitolato Spirits è accantonato a esclusione del wave-folk What Stanley Saw, finito su una compilation della Cherry Red, e una sezione ritmica in carne e ossa dura poco. Benché accreditata, è assente sul singolo Controversial Subject / Black and White, discreto goticheggiare su 4AD supervisionato da Bruce Gilbert e Graham Lewis degli Wire. Quando le cose ingranano grazie all’attività concertistica e alla presenza nel Some Bizzare Album, Laws abbandona.

In perfetta solitudine, Matt può gestire The The come un progetto da plasmare a proprio piacimento e, nascondendosi dietro una sigla, adotta metodologie che precorrono il post-rock. Aggiustato il tiro con il 7” su Some Bizarre Cold Spell Ahead, Ivo Watts-Russell propone un intero LP. Detto, fatto. Di Burning Blue Soul stenti a credere che l’artefice avesse vent’anni e ne siano intanto trascorsi il doppio, poiché questo intreccio di krautrock, psichedelia e new wave ha personalità e getta nel calderone stratificazioni ed effettistica in anticipo sugli A.R. Kane.

Sfilano una Red Cinders in the Sand che trasferisce Can e Cluster in Africa, il dark-surf Song Without an Ending, lo scorcio sul Bosforo The River Flows East in Spring, il convulso funk Delirious. Un fascino conturbante disegna volute di malata ambient con Time Again for the Golden Sunset ed evoca fantasmi barrettiani in Icing Up, lascia filtrare un po’ di luce nella splendida Another Boy Drowning e colloca Julian Cope nei Suicide per Like a Sun Rising Through My Garden e Bugle Boy. L’artista londinese parte da una vetta a suo nome che nelle successive edizioni intesterà per comodità ai The The, poi passa alla Some Bizarre gettando via l’album che fa da ponte sul, ehm… secondo debutto.

Mining

Con un protagonista anticonvenzionale non mancano i colpi di scena. Stevo, stravagante boss dell’etichetta, propone di riverniciare Cold Spell Ahead (ora ribattezzata Uncertain Smile) a New York con Mike Thorne, corresponsabile del clamore suscitato dai Soft Cell (rafforzando il legame, Matt poi parteciperà anche a Marc and the Mambas).

Stesso pezzo con titolo cambiato e comparsata in un programma facilmente scambiabile per il ben più noto Top of the Pops – se non è marketing creativo questo…

Approfittando dell’interesse delle major, senza accordi scritti addebita la trasferta alla London e scatena un’asta vinta dalla CBS. Quando Johnson torna oltreoceano per un 33 giri, si perde in allucinate avventure alla Hunter Thompson e il rapporto con Thorne si incrina. Ai piani alti chiedono materiale e, di fronte a un The Pornography of Despair praticamente pronto, la risposta è: «Non potresti renderlo più commerciale?».

Il ragazzo fa un tentativo, ma esclusi The Sinking Feeling e qualche brano che sarà riciclato sui lati B dei singoli l’esito non lo convince. Nell’83 riparte da zero, scrive Soul Mining nell’appartamento in cui vive, convoca alcuni amici (Zeke Manyika degli Orange Juice, Thomas Leer, Jim Thirlwell, Jools Holland) e affida la grafica al fratello Andrew e alla fidanzata. In ottobre il tutto (ri)vede la luce e il salto stilistico è notevole: canzoni pop estrose e viscerali portano il ritmo in primo piano aprendosi a svariate contaminazioni. Una costante per il Nostro, l’evoluzione che trattiene elementi della mossa precedente e contemporaneamente rispecchia una fase della sua vita e del mondo circostante.

Una scenografia degna di un video dei Tool.

