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Roxette, ricordo di un piacere inconfessabile

Pop-rock impeccabile, se le classifiche non mentono

Paolo Madeddu
Paolo Madeddu

Apprezzati da molti di più di quelli che hanno avuto il coraggio di fare outing al riguardo, Per Gessle e la recentemente scomparsa Marie Fredriksson (9 dicembre 2019) sono stati un caso di successo planetario tutto da raccontare.


Molto di commerciale, ben poco di ovvio

La recente dipartita di Marie Fredriksson, lato femminile dei Roxette, è stata accolta da un’ondata di dispiacere leggermente diversa da quelle che normalmente si riservano alle piccole e grandi divinità della santa chiesa dell’intrattenimento. Perché per tanti si trattava di un guilty pleasure, di un apprezzamento inconfessabile per un duo del tutto privo di coolness, nonché di ambizioni di alcun tipo, se non quella di piacere al pubblico (tanto pubblico). Ma questo obiettivo, che i più perseguono giocando al ribasso e spesso scendendo a compromessi con se stessi, ai Roxette riusciva in modo perfettamente naturale, anche grazie a una apparente assenza di malizia.

Qualità che ha i suoi pro e i suoi contro.

Cominciamo dalla fine, che più o meno, vogliamo ricordare così.

Cominciamo dalla fine. Qualcuno lo scoprirà ora, ma negli anni ‘10 i Roxette erano ancora attivi: avevano inciso tre album. L’ultimo, Good Karma, è del 2016 (n. 90 in Italia, peggiore performance in un Paese europeo). Questo è il brano che lo chiude. Una canzone di separazione che è l’opposto di ogni break-up song da classifica: è stato un privilegio vederti sorridere, ti auguro il meglio. In un certo senso, la storia dei Roxette si conclude ignorando le regole del pop. Dopo averle rispettate – quasi con devozione – lungo quattro decenni.

Visto come sono andate poi le cose, “good karma” mica tanto – o forse sì?

Potremmo dire che in tutta la loro carriera, anche prima del grande successo mondiale, Marie e la sua controparte maschile, Per Gessle, abbiano offerto una versione innocente, priva di additivi, di quel pop e rock che altri rendevano più sexy e intossicante. E tuttavia, quello dei Roxette è uno dei casi in cui ciò che suona oggettivamente come “commerciale” non è necessariamente ovvio, e molto spesso tradisce un amore quasi sconfinato per compositori più audaci e innovativi. Tra l’altro, senza attirare l’attenzione con trovate o astuzie – e da questo punto di vista è quasi paradossale che il loro primo successo internazionale parlasse del look necessario a imporsi.

Gli antefatti

Per meglio illustrare questo limite o virtù, andiamo ora all’inizio della storia. Nel momento in cui una ragazza della Svezia più povera e provinciale (sì, esiste) mette su un gruppo in cui entra letteralmente di tutto: dal punk al pop, dall’arena-rock americano alla new-wave britannica.

Il punk, dentro i televisori scandinavi nei primi anni ‘80, suonava così, più o meno.

Questi sono gli Strul, alla TV svedese nel 1981. All’epoca avevano un seguito abbastanza consistente, da metter su un’etichetta indipendente e organizzare un proprio festival underground. Marie, al piano e alla voce, suona stranamente incongrua rispetto all’idea che, tramite gli anglosassoni e la loro critica musicale, ci siamo fatti di come debba suonare il rock (ok, d’accordo: anche gli altri componenti del gruppo non scherzano). Anche se gli Strul vengono catalogati come “punk”, l’unica cosa che apparenta Marie a Johnny Rotten sono i denti (ci metterà un po’ di tempo a sistemarli). Nella band fa un breve passaggio un chitarrista di nome Per Gessle, che poi otterrà un notevole successo in patria con un gruppo rock decisamente in sintonia con gli anni ‘80: i Gyllene Tider.

In inglese “The Sound of Another Heart”, niente di paragonabile alla musicalità pop di uno scioglilingua come “Ljudet av ett annat hjärta”.

Fredriksson e Gessle torneranno a incrociarsi sporadicamente negli anni successivi, nel piccolo mondo della musica svedese, che si trova nella transizione dagli ABBA agli Europe ma non è ancora la macchina da hit globali che diventerà nel nostro secolo. Ciò che viene prodotto a Stoccolma e dintorni continua a sembrare materia da Eurofestival. E, qualunque influenza si possa trovare nei fortunati album solisti che Marie incide a metà degli anni ‘80 (Phil Collins, forse Laura Branigan e, volendo, Pat Benatar), non toglie la sensazione di una versione periferica di quel pop che proviene dalle capitali dell’Impero.

Leggenda vuole che il titolo di questa si traduca in “Sparrow’s Eye” — Google Translate si chiama fuori dalla questione e non conferma né smentisce.

