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Quando i Journey inventarono l'AOR

Si fecero conoscere con "Infinity", disco che quest'anno ha fatto 40 anni. Ed ecco com'è andata.

La canzone del ventesimo secolo più venduta in assoluto su iTunes venne incisa nel 1981 da un gruppo californiano, con un cantante che aveva già deciso di smettere e lavorava come bracciante in una fattoria, l'ex chitarrista di Carlos Santana e un manager che si atteggiava a padre padrone di tutta la baracca. Ci arriveremo. Ma la storia comincia un po' prima, il 20 gennaio del 1978. Anzi, no: comincia nel 1973.

Davide Mana Davide Mana | 26.10.2018 | Condividi su Facebook o Twitter

Falsa partenza (virtuosistica)

Il 1973 è l’anno in cui si sciolgono i Santana.
Il loro road manager – o semplice roadie, a seconda delle fonti – si chiama Herbie Herbert ed è, a suo dire, un hippie e fan dei Grateful Dead. E non si chiama Herbie. Il suo vero nome è William. È un tipo così.

Ora che i Santana non ci sono più, Herbie si offre come manager a due profughi del gruppo: il chitarrista Neal Schon e il tastierista e cantante Gregg Rolie. Herbert è stato come un padre per Schon, che ha esordito a tredici anni e da quando ne ha sedici suona coi professionisti (adesso ne ha diciannove).

Con l’aggiunta di Ross Valory e George Tickner, rispettivamente basso e chitarra ritmica dei disciolti Frumious Bandersnatch, Herbert mette insieme una formazione prog caratterizzata da un sound jazz rock. Fanno un concorso con una stazione radiofonica per trovarsi un nome, ma non partecipa nessuno. Forse dovrebbero farsi una domanda e darsi una risposta; invece no. Alla fine uno degli attrezzisti propone “Journey”, e loro diventano i Journey. Alla batteria, Ainsley Dunbar (ex fiancheggiatore di Frank Zappa).

Insomma: non dei principianti, i Journey.

Ma i primi due dischi sono dei notevoli buchi nell’acqua e Tickner taglia la corda. Il gruppo ha un buon seguito live nella zona di San Francisco, dove è popolare per le sue lunghe improvvisazioni strumentali, ma il successo sul palco non corrisponde alle vendite. Le radio non passano la musica dei Journey, quasi nessuno se li fila. Anche se sono bravissimi.

Non erano malaccio, COMUNQUE

Per il terzo album, Herbie consiglia ai ragazzi di buttarla sulle armonie vocali e fare “una cosa più pop”. In altre parole, semplificare il suono. Terzo giro, terzo flop. Anche tirare dentro Bob Fleischman – cantante e co-autore – non serve: se ne va sbattendo la porta, dopo aver contribuito con due soli brani. Un disastro.

Ma Herbie non è tipo da darsi per vinto e così ingaggia Roy Thomas Baker, produttore che ha lavorato con i Queen e i Nazareth, portandoli al successo. Herbert ha anche trovato un nuovo cantante e compositore: un tizio che si chiama Steve Perry.

L'uomo del destino

Steve, cresciuto in una stazione radiofonica gestita dai suoi genitori e che cita la Motown e Sam Cooke come fonti d'ispirazione, all’epoca ha mollato. Dopo anni a girare a vuoto come cantante, ora sta in una fattoria a fare il bracciante. Ma sua madre gli consiglia di provarci, e perciò lui torna a San Francisco a fare il provino coi Journey.

I ragazzi lo guardano subito con un certo sospetto. Ha una bella voce tenorile, potente e duttile, ma ha questa fissa per le canzoni sdolcinate e pare un crooner, non un rocker. E poi che è ‘sta roba che scrive?

Ma trascorso un pomeriggio insieme, Perry e Schon scoprono di riuscire a comporre insieme con estrema facilità e perciò, nonostante i dubbi riguardo al nuovo frontman, i Journey entrano in studio con Baker e incidono un disco, che esce il 20 gennaio del 1978.
Il giorno dopo la colonna sonora de La Febbre del Sabato Sera entra prepotentemente nella classifica a stelle e strisce, per restarci 24 settimane filate. L’era della disco music è ufficialmente iniziata.

Ai Journey non importa, tuttavia: in quel lasso di tempo, mentre si trovano in tour, il loro Infinity viene certificato disco di platino (più di un milione di copie vendute in Usa). Ce l’hanno fatta e, in capo a due anni, saranno colossali.

Ci sentiamo così, ci sentiamo bene – anche con indosso la giacca rossa

To infinity and beyond!

Infinity dei Journey è un disco spartiacque.

Lo è per la loro storia, naturalmente, ma non solo. Senza di esso forse non avremmo avuto il successo di Foreigner, Boston, Asia, Styx, REO Speedwagon, Bon Jovi, e tutto quel catalogo di rock duro ma troppo melodico per essere metal e troppo hard per essere pop.
Band competenti, tecnicamente impeccabili come le migliori formazioni prog, contaminate da generi improbabili e, in ogni caso, abbastanza sporche e furbette per essere anche strapopolari.

La copertina di 'Infinity' fu disegnata dal grande Stanely Mouse, già autore di parecchie copertine dei Grateful Dead. Mouse sarà l'artista dietro la maggior parte delle cover dei Journey.

AOR (Album-oriented rock, in ossequio a Wikipedia). Arena Rock. Corporate Rock. Soft rock. Il sound degli anni ‘80. MTV ci andrà a nozze. Alcuni critici lo odieranno, ma non potranno mai odiare i Journey.

Tre gli ingredienti magici nel successo di Infinity.

