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I Cure e quei 17 secondi per diventare grandi

Seventeen Seconds e la maggiore età di Robert Smith.

C’è stato un tempo in cui agli artisti era data la possibilità di maturare a modo loro, sterzando improvvisamente o prendendosi il tempo necessario, inciampando per poi rialzarsi più forti che mai. Così fecero i Cure nel 1980: ragazzi immaginari che, forse senza accorgersene, stavano diventando uomini.


Means to an End

Tra i capolavori, gli scivoloni e gli album mediocri presenti nel carniere di ogni artista di lungo corso, a volte ti imbatti in cose che confondono la percezione e per le quali il giudizio critico più del solito risente dello scorrere del tempo e delle mutazioni del gusto. Tu chiamali, se vuoi, dischi “di passaggio”, ma ricorda che possono custodire sorprese ed essere importanti, quando non addirittura grandi. Sono fotografie di vita, storia e stile colte nel corso di una mutazione della quale trattengono dubbi e certezze. Non per caso si collocano al passaggio fra i decenni come Seventeen Seconds, paradigma che della (non) categoria possiede tutti i pregi e nessuno difetto.

Quarant’anni or sono, il melanconico secondo album dei Cure pose le fondamenta di un linguaggio che molti copieranno senza eguagliare. Crocevia fondamentale nella vicenda del gruppo, si allontana nettamente dalle forme dell’esordio Three Imaginary Boys – senza rinnegarne lo spirito – lungo trentacinque minuti che, accantonata la frenesia, prediligono atmosfere riflessive, arrangiamenti rarefatti, ritmi rallentati. La nevrosi urbana cede spazio a meditazioni uggiose che legano il Brian Eno impressionista di Another Green World all’eleganza decadente che più tardi apparterrà all’etichetta 4AD.

Una mano raffinata ed essenziale arricchisce di particolari canzoni mai davvero opprimenti come invece sono quelle avvolte dal grigiore sinfonico in Faith o i viaggi nel cuore della follia di Pornography. Questi gli altri pannelli del trittico goth inaugurato qui da Robert Smith con una wavedelia che influenzerà parecchio post-punk a venire. Significativo allora che Seventeen Seconds esca alla fine dell’aprile 1980, aprendo un decennio invece di sigillarlo e rappresentando tuttora un faro per spiriti meditabondi. Dal profondo di un calore che si finge distacco, il suo fascino falsamente schivo fa sentire meno soli: è un balsamo contro timori e disillusioni al quale torniamo ciclicamente.

L’umore del risultato appare evidente sin da una copertina programmatica che raffigura una foresta autunnale fuori fuoco. Molto più che un'immagine astratta: non una semplice mano tremula, proprio il fotografo che sta svenendo.

Boys Do Cry

In uno dei suoi primi apici, il signor Smith un pochino mentiva. Non è vero che «i ragazzi non piangono»: lo fanno eccome, solo non vogliono essere visti da troppa gente. Ecco dunque i nostri boys che, in un territorio dai toni seppiati dove la tensione fluisce come un torrente carsico, si allontanano dalle certezze a volte roboanti del rock come lo si era inteso fino al punk, per affidare domande e risposte a umori umbratili che parlano a ogni generazione. Anche in questo stanno il fascino e le fondamenta di un classico che da sempre cerca di sfuggire e nascondersi.

Tutto parte da una serie di sconvolgimenti in una band giovane e ciò nonostante già immensa. Appena ventunenne, Robert prende il comando e tira il fiato dopo il tour in cui si era alternato tra i Cure e Siouxsie & the Banshees, orfani del chitarrista John McKay. Bisognoso di calma e tranquillità ma pur sempre incline a fondere arte e vissuto, verso la fine del 1979 si chiude in casa e lavora ad alcuni demo con l’organo Hammond della sorella. Aggiunta la chitarra solo in un secondo momento, sposta il baricentro strumentale e comprende la necessità di un tastierista nella line-up.

Il tassello mancante si chiama Matthieu Hartley, tipo introverso che se ne andrà quasi subito e che proviene dai carneadi Mag/Spys. Da costoro il capobanda preleva anche il bassista Simon Gallup, un po’ per facilitare l’inserimento di Hartley e un po’ (tanto) perché il suo stile fluido e melodico si adatta perfettamente al nuovo materiale. Rimpiazzato così uno scettico Michael Dempsey e viceversa confermato Lawrence Tolhurst alla batteria, in un paio di settimane il quartetto registra e mixa dieci brani ai londinesi Morgan Studios. In regia, il navigato sperimentatore Mike Hedges aiuta Smith a creare l’anello di congiunzione tra Nick Drake e Low attraverso ripetuti ascolti di Astral Weeks e di Aram Khachaturian.

