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Quando i Clash esagerarono tre volte (in un solo disco)

I 40 anni di Sandinista! – un disco esagerato, in tutti i sensi

Nell’epoca in cui la maggior parte dei dischi nuovi suona già vecchia il giorno della pubblicazione e la retromania è un paravento per la mancanza di idee, il finto caos di Sandinista! conferma la sua natura di avveniristico capolavoro.


Eravamo aperti a tutto. Mick introduceva i nuovi suoni di New York, Paul il reggae, io il rhythm‘n’blues e Topper la conoscenza del soul. Fu magnifico, anche perché giunse di getto dopo una ricerca interiore. Qualcosa di esagerato come il modo in cui fu pubblicato: tre volte esagerato. (Joe Strummer)

London calling to the world

A volte occorrono parecchi anni perché un disco sia capito. Specie se ha la colpa – il merito, in realtà – di tratteggiare con mano ferma panorami che diverranno familiari parecchio tempo dopo. Del ristretto club, Sandinista! è fra gli affiliati più futuristici per la musica e il messaggio che racchiude, nonché quello che ha sollevato maggiori polemiche in occasione dell’uscita, risalente all’ormai lontano dicembre di quarant’anni fa. Uno spingersi oltre i confini del rock così radicale da lasciare a lungo perplessi critici e appassionati, tra cui un Kurt Cobain parecchio deluso perché ciò che aveva ascoltato non corrispondeva alla sua idea di punk.

Ecco. Il punto sta esattamente nel fatto che in Sandinista! il punk latita in quanto genere, tuttavia il suo spirito esplode nel gesto di vera rottura che ha rappresentato. Di conseguenza, parlando dei Clash oggi bisogna partire proprio dallo snodo fondamentale di una carriera consumatasi in poco più di un lustro (no, il gruppo privo di Mick Jones non conta) e di un progressivo ampliarsi di vedute. Dalla garageland al mondo, ogni mossa rappresenta una reazione a quanto l’aveva preceduta: il ‘77 codificato nell’esordio omonimo e il tentativo di superarlo con l’altalenante Give ‘em Enough Rope fanno spazio a London Calling, una formidabile sintesi dello scibile rock e insieme il primo approfondimento delle contaminazioni con la Giamaica e la black.

Edificata la Cappella Sistina, la missione di superare le colonne d’Ercole spetta all’oggetto di questo articolo, mentre Combat Rock rifinisce e completa la parabola dell’ultima grande band tutta muscoli, cuore e intelletto. Assecondando il ciclo dei corsi e ricorsi, da par suo Sandinista! non smette di sorprendere per il vigore con il quale entra negli “anta”, tale da indurre a pensare che non fu per caso se vide la luce a pochi mesi da Remain in Light. Semmai, era un segno dei tempi che i Seventies terminassero gettando le basi del decennio a venire e anticipando la futura distruzione di ogni barriera stilistica.

La copertina del disco, una foto scattata da Pennie Smith in Camley Street, viuzza poco raccomandabile dietro la stazione di St Pancras – a Londra, ovviamente.

Revolution Rocks!

Oltre al puro talento, la fortuna di un gruppo spesso poggia su dei retroterra multiformi però complementari che il destino mette insieme. Il caso dei Clash è emblematico: un figlio della borghesia che va a fare il busker (Joe “Strummer” Mellor), il proletario Mick Jones (cresciuto tra i palazzi brutalisti londinesi inseguendo sogni di rock’n’roll e i Mott the Hoople in giro per l’Inghilterra), Paul Simonon (un bellone stiloso abile con i pennelli improvvisatosi bassista dopo aver visto un concerto dei Sex Pistols), Nick Headon alias “Topper” (poliedrico batterista che spalanca agli altri l’universo della musica nera).

Pianeti che si allineano al punk, fenomeno che nel volgere di un anno ribalta l’industria discografica, la cultura e il costume. Ne sono tra i pilastri, i Clash, ma diversamente da tanti colleghi non bruceranno a contatto con l’atmosfera, né annoieranno con vacui formalismi. Quando mettono mano a Sandinista!, i nostri eroi hanno infatti pubblicato due pietre miliari a 33 giri evitando di farsi travolgere dal successo. Anzi: lo hanno piegato in un’evoluzione estetica dove la ricostruzione dell’incendio punkettaro parte dal rinnamorarsi degli Stati Uniti dopo aver urlato di esserne stufi marci.

Una travolgente I Fought the Law sottratta ai Bobby Fuller Four e il tour americano in compagnia di Bo Diddley, Sam & Dave, Lee Dorsey e Screamin’ Jay Hawkins permettono ai quattro di assorbire sul campo le radici del rock’n’roll, aiutandoli a diventare altrettanto grandi e classici di pari statura, capaci di parlare a ogni generazione. