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America cosmica: i Grateful Dead fra acidi e radici

Nel 1970 la band di Jerry Garcia cala la strana coppia, "Workingman’s Dead" e "American Beauty"

Cinquant’anni fa, il gruppo che più di ogni altro seppe incarnare il concetto di psichedelia cambiava improvvisamente strada per cantare le proprie bucoliche. A ben vedere, quella che molti bollarono come una fuga nella tradizione fu il tentativo riuscito di trasfigurarla con il recente senno di poi.


Turn On

Quando torni da un viaggio, conservi sempre qualcosa dei luoghi che hai visitato e dei momenti che hai trascorso. A volte è qualcosa che sedimenta in un angolo dell’anima e si rivela quieto ma costante. In altri casi, invece, il cambiamento ti investe improvviso segnando uno spartiacque. Difficile stabilire con certezza come si sentissero i Grateful Dead al termine di un concerto – esperienza a sé per durata, intensità e forza espressiva – ma c’è da scommettere che l’umore fosse diverso dalla norma. Un loro show – e mai termine è parso tanto inadeguato – esulava dal classico “rituale rock”: lontano sia dal teatro dionisiaco dei Doors che dalla creatività selvatica dei Jefferson Airplane, era un’esplorazione del cosmo psichico e di universi paralleli.

Al di là di numeri comunque strabilianti (qualcosa come 2.314 le esibizioni totali in carriera!), a rendere i Dead la live band per eccellenza era l’interplay di derivazione jazz che, temprato da un’esecuzione priva di fronzoli e da un originale approccio agli strumenti, rispecchiava lo scambio tra cervello e musica (che di conseguenza risultava sempre multiforme e sfaccettata).

Assembramenti, sul palco e sotto il palco.

Indiscussa la loro centralità nell’ambito della psichedelia e della musica popolare, bisogna inoltre sottolineare la modernità di un’indagine sulle potenzialità della percezione, un autentico trip dove i brani e la realtà circostante mutavano in un turbinio ulteriormente alimentato dal tonico del dottor Hofmann, cogliendo le evoluzioni del subconscio e il legame tra musicisti e ascoltatori. Comunanza che rimarrà allorché, riapparsi dai confini dello spazio, i Grateful Dead guarderanno le radici con altri occhi. Loro che furono indie prima di chiunque, rimettendoci pure fiori di quattrini. Loro che, mutatis mutandis, inventarono i rave.

A parte il fatto che la foto è a colori, trova le differenze.

Non stupisce allora lo stuolo di ammiratori eccellenti, una catena sovragenerazionale che da Dylan e McCartney giunge fino ai National e ai Grizzly Bear, passando per Los Lobos, Lee Ranaldo, Jane’s Addiction, TV on the Radio e decine di altri. Alcuni li trovate in Deadicated (Arista, 1991) e Day of the Dead (4AD, 2015), tributi mai scontati colmi di stelle devote e belle sorprese.

Del resto sono assai nutrite anche le file di chi si è avviato sulle orme di chilometriche jam e di un rock che distorce e modernizza la tradizione. Anche se gli originali erano di certo tutt’altra cosa, i discepoli più brillanti sono da cercare laddove innanzitutto sono stati colti l’attitudine e il messaggio. Giusto per restare fra i classici conclamati, chiamiamo al banco dei testimoni Sonic Youth, Motorpsycho e Godspeed You! Black Emperor: accanto a uno stile di immaginifica, avveniristica potenza e a seguaci identificati con loro, non c’è ombra di formalismo o copia conforme. Perché i Grateful Dead sono inimitabili. Erano una famiglia allargata che celebrava messe ultraterrene e laiche, un esperimento psicosociale alternativo, un universo sonoro in perenne espansione. Lo restano tuttora. Morti vivissimi cui dobbiamo essere riconoscenti.

Ecco proprio Bent Sæther e compagni che dal vivo proclamano tutta la loro riconoscenza ai morti: ci mettono 11 minuti e 11 secondi, perché è sempre bene essere precisi.