Iniziare quasi per caso

Se a lei le cose vanno benino, a lui decisamente no. Quando la sua band si scioglie, Per prova la carriera solista, ma passa dal vendere 400mila copie a 20mila. Alla EMI decidono di iniziare le pratiche per congedarlo, ma nel frattempo – visto che è lì che gira – gli propongono di scrivere un pezzo per Marie. Il duo comincia così, in punta di piedi, con Neverending Love. Del quale – se riuscite a non farvi distrarre dal balletto e dal pubblico – potrete cogliere la capacità di aderire ai canoni del pop internazionale dell’epoca. In Italia, pochi ci provavano. E ancora meno ci riuscivano.

… e anche dai vasi di fiori rotanti.

A Marie, il progetto Roxette non dispiace, anche perché in un gruppo ci stava bene: avere tutta l’attenzione su di sé non è la sua ambizione. Però per l’album di debutto Pearls of Passion fa più o meno l’ospite di lusso, lasciando che sia Gessle a scrivere tutto quanto. Il disco va comunque al n. 2 in Svezia.

Intanto la sua proficua carriera solista va avanti: nel 1987 col suo terzo album andrà al n.1 in classifica, e a tener vivo il progetto Roxette sarà un disco di versioni remix, esplicitamente intitolato Dance Passion (dati alla mano, il pubblico svedese non lo trovò particolarmente appassionante).

Fare il botto quasi per caso

Nel 1988 il duo riprova con Look Sharp! (il primo di una serie di punti esclamativi). Bene le vendite, bene i primi due singoli (Dressed for Success, Listen to Your Heart), meno bene il terzo (Chances), che la EMI invia anche alle filiali di Germania, Francia e Italia. Non succede niente. Per cui quando in Svezia esce l’ultimo singolo The Look, l’etichetta è pronta ad archiviare la pratica come fenomeno locale: il brano a qualcuno ricorda troppo, nel titolo e nello spirito, U Got the Look di Prince.

Ma il successo si veste in modi bizzarri – tant’è che si presenta nei panni casual di uno studente di Minneapolis (chi è nato a Minneapolis? Bravi). Il quale, dopo un soggiorno nel nord-Europa, torna a casa con una cassetta e la sottopone a una radio della sua città. Che subito inizia a programmare il pezzo, sensibilizzando anche le emittenti consorelle nel resto del continente.

Uno “1… 2… 3… 4…” d’ordinanza per mettere subito le cose in chiaro, e un ottimo “na-na-na-na-na” quando le cose si fanno serie – non poteva non diventare una hit.

Con una rapidità clamorosa, il brano prende piede. Se gli ABBA erano stati lanciati dagli inglesi, stavolta sono gli yankee a suggerire al mondo questo duo che – dischi d’oro alla mano – apprezzano molto più del fatato quartetto, rispetto al quale è non solo più dinamico e meno camp, ma si rivela anche esteticamente impeccabile per la MTV di quel periodo. Così, nell’aprile 1988, The Look entra in Top 10 anche nelle chart britanniche, e di lì a poco dilaga in tutta Europa e in Sudamerica.

Anni dopo, nella raccolta dall’ineffabile titolo Don’t Bore Us, Get to the Chorus! (punto esclamativo) Gessle ha raccontato che il testo era basato sulla vocal guide – frasi improvvisate che suonavano bene in attesa di qualcosa di meglio. Ma quel qualcosa di meglio non lo trovarono mai. Quanto alla musica, il riferimento erano gli ZZ Top.

L’estetica del video di The Look è quella del film Desperately Seeking Susan, girato a New York: Marie ostenta una chitarra elettrica – cosa che la brava cantante pop dell’epoca in genere non faceva, in quanto distraeva dal corpo. Ma se qualcuno ricorda il film, il fidanzato di Madonna entra in scena guidando il furgone della band sulle note di Lust for Life di Iggy Pop anni prima che Trainspotting ne facesse un uso criticamente corretto. Quel flirt tra pop e rock è essenziale sia per gli anni ‘80 che per i Roxette (se proprio il nome non ve l’ha ancora suggerito). E agli americani non può sfuggire che Dressed for Success riprenda il sempiterno riff di Louie Louie dei Kingsmen, come sottolinea in particolare la versione live, davanti a una folla euforica in Sudafrica.

Mentre in The Look a trainare la nave in mare aperto era Per Gessle con la sua voce raspeghina, da hair metal povero, per la seconda smash-hit al centro di tutto c’è la voce di Fredriksson, la cui agilità ricorda quelle ginnaste a cui riesce tutto senza sforzo.