I due nuovi sono quelli che provano a nascondersi.

Plays For Today

Suonando in presa diretta e rifinendo poi con misura si lavora quindici ore al giorno con un budget ridotto, ricavando un minimalismo robusto su cui Hartley (con uno spartano sintetizzatore Korg Duophonic, sul quale può eseguire al massimo due note assieme) stende nebbiose pennellate krautrock. Eppure, la necessità elevata a virtù non traspare dalla perfezione di trame, timbriche e sonorità cosparse di dettagli. La batteria attutita, i flanger, chorus e tutta l’effettistica da post-produzione non sono comunque espedienti per camuffare una crisi artistica. Tutt’altro.

A Reflection apre i giochi con un quadretto pianistico vagamente esotico da qualche parte tra Eno, i Cluster e la musica da camera. È uno spleen senza parole e seducente che rappresenta il migliore degli inizi, poiché spiega subito che prevarrà un “non detto” emotivo da scandagliare con pazienza, anche se la successiva Play for Today colpisce con la melodia innodica, passo piuttosto svelto, tamburi e tasti che sferzano e guizzano. Se la filigrana di Secrets è simile ma più stranita e scheletrica, In Your House architetta un’introversa ballata che incrocia il folk con un rock prefissato “post”. La facciata termina con Three, ritmo robotico e parlottare in sottofondo che ipotizzano i Cabaret Voltaire in overdose di codeina.

«The sound is deep / In the dark» — poi non dite che non vi aveva avvertito.

Assecondando la natura di un lavoro che vanta una compattezza tematica solida e ricercata, il secondo lato rispecchia gli stessi ambienti alzando ulteriormente l’asticella. La scheggia atmosferica The Final Sound introduce A Forest, singolo anticipatore che è tra i vertici compositivi di Smith. Un capolavoro senza tempo in cui chitarre vetrose, basso martellante e ritmo motorik accompagnano il narratore (e noi con lui) nel vano inseguimento di una ragazza che non c’è. In bilico tra sogno e realtà, questo psicodramma immaginifico racchiude in sé lo spirito austero e ardente di Seventeen Seconds.

Non contenti, i Cure le sistemano appresso una favolosa M dove l’embrione degli Smiths sostituisce Oscar Wilde con Rimbaud e Camus e rincarano la dose con il Kafka messo in musica della dilatata At Night.

Into the Trees, Into the Dark

Mi piace pensare a questo 33 giri come a un concept “implicito”. Parlano chiaro il senso di narratività della scaletta, figlio di un’arte che si è smarrita nell’epoca dell’ascolto "mordi e fuggi", ma più di ogni altra cosa una title track che – come nell’LP di debutto e nei tre successivi – tira le fila del discorso. Con un’aria di tragedia da consumare ambientata in un universo parallelo dove i Joy Division sopravvivono al loro destino, Seventeen Seconds cammina lenta e mesta in panorami foschi, rialza la testa per un attimo e infine si spegne di colpo. Con il fiato sospeso, capiamo che ci sarà una resurrezione, per quanto lunga e faticosa. Cosa che rende il pezzo ancor più struggente, raffigurando Robert Smith che – Cassandra di se stesso – profetizza sogni che avrebbero dovuto finire e desideri mai avveratisi.

Di conseguenza l’album incarna anche un inconsapevole presagio che disorienterà stampa e pubblico, nonostante una dignitosa ventesima piazza in madrepatria e firme di rango che coglieranno la maturità del gesto e degli esiti.

Giusto così, in retrospettiva. Nei suoi freschissimi “anta”, Seventeen Seconds vede rafforzato il proprio ruolo basilare nel percorso estetico della formazione: gioiello finemente cesellato che invia messaggi qui chiari e là enigmatici, segna l’attimo esatto in cui i Cure iniziano a essere quei Cure. Alla sua riservata e indefinibile maniera, è la prima tappa del cammino che condurrà Robert Smith al centro del male di vivere. Un saggio di post-punk gotico fotografato sul nascere, epocale e autorevole non per modo di dire.

Fammi incidere il nome di questo gruppetto sulla corteccia (sia mai che diventi famoso, in futuro…).

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Discotheque è il nome di una serie di *articoli lunghi* in cui si guarda a dischi usciti da (almeno) un decennio (ma di solito di più); ma li si guarda, e si ascolta, con gli occhi e le orecchie di oggi.