Tune in

Un collettivo eterogeneo, i californiani – benché l’asse sia senza dubbio il fondatore Jerome John Garcia, chitarrista dal tocco tanto fluido quanto complesso, unico e riconoscibile. Non facile la vita di Jerry: secondo di tre fratelli, nasce a San Francisco nell’agosto 1942 con nelle vene sangue spagnolo, svedese e irlandese. Il padre è un ex musicista e mamma suona il piano per diletto, così che le sette note sono il lessico famigliare di un’infanzia funestata dalla perdita di due falangi del medio destro e soprattutto del genitore. La pittura rappresenta allora una via d’uscita – idem banjo, country e bluegrass – per l’undicenne che, innamoratosi di rock’n’roll e blues, mostra un’insofferenza verso regole e disciplina destinata ad acuirsi lungo l’adolescenza. Scoperta la marijuana e gli scrittori beat, per il quindicesimo compleanno riceve in dono una fisarmonica: tanto pesta i piedi per una sei corde che la madre torna dal monte dei pegni con una Danelectro.

Avanti veloce al 1961. Dopo un breve soggiorno punitivo sotto le armi, il ragazzo scampa a un terrificante incidente automobilistico e si decide a non sprecare un giorno di più. A lungo manterrà la promessa. In primavera incontra Robert Hunter, con il quale frequenta la scena artistica della Baia suonando nel biennio ‘62-‘64 in svariate formazioni. Fra tutte, la più seria è l’esplicativa Mother McCree’s Uptown Jug Champions, allestita con l’altro chitarrista Bob Weir e alle tastiere quel Ron “Pigpen” McKernan che insiste per l’elettrificazione. Il bassista Phil Lesh (che vantava studi con Luciano Berio) e il batterista Bill Kreutzmann completano i ranghi del gruppo che cambia nome in Warlocks e nell’estate 1966 incontra Ken Kesey. Il guru della controcultura fa di loro un elemento basilare degli acid test: assunto con regolarità lo specchio deformante dell’LSD, i ribattezzatisi Grateful Dead suonano per ore dilatando la musica e le visioni.

Prima dell’LSD, ci si accontentava anche di altro.

Riforniti di denaro, strumentazione e “additivi” dal collaboratore di Kesey, l’alchimista lisergico Owsley Stanley, i cinque possono esibirsi spesso gratuitamente e in tal modo crearsi un seguito pur senza aver pubblicato alcunché. Nella magione in cui abitano tutti assieme – 710 di Ashbury Street, se passaste mai di là – ce li si immagina intenti a mescolare i rispettivi retroterra (elettronica colta, blues, folk, jazz modale) con l’acido e il desiderio di destrutturare ciò che ascoltano. La prima session di incisione con la MGM è però disastrosa e va appena meglio con l’omonimo 33 giri d’esordio, fuori nel marzo ’67 dopo l’accordo con la Warner. Per quanto apprezzabile, il suo sferragliare garagistico restituisce soltanto a tratti l’energia di spettacoli già leggendari.

Visita guidata al 710 di Ashbury Street nel 1967 – la macchina del tempo del real estate, altro che immobiliare.it!

La svolta giunge entro un anno con il secondo batterista Mickey Hart e lo sperimentatore Tom Constanten, altro allievo di Berio e Stockhausen. Si centra il bersaglio rielaborando in studio registrazioni dal vivo nel caleidoscopico Anthem of the Sun, dove la “forma libera” sfocia in architetture complesse, ardite e febbrili costruite con cura meticolosa.

Nell’estate 1969 il palindromo Aoxomoxoa riordina quel fantastico falso caos infiltrando schegge roots e melodie scintillanti in un altro capolavoro. Il problema è che ingenti costi di lavorazione non compensati dalle vendite causano un debito di centomila dollari con l’etichetta. In coda all’annata, si reagisce con le quattro monumentali facciate di Live/Dead e una nitida fotografia dell’arte deadiana.

Scrosciano gli applausi e che fare, adesso? Rischiare: sempre e comunque.

Turn On Your Love Light a Woodstock – per l’occasione la tirano lunga quasi 40 minuti.