La ricetta: concetti semplici e una ballad ogni tanto

A questo punto manca solo la ballatona, ed è ovviamente un esercizio di stile impeccabile: il video, girato in un castello svedese, è quasi un sogno pop: nulla di volgare, una fisicità quasi eterea malgrado i piedi nudi sapientemente messi in mostra, un assolo di chitarra hard-rock come prescrive la ricetta. Anche Listen to Your Heart entra nella top ten americana, sottraendo il duo al destino delle one hit wonder.

Né le moderne torce dell’iPhone, né gli antiquati accendini – qui il tocco di classe sono quei bastoncini che fanno le scintille – aka “stelline” – di cui ormai si è persa memoria.

Gessle non ha mancato di ironizzare sulla cosa:

Listen to Your Heart è la big bad ballad, il nostro tentativo di enfatizzare tutto ciò che veniva fuori dalle radio americane, fino quasi all’assurdo. (Per Gessle)

Riff di chitarra, concetti semplici e un appello così elementare da suonare sconcertante: ascoltate il vostro cuore – anche se non siamo degli homies del vostro quartiere o dei lads che incontrate al pub, non possiamo non piacervi.

La critica si guarda bene dal prenderli in considerazione, perché la loro semplicità è quasi insostenibile: per il video di Dangerous vengono addirittura riciclate le immagini del castello del video precedente. In questo brano la coppia dialoga, flirta a uso dei fan che li stanno shippando (anche se i social e la loro neolingua non sono ancora stati inventati). Qui c’è anche la stessa armonica southern di Missionary Man degli Eurythmics, uscita un anno e mezzo prima – in una fase in cui Annie Lennox ha un taglio di capelli molto simile a quello poi adottato da Marie Fredriksson.

In fin dei conti, sembra la deliberata intenzione dei Roxette: farlo dopo, farlo senza sale.

Qui, però, solo il footage dove aveva le scarpe.

It Must Have Been Pop

Tirando le somme, Look Sharp! vende 8 milioni di copie. Eppure è evidente che i Roxette arrivano tardi a una festa pop che sta per finire, o quanto meno per cambiare. Non hanno una precisa caratterizzazione stilistica: a tenerli su per qualche anno nel volubile music business dell’Impero è la qualità delle loro hit.

Solo un anno prima del resto:

Eravamo in Germania per fare promozione, e le radio continuavano a chiederci se eravamo rock o pop. Nel dubbio, non ci passavano. La EMI tedesca ci chiese una canzone di Natale, perché quell’anno c’era poca concorrenza. Non la suonarono lo stesso. (Per Gessle)

Come sottile vendetta, dopo il successo di The Look, eccoli prendere quella stessa canzone e sottoporla alla Disney che aveva chiesto un brano per una colonna sonora. Ci diventarono matti.

Chi l’ha detto che a Natale bisogna essere per forza felici?

It Must Have Been Love entrerà nella colonna sonora del megablockbuster Pretty Woman e li piazzerà ancora al n. 1 dei singoli in USA così come in Canada, Australia, Spagna, Polonia, Danimarca. Farà il suo ingresso in Top 10 in tutto il mondo, letteralmente: Germania, Giappone, Belgio, Olanda, Regno Unito. Non succederà solo in due Paesi: Italia e Francia, che forse alle ballatone sentimentali chiedono più strazio, altrimenti non la bevono.

Le chitarre (nemmeno troppo) nascoste in cima alla classifica

Per il terzo album la ricetta non cambia di molto, e non viene coinvolto nessun superproduttore di successo: il duo continua ad affidarsi al connazionale Clarence Öfwerman, con loro dall’inizio. Il singolo che gli dà il titolo va ancora una volta al n. 1 negli USA. E in un sacco di altri posti.

Green-screen come se piovesse e una tipica ambientazione scandinava.

Di nuovo la chitarra elettrica è un elemento portante di un brano deliberatamente pop. Negli anni ‘80 questa era pratica più ovvia e diffusa di quello che le ricostruzioni storiche hanno voluto far credere: senza chitarre, non stanno in piedi diversi album di Madonna e Michael Jackson (a un certo punto, persino i Depeche Mode apriranno alle sei corde). Dopo gli anni ‘90, questo è accaduto sempre meno: la chitarra elettrica è stata rivendicata dal rock e lasciata perdere senza troppe remore dal pop – e certamente, dal rap. Viceversa, i Roxette non si fanno particolari problemi a infilarla anche nel secondo singolo Fading Like a Flower (Everytime You Leave).

Anche a questo giro una location da pezzenti – la città vecchia di Stoccolma e gli interni della splendida Stockholm City Hall.

Il singolo va al n. 2 invece che al n. 1 – cose che succedono. Però la quota di pop anni ‘80 che soffia nel brano inizia a rendere il tutto più prevedibile. Da buon rocker travestito, Gessle sa che aria tira: si è accorto che MTV cerca sempre più spesso i Guns’n’Roses e i vecchi Aerosmith, e forse ha anche notato che da Seattle – proprio in quel 1991 – sta arrivando l’ultimo ruggito del rock americano. Non a caso nell’album si sente la ricerca di un suono meno europeo, per esempio in Watercolors in the Rain.

En passant – questa versione è quella del disco, non fatevi ingannare dalle immagini tratte in parte dall’Unplugged per MTV.

Siccome i Roxette sono anche una live band, partono per un lungo tour mondiale, al termine del quale si prendono una pausa. Quando tornano, alla casa discografica americana non trovano più nessuno di quelli che li avevano sostenuti. I nuovi capi non si fidano, e fanno un accordo con McDonald’s per concedere alla catena un’edizione speciale del nuovo disco in anteprima e sottocosto. Vende tantissimo – ma Billboard non può contare quanto. Per contro i negozi non la prendono bene e, quando esce l’album, molti non lo ordinano. Perciò, Crash! Boom! Bang! va bene e va male contemporaneamente. Quel che è certo è che naufragano le speranze del duo di far notare il proprio entusiasmo per il rock anni ‘90 e per le sue sei-corde roboanti.

“Chitarre roboanti” è una citazione, non un’iperbole – ascoltare il testo per credere.

I love the sound of breaking guitars
I love the sound of crashing guitars
Hey, you long haired vintage Jesus
Break the guitar into 1000 pieces
I love the sound of crashing guitars – don’t you?

Ehi, questo sì che è parlare. E d’altronde, anche quando la buttano sul romantico spinto, i Roxette anni ‘90 ricorrono a verbi particolarmente fragorosi.

L’amore ai tempi dei suoni onomatopeici.

I Duemila, la malattia, la resa

Tuttavia, l’idillio con gli USA si è spezzato. In Europa e Sudamerica i singoli continuano ad andare bene, ma in America non entrano più in Top 10. L’anno successivo Per Gessle prova per la prima volta a scrivere un brano con un autore famoso (Desmond Child). Ne esce la ballatona You Don’t Understand Me. Ineccepibile, ma un po’ prevedibile. I Roxette hanno perso lo slancio, forse anche un po’ la voglia. Vanno avanti a strappi, tra singoli e raccolte, fino al tentativo di rentrée del 1999 con Have a Nice Day. Il singolo Wish I Could Fly ha un sound due spanne sopra quello che alla fine di quel decennio viene considerato “pop”, e la critica – a partire da quella inglese – è positivamente sorpresa dal disco. Ma conquistare nuovi fan è difficile quanto mantenere quelli di dieci anni prima.

Singolo nuovo, sensualità vecchia – riecco i piedi nudi.

Con il nuovo secolo, arriva la diagnosi di tumore cerebrale di Marie Fredriksson: è il 2002. I Roxette rimarranno fermi per un decennio, eccetto raccolte e qualche inedito per pubblicizzarle. La cantante invece pubblica un altro album solista («L’ho fatto come terapia»). Lo incide con il marito, il musicista svedese Mikael Bolyos, e ne scrive la maggior parte – mentre coi Roxette firmava uno, al massimo due brani per album. Si intitola The Change, come il primo pezzo.

La copertina è della Fredriksson stessa – per chi non lo sapesse, non solo cantante e musicista, ma anche pittrice o, come si preferisce dire oggi, “artista visiva”.

All’inizio degli anni ‘10 la lunga lotta con il cancro le concede una pausa, e i Roxette tornano a proporsi sia dal vivo che in studio. Anche se con risultati ancora più lontani dai trionfi di un tempo, e con proposte artisticamente ibride, come questo singolo del 2011: She’s Got Nothing on (But the Radio).

Ritmica modernista, ritornello spettacolosamente rétro.

Così, rieccoci all’ultimo album, Good Karma del 2016, dal quale eravamo partiti. Uno dei singoli è questa Some Other Summer, che se vogliamo racchiude il problema dell’aver provato a essere i Roxette anche in questo secolo. Ovvero: non c’è più una vera idea di pop cui rifarsi – se non quando è il personaggio a essere pop ed eccitante. E poi, fate caso alla completa assenza della chitarra – lo strumento che l’urban sound ha sacrificato per mettere sull’altare autotune e TR-808.

Quindi forse la verità è che ben prima che lo facesse Marie Fredriksson, già si erano arresi i Roxette.

Video-grafica da tutorial base di After Effects – altro simbolo di spugna ormai gettata.

Questo articolo fa parte della serie Fenomeni. Ogni tanto bisogna andare in profondità e prendersi il tempo che serve per parlare di chi o cosa ha fatto la differenza. Non trovate? Scopri gli altri articoli.

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