Il primo è la potenza dei Journey sul palco. I cinque sono professionisti rodati e animali da palcoscenico, che "si sudano" il prezzo del biglietto sera dopo sera. L’album viene promosso con un tour massacrante di 170 date che, assieme ai ripetuti passaggi radiofonici, porta finalmente la band a contatto col grande pubblico.

Il secondo è certamente la produzione di Roy Thomas Baker. Il sound del disco è molto coeso, pulito e offre spazio per far brillare ciascuno dei componenti della band. Baker non cerca di replicare in studio il suono dei Journey dal vivo, ma cattura comunque la vitalità della band – un trucco che gli era già riuscito coi Queen. In primo piano, i riff esplosivi, intricati e sorprendenti di Schon, la voce di Perry e, sotto, una stratificazione di armonie vocali. Ha funzionato con Freddie Mercury, funziona anche con Steve.

Il terzo ingrediente fondamentale, il più importante, è proprio la coppia “scompagnata” Perry/Schon; i due hanno composto sei delle dieci canzoni di Infinity, connubio ideale fra tecnica e spirito commerciale. Steve sa molto bene che cosa piace al pubblico; Neal sa molto bene come renderlo unico.

Perry diventerà una delle voci distintive degli anni ‘80. E quanto alla sua fissa per le canzoni sdolcinate, sarà lo stesso Schon ad ammettere che, per la prima volta, ai concerti dei Journey si vedono delle donne. La band ha appena scoperto un segmento di mercato ancora parzialmente inesplorato, infatti – le ragazze che amano il rock.
Anche sul disco del più drastico gruppo rock mainstream, da questo momento in poi, dovrà esserci una ballad: un pezzo lento e romantico per spezzare il ritmo, che funzioni come singolo e possa “tirare” l’album con gli ascolti radiofonici.
Sembra ovvio, ma c’è voluto Infinity.

Ci sono voluti i Journey.

Comunque, nonostante il successo stratosferico, Steve Perry rimane un elemento estraneo nella band, o così lo fanno sentire i colleghi; ironicamente i Journey sbancano col singolo Wheel in the Sky, scritto da Bob Fleischman prima di andarsene, e cantata da un cantante che non è veramente “uno di loro”.

La voce di Perry è talmente cristallina da indurre una certa compostezza anche fra le prime file del pubblico

Incompatibilità elettive

Questa dicotomia, questa contrapposizione fra due diversi tipi di professionismo, porterà alla fine la band al collasso.

I problemi cominciano subito. Il tastierista Greg Rolie dopo un anno se ne va e viene rimpiazzato da Jonathan Cain, che condivide i gusti melodici e lo stile “commerciale” di Perry. Incidere i loro brani diventerà una battaglia, con Schon che li sfotte selvaggiamente per le sdolcinature. Ma i loro pezzi vendono, e piacciono, e passano per radio, e portano gente ai concerti.

«Neil dopo il concerto venne da me e disse: 'Sai, la canzone melensa che hai scritto? Beh, spacca i culi'. Lo avrei ucciso» – Steve Perry a proposito di 'Open Arms'.

Le ragazze piangono, stringendosi ai fidanzati durante Open Arms – oggi considerata una delle migliori canzoni d’amore del ventesimo secolo – e il pubblico di Houston impazzisce quando Perry modifica al volo il testo di Don’t Stop Believin' per coinvolgerlo "in prima persona".

Già, Don’t Stop Believin'.

Quella con “la miglior intro di tastiera di sempre”.
Il singolo pre-iTunes più venduto su iTunes.
In assoluto.

Anche Tony Soprano non smetterà di crederci

Milioni di dischi venduti (prima di Internet, prima di Spotify).

Verranno stigmatizzati come un classico esempio di “corporate rock”, i Journey – sai com'è, vanno in TV e partecipano a un sacco di colonne sonore di film...

In Giappone li adorano. La band americana sbanca con tre tour per tre anni consecutivi, prendendo d’assalto la classifica nipponica e lasciando un segno indelebile sul rock locale degli anni ‘80. Nel paese del Sol Levante registrano persino la colonna sonora di un film, Dream, After Dream (1980). Secondo certi critici, il loro disco migliore.

Finirà malissimo, però.

L'allontanamento

Parte del problema, forse, è proprio il taglio che Herbie ha dato alla band: una famiglia, i membri legati da relazioni strettissime, con Herbert stesso come padre-padrone a gestire e controllare tutto. Difficile per chiunque entrare e venire accettato. Perry è la voce e la faccia dei Journey, ma non riesce a integrarsi: di famiglia ne ha già una sua e, finito il lavoro, vuol tornare a casa dalla moglie. I tour lo sfiancano. Nel 1987, alla morte della madre, il cantante decide di “appendere i guantoni al chiodo”.

E i Journey scoprono che senza Steve Perry non ci sono i Journey. Ci sarà una reunion, dopo dieci anni, ma sarà una catastrofe e questa volta sarà il gruppo a licenziare Perry, che a causa di problemi di salute non può andare in tour. Successivamente lo rimpiazzeranno prima con Steve Augeri e poi con un suo clone "pescato" online, il filippino Arnel Pineda – certi fan non apprezzeranno la mossa.

Ma questa non è più la storia del rock, bensì gossip.

Sempre un classico, nonostante 'Glee'.

P.S.: neanche a farlo apposta, la scorsa estate Neal Schon ha annunciato di voler lavorare di nuovo con Steve Perry. Il quale, nel frattempo...

Questo articolo fa parte della serie Decenni. Decenni è il nome di una serie di articoli lunghi in cui si guarda a dischi usciti 10, 20, 30 o 40 anni fa con gli occhi (e le orecchie) di oggi. Scopri gli altri articoli.