Oltre a ciò, colpisce l’interazione tra i temi trattati nei testi e sonorità inclassificabili che si traduce in canzoni di altissimo livello, dall’industrial pop per danze alienate I’ve Been Waitin’ for Tomorrow (All of My Life) all’irresistibile, malinconico folk urbano This Is the Day, da una The Sinking Feeling da Violent Femmes albionici alla rediviva Uncertain Smile giocata su melodia dolceamara e un lungo assolo di piano. Aggiungete la fosca The Twilight Hour, una title track dapprima sospesa e poi liquida, il funk venato tribal gospel di Giant e avrete un gioiello.

La critica apprezza, nondimeno le vendite sono frenate dall’impossibilità di riprodurre dal vivo l’inebriante miscela. È ora di prendersi una pausa.

Infected

Nel 1986 il tatcherismo è all’apice, l’Inghilterra una nazione in declino che si illude di essere ancora grande. Tutto cambia e niente cambia, pensando alle analogie con il pagliaccio Boris, alla privatizzazione di servizi e imprese, a una politica estera succube degli Stati Uniti e a tutte le altre prove tecniche di neoliberismo. La musica cerca di opporsi con Red Wedge, un movimento allestito da Billy Bragg, Paul Weller e Jimmy Somerville a sostegno del partito laburista, ma se desiderate un quadro preciso dell’epoca è Infected che dovete ascoltare. Per la semplice ragione che è stato concepito per questo scopo, non le manda a dire ed è spaventosamente attuale.

Senza filtri, racconta di bombardieri sull’Arabia, fanatismo religioso e AIDS. Più che altro, di un pianeta che sta per schiantarsi contro un iceberg mentre l’élite balla e il popolo annega. Non pensate a un indigesto pastone declamatorio: nell’arte di Johnson il personale e il politico si fondono sempre. La collisione tra Soft Cell e Stan Ridgway infatti entra nei Top 20, soggiorna sette mesi in classifica e non replica schemi già noti. Il grigiore sfocia in atmosfere prossime alla claustrofobia (Sweet Bird of Truth, The Mercy Beat) e in azzeccate rivisitazioni black (Out of the Blue, Angels of Deception, Twilight of a Champion) che, sommandosi, calano assi come la sinuosa invettiva Heartland, l’omonimo R&B cibernetico e la trascinante Slow Train to Dawn in compagnia di Neneh Cherry.

«Infettami col tuo amore»: quando uno se le cerca…

Stramberia per stramberia, al posto della tournée il disco è promosso nei cinema con Infected: The Movie, raccolta di video girati appositamente per ogni canzone a Londra, negli Stati Uniti e in Sudamerica da Mark Romanek, Tim Pope e Peter Christopherson. L’idea anticipa Beyoncé di decenni, costa alla CBS la principesca somma di 350.000 sterline e a Matt la salute fisica e mentale. Malmesso per abusi di droga e alcolici, nella foresta sudamericana intraprende un viaggio delirante che mette assieme Fitzcarraldo e Cuore di tenebra tra assalti di guerriglieri e trip allucinogeni con gli indigeni. Chiusa anche una lunga relazione sentimentale, alla fine è solo.

Beaten

Di nuovo, Matt scende dalla giostra, si dà una ripulita e amplia lo spettro dei suoi interessi. Quando nell’87 Bragg chiede alcuni concerti per Red Wedge, accetta di buon grado e la voglia di una band riaffiora. Vedi che la Thatcher qualche merito l’ha avuto? Scherzi a parte, con il compare di lunga data Johnny Marr, il bassista James Eller e il batterista David Palmer mette su nastro Mind Bomb, ennesima mutazione che dal pop noir tecnologico conduce a un policromo, raffinato rock-wave.

La rabbia comunque non è svanita. Si agita sotto pelle ed è uno dei pilastri su cui poggiano lo snodarsi in scia ai Talk Talk di Good Morning, Beautiful, la polemica smithsiana The Beat(en) Generation che traina l’LP al quarto posto e il fluviale funk-blues Gravitate to Me. Nell’equilibrata articolazione d’insieme, al romanticismo di Kingdom of Rain con ospite Sinéad O’Connor e di Beyond Love rispondono il rockabilly delle steppe Armageddon Days Are Here (Again), lo Spencer Davis Group aggiornato indie di The Violence of Truth e la chanson modernista August & September.

