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Ritorno ad Abbey Road

"Abbey Road" dei Beatles spegne 50 candeline. Com'è andata, cos'è rimasto e perchè è davvero un disco eccezionale

Sarà mai possibile riuscire a dire qualcosa di “nuovo” sui Fab Four? In occasione del cinquantesimo del loro penultimo disco e della relativa pubblicazione di una principesca versione “deluxe”, proviamo ad ascoltare tra le righe.


Any Colour You Like

Hai ragione, Jennifer Egan. Il tempo è davvero un bastardo. E non consola pensare che l’abbiano disegnato così e che non resti altra scelta che accettarlo. Scorre imperturbabile e pian piano cancella tutto dalla nostra testa, mentre noi ci attacchiamo a dei punti fermi per vivere sereni.

Ricordo come fosse ieri la prima volta che ho ascoltato Strawberry Fields Forever, perché è stato quello l’attimo in cui il mio piccolo mondo di quindicenne si è ribaltato e ha iniziato a crescere. L’attimo in cui la musica pop ha soppiantato tutto il resto portandosi dietro altre meraviglie.

Era un anonimo pomeriggio di novembre e appena partì quell’organetto sommesso la stanza si riempì di colori. Un battesimo psichedelico senza additivi, insomma, e per questo a volte ragiono sui dischi dei Beatles in termini cromatici. C’è l’Album Bianco, che è insieme enciclopedia austera e tela da imbiancare. Ci sono i pastelli dilatati pre-lisergici di Rubber Soul e la loro incontenibile esplosione in Revolver e Sgt. Pepper’s…. C’è il quasi bianco e nero di Let It Be che abbozza un ritorno agli inizi dei Sessanta. Quei Sessanta che gli stessi Fab Four plasmarono a colpi di She Loves You e Help! e ai quali non sarebbero sopravvissuti. Guardarsi indietro era possibile, tornare (Get Back) non più, ormai.

L’amore secondo George.

Esiste poi un trentatré giri che da poco ha compiuto mezzo secolo – un traguardo importante nella pop culture – e del quale si parla relativamente di rado. Quel disco è Abbey Road, il mio “album verde”. Per la celeberrima, iconica copertina con il passaggio pedonale e le villette di Camden e Westminster (London NW8) così squisitamente british, con la loro regolata discrezione che nasconde iddìo sa cosa. Certo. Ma lo penso di quel colore anche perché arriva in fondo al decennio favoloso per antonomasia, nella rassegnazione che cresce mentre incombe l’inverno del riflusso. In quel passaggio nasce musica meravigliosa, imbevuta della malinconia oppiacea di un’epoca che tramonta (circostanza bizzarra n.1: la foto fu scattata il giorno in cui la setta di Charles Manson compì il massacro a Bel Air) lasciando il posto a nuove incognite.

Però, come al solito, le cose sono più complesse e forse quel verde era – è tuttora – un messaggio di speranza. Mi piace crederlo. Sia come sia, occorre ascoltare tra le righe per cogliere l’essenza dell’ultimo capolavoro di quei Quattro così Fantastici da permettersi di omettere dal fronte della confezione sia il titolo del disco che il loro nome. Bastava la foto a raccontare tutto, ritraendoli mentre attraversano la strada e compiono un passaggio fatidico. Cerchio chiuso, metafora perfetta. Altro che le baggianate sulla morte di Paul.

Ammesso che si possa fare la cover di una foto, questa è sicuramente la foto più coverizzata della storia, dal manuale del perfetto pedone alla volta che i vostri quattro cugini andarono in gita a Londra.

All You Need Is Time

Confesso che per afferrare in pieno la grandezza di Abbey Road mi è servito più tempo rispetto ad altri lavori beatlesiani. Soprattutto ho faticato a rapportarmi con il vaudeville noir di bassa lega Maxwell’s Silver Hammer (non ho cambiato idea: vaso di coccio era e vaso di coccio rimane) e con Oh! Darling, melodramma anni ’50 che ho rivalutato per l’intensità vocale di Paul. Parevano riempitivi e invece sono anch’esse, nel bene e nel (poco) male, una parte del gioco di specchi cui accenno più oltre. Lo stesso dicasi della fortuna di un album all’epoca vendutissimo e poi ingiustamente scivolato nelle seconde schiere.

Può capitare, quando un artista è così famoso: la gente considera solo la cima dell’iceberg finché, suo malgrado, da memoria storica lui si trasforma in pezzo da museo per chi memoria non ha. Tornando al 1969, accantonato il disastroso progetto del film-concerto Get Back, in equilibrio tra le feroci dispute legali su cosa fare della Apple Records e la spaccatura interna che si allargava ogni giorno, McCartney spronò tutti un’ennesima volta dalla scomparsa di Brian Epstein. Facile che pure lui stesse pensando alla vita futura da ex Cesare moderno. Tant’è. A contare sarà il risultato.