Drop Back

Al tramonto dei Sixties le armate hippie sbandano. Fuorilegge l’LSD, ci sono rivolte e cadaveri dappertutto. Spinto l’impeto creativo all’estremo delle capacità, i Grateful Dead non possono riportare indietro le lancette con millimetrica esattezza e per questo motivo la loro sterzata “conservatrice” non sarà davvero tale. Quasi tutti vantavano trascorsi roots poi utili a erigere le fondamenta di cattedrali come appunto Anthem of the Sun e Aoxomoxoa, ma alla luce dell’epopea psichedelica e del grigio finale di decennio il puntiglio accademico e i manierismi di Nashville non avrebbero avuto senso. La solidità delle radici costituisce allora il punto di partenza di un’altra metamorfosi, improntata sì a linearità e concisione, però graziata da una tipica svagatezza “stonata” che impedisce di scivolare nel revival.

Così Jerry incassa le significative dimissioni di Constanten, accantona il feedback e riscopre un suo vecchio idolo della chitarra country, Don Rich. Le laboriose stratificazioni lasciano il posto a una vigorosa essenzialità, sia per evitare di trasformarsi in autoparodia che per provare a vendere dischi senza svendersi.

A metà giugno 1970 Workingman’s Dead parla chiaro sin da un titolo che rivela la versione giustappunto “operaia” dei Dead. Sintomatico e preciso riassumere che qui si bada al sodo: in pochi giorni vengono incise canzoni splendide che adattano gli impasti vocali degli amici Crosby, Stills, Nash & Young e – consegnata l’ansia a episodi più oscuri del calibro di Easy Wind, New Speedway Boogie e Casey Jones – saldano il conto con folk (Uncle John’s Band) e musica old-time (Cumberland Blues) per disegnare panorami nei quali i cowboy fumano roba buona assai (High Time, Black Peter) e si rilassano attorno a una pedal steel (Dire Wolf).

Le copertine dei due album – da un lato un seppiato monocromatico molto roots, dall’altro il perfetto bilanciamento tra le radici del legno e la psichedelia dell’artwork.

Rientrata prestissimo in studio con il mandolinista David Grisman, nel tardo autunno dello stesso anno la band perfeziona il discorso con American Beauty. Un balsamo per l’anima a base di cosmic American music spirituale, intrisa di un’amarezza figlia dell’attualità – sulla copertina, il font utilizzato dallo studio grafico Mouse-Kelley permette di leggere il titolo anche come “American reality” – e dei lutti che nel frattempo avevano perseguitato i Nostri.

La risposta è l’alone dolceamaro che avvolge la purezza virile della favolistica Candyman e una Attics of My Life all’insegna dell’elegiaca coralità, la meditativa Box of Rain e le dodici battute di Operator. E che altrove sostiene la spigliata Sugar Magnolia, il vivace country folk Friend of the Devil, il sapiente gioco di equilibri dove Truckin’ preconizza il “surrealismo concreto” dei Little Feat rispondendo all’oppiacea serenità di Ripple e a una viceversa mesta Brokedown Palace.

Anche svariate decadi dopo, sempre un meraviglioso effetto.

Infine il successo arriva, ma un’era si chiude. Anche per gli stessi Grateful Dead, da qui in poi avviatisi – con l’eccezione del palco – su una china discendente costellata di lavori non sempre all’altezza, drammi e vicissitudini varie. Jerry Garcia muore nell’agosto 1995 per arresto cardiaco, dopo una lunga lotta contro diabete e droghe molto cattive. All’essere umano subentra un mito che non smette di crescere, come del resto l’oceano di pubblicazioni d’archivio rigorosamente live nel quale vale la pena tuffarsi, magari visionando il documentario Long Strange Trip prodotto nel 2017 da Martin Scorsese. Ulteriori attestati di grandezza per chi seppe liberare nel mondo suoni davvero senza confini.

Che viaggio lungo e strano è stato, ragazzi.

Questo articolo fa parte della serie Discotheque. Discotheque è il nome di una serie di *articoli lunghi* in cui si guarda a dischi usciti da (almeno) un decennio (ma di solito di più); ma li si guarda, e si ascolta, con gli occhi e le orecchie di oggi. Scopri gli altri articoli.

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