Humans vs Robots
 
Siouxsie and the Banshees: Cannibal Roses
1982 – prime crepe
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Quando le B-side sono superiori a metà dell'album.

Siouxsie and the Banshees
Cannibal Roses

Il girotondo è un gioco in cui, dandosi la mano, i bambini cantano una filastrocca e si accovacciano alla fine dell’ultima strofa. Si suppone si sia sviluppato durante la Peste Nera ma secondo alcuni studiosi il tutto risale a dei riti pagani precristiani. Ci sono diverse varianti della filastrocca in numerose lingue: in inglese è conosciuta come "Ring-a-ring o’ roses".


Il ferro va battuto finché è caldo e i Banshees, nel 1982, stanno prendendo il volo. La Polydor li fa suonare ovunque (compresa una partecipazione al Suono Festival di Milano con gli Echo and the Bunnymen, ripreso nientepopodimeno che da mamma RAI) e cerca di fatturare, prima con un singolo a sé stante (l’orchestrale corsa a perdifiato di Fireworks) e poi mandandoli in studio per un nuovo album sotto la supervisione di Mike Hedges.

Qualche pezzo è già stato testato dal vivo, altri sono solo abbozzi e la voglia di rimettersi in gioco è tanta, ma per la prima volta non tutto quello che viene sfiorato dalla regina di ghiaccio si trasforma in oro. A una dieta a base di alcool, cocaina e anfetamine si aggiungono gli acidi portati da Hedges e qualcosa va per il verso sbagliato. A Kiss in a Dreamhouse poteva essere il quinto capolavoro di fila – una versione riveduta e corretta di Kaleidoscope – tanto sono eterogenei i brani contenuti nell’album, ma stavolta ci sono davvero dei pezzi minori. Veri e propri capolavori come l’emozionante Cascade o la visionaria Circle (forse la vetta assoluta del disco, basata su un loop di archi preso da Fireworks e mandato al contrario, dove strato dopo strato la band aggiunge sfumature sonore con una Siouxsie in grande spolvero) si affiancano a esperimenti malriusciti (il finto jazz di Cocoon) o canzoni pop piacevoli ma iperprodotte e senza un vero mordente (Green Fingers o l’imbarazzante She’s a Carnival). La melodrammaticamente stucchevole Melt! (pensata come un tributo alla musica giapponese, ma che in realtà somiglia più al folk partenopeo) si scontra con quella Painted Bird che fino alle versioni live di pochi mesi prima era splendidamente aggressiva e ora si ritrova un coretto malizioso terribilmente irritante. C’è confusione e si sente: Obsession sarebbe stata molto meglio in chiusura al posto di una Slowdive che, seppur ballabile e divertente, non è ai livelli di una Switch o una Voodoo Dolly.

Un lavoro discontinuo, figlio delle fratture in seno alla band che porteranno Budgie e Siouxsie a concentrarsi di più sui Creatures (e sul loro affiatamento come coppia), un Severin in minoranza a cercare sempre di più la compagnia e il sostegno del vecchio amico Robert Smith e un McGeoch – ormai spesso in disaccordo con la leader e schiacciato dalle dipendenze – a flippare definitivamente. Quest’ultimo abbandonerà la band poco dopo l’uscita dell’album, giusto in tempo per far rientrare nei ranghi il leader dei Cure che aveva temporaneamente messo in stand by la sua creatura collassata sotto il peso di Pornography.

Forse la mancanza di una guida vera e propria (il manager storico, Nils Stevenson, era stato da poco licenziato per uso di eroina), le prime distrazioni e l’eccesso di fiducia in se stessi giocano a sfavore della visione di insieme della band. Mai come stavolta infatti dei pezzi da 90 sono stati sacrificati nelle B-side a favore di canzoncine innocue. È il caso della splendida Cannibal Roses, girotondo lisergico figlio delle visioni di Siouxsie (che diceva essere stata ispirata da un girasole che secondo lei la spiava dalla finestra – buoni i trip eh?) relegata al lato B di Slowdive, che con il suo incedere quadrato sempre in bilico tra melodia e dissonanze ci regala una delle interpretazioni migliori della Susanna di quel periodo. Qui la paranoia schizofrenica degli esordi viene vestita di eleganza e stile pur non perdendo mordente ed efficacia e anzi portando il “suono Banshees” a un livello superiore, a dimostrazione che la band aveva ancora molti proiettili d’argento da sparare, ma evidentemente era venuta a mancare la lucidità necessaria per scegliere con cura bersagli e distanze.

Max Zarucchi
Max Zarucchi

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