L’apocalisse secondo John.

Del resto, i ritratti separati del White Album avevano dimostrato pubblicamente che dopo la conquista del mondo “tutti per uno” il quartetto era all’ognuno per sé. Il sogno agli sgoccioli, serviva un’orgogliosa fiammata per sigillarlo. E la fiammata arrivò. Per questo motivo le varie assenze in fase di registrazione e il senso di apatia e scollamento esistenziale rappresentarono la benzina di un disco che, di primo acchito, pare un po’ slegato. Al contrario, il filo conduttore sta nella risposta d’autore allo sbriciolarsi dei Sixties, nel botta e risposta tra John e Paul, negli altri che non si fanno mettere i piedi in testa. Anzi. George Harrison firma due dei suoi apici con il sublime sonetto a cuore spalancato Something e la sempiterna estasi primaverile Here Comes The Sun. Ringo offre la solare filastrocca country Octopus’s Garden a mo’ di regalo pacificatore. Che non servirà, ma il punto è un altro.

The Long (and Winding) One

Il punto è la bellezza che prorompe dal vinile riempiendo lo spazio circostante. A testimoniarla non servono sfarzose edizioni celebrative (sì: dell’industria discografica che cerca di sopravvivere) come quella approntata per il cinquantesimo, che tanto per cambiare rimasterizza e spulcia tra demo, versioni alternative e provini. Faccende del genere sono roba per completisti o studiosi della materia e di rado aggiungono qualcosa di significativo alla magia. Per rendere una giornata degna, Abbey Road basta così com’è, con il suo aureo gioco di specchi – in origine il lato A e il lato B erano invertiti, poi per fortuna si cambiò idea – tra identità che in un lampo avevano mutato la storia e la cultura pur essendo ancora giovanissime.

C’eravamo tanto amati.

Identità restituite a se stesse che qui danzano un’ultima volta in assoluta (ancorché piuttosto sofferta) armonia con il pigmalione George Martin (circostanza bizzarra n. 2: i Beatles furono insieme in studio per l’ultima volta il 20 Luglio 1969, quando l’uomo mise piede sulla luna). Il balletto delle differenze spiega la multiformità di John Lennon, che scippa a Chuck Berry il blues-rock sornione e malizioso Come Together, allestisce l’apocalisse solforosa al ralenti I Want You (She’s So Heavy) e si rifugia nella complessità armonica di Because, sfoglia emotiva colma della dolcezza sottilmente inquieta – ribadisco: è un epoca al tramonto – che è alla base dell’album tutto e anticipa l’umore di un Elliott Smith.

L’amarezza secondo Paul.

Quanto a Sir Paul, si chiariscono ulteriormente i meriti “progettuali” e il peso del medley che, occupando gran parte della seconda facciata, disegna un vertice di arte pop. L’articolazione magistrale della longilinea, amarognola You Never Give Me Your Money e l’oasi di cristallina quiete lennoniana Sun King danno il via a un succedersi di fotogrammi, nei quali i personaggi tratteggiati dalla guizzante Mean Mr. Mustard, dalla frenetica Polythene Pam (ancora John, qui) e dal superbo rhythm & blues poppizzato She Came in Through the Bathroom Window ondeggiano tra sogno e realtà, tra favola escapista e teatro del quotidiano.

Dove Golden Slumbers è un peana all’assoluto amore che taglia i nervi con piano, archi e un cantato scagliato in cielo, Carry That Weight rappresenta l’ammissione (non a caso presentata in coro) che i giochi si stanno chiudendo. Che quel peso lo porteremo tutti sulle spalle, e a lungo.

Per un istante salto a dopo il “long one” e la fine dei solchi, annotando che la scheggia acustica Her Majesty è una traccia nascosta ante litteram che sfuggì per caso alla soppressione. Poi, Signore e Signori, è The End: chitarre spianate, l’unico assolo di batteria di Ringo Starr, un secondo per tirare il fiato e pronunciare, sull’orchestra che scivola via con mesta eleganza, una possibile verità:

And in the end the love you take is equal to the love you make.

Sipario. Nello scrosciare degli applausi, si può sentire qualche lacrima cadere.

Hello, ma soprattutto goodbye.

Questo articolo fa parte della serie Discotheque. Discotheque è il nome di una serie di *articoli lunghi* in cui si guarda a dischi usciti da (almeno) un decennio (ma di solito di più); ma li si guarda, e si ascolta, con gli occhi e le orecchie di oggi. Scopri gli altri articoli.

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