Cavallucci marini alla conquista di una New York sommersa.

Circondarsi di colleghi blasonati è insomma cosa buona e giusta. Lo ribadisce nel gennaio 1993 Dusk, planando con pieno merito al gradino d’onore della chart nazionale. Un rock dal taglio classico si conferma lontano da clichés e calligrafismi, risente della dipartita del fratello Eugene e comprime risentimento e dolore in carezze taglienti come le dodici battute ipnotiche di Dogs of Lust, i trasognati omaggi lennoniani This Is the Night e Lonely Planet, la mestizia tesa di True Happiness This Way Lies e quella avvolgente di Love Is Stronger than Death.

Menzione obbligatoria anche per l’aeriforme jazz profumato di soundtrack Lung Shadows e una Bluer than Midnight che mescola i DNA di Joe Jackson e Mark Hollis, benché a imporsi sia Slow Emotion Replay, capolavoro di guitar pop emotivo capace di giustificare un’intera carriera. In realtà è un sigillo, siccome dopo l’ennesimo tour Marr ed Eller sono rimpiazzati da strumentisti statunitensi. L’avvicinamento verso la matrigna America è iniziato.

Il capolavoro di guitar pop inizia al minuto quattro. Prima, splendide chiacchiere da pub.

Naked

Nomade per necessità interiore, Johnson si stabilisce nella patria spirituale New York, mette su famiglia e a metà anni ‘90 recapita una manciata di cover di Hank Williams. In Hanky Panky, con il chitarrista Eric Schermerhorn, già scudiero di Iggy Pop, sceglie – parole sue – di “The The-izzare” la musica conservandone l’essenza. Missione compiuta in una favolosamente sulfurea Honky Tonkin’, negli impasti di terra e asfalto I’m a Long Gone Daddy e I Saw the Light, nell’accorata There’s a Tear in My Beer e nella torbida Your Cheatin’ Heart. Assai pregevole, il divertissement non reca notizie su un autore oramai deluso dallo show business.

Un cowboy metropolitano.

L’ennesima goccia è Gun Sluts, disco ritenuto troppo ostico dalla Columbia. A fine decennio Johnson passa all’etichetta di Trent Reznor, eppure la stanchezza è palpabile nell’alt rock cupo e intorpidito di NakedSelf. La serpeggiante Shrunken Man, lo psych-blues Global Eyes, un’ansiogena Swine Fever e l’acustica Phantom Walls sarebbero un buon EP, nondimeno la banalità con la quale Schermerhorn co-firma parte del programma e un diffuso senso di rassegnazione impediscono di andare oltre la sufficienza. È la prima volta, sarà l’ultima.

Troppe ferite anche per lui, il cinico professionista si chiama fuori dai giochi allorché l’industria musicale così come la conoscevamo inizia a crollare. Senza clamori, chiude il cerchio da signore al Meltdown Festival 2002 con Foetus. In duo The The erano partiti, in duo arrivano. Il nostro eroe non è però tipo da andarsene a letto presto: tornato nella città natale, allestisce uno studio e compone (belle) colonne sonore chiudendo un altro cerchio sulla natura cinematica di Burning Blue Soul.

Indipendente non per modo di dire, si cimenta con programmi radiofonici, una casa editrice e un marchio discografico. Forse sta scrivendo canzoni, chissà. Nel 2017 ne lancia una a 45 giri, dedicata allo scomparso fratello Andy con il titolo tanto per cambiare divinatorio di We Can’t Stop What’s Coming e il resto è pura cronaca. Poiché del domani non v’è certezza, aspettiamo – e un po’ speriamo – in compagnia di The Comeback Special. Matt è fatto così: se ritiene di non aver nulla di interessante da dire, preferisce tacere. In un mondo di logorroici senza dignità, è anche da questi particolari che riconosci un genio.

Per i meno svegli, agevoliamo comunque una foto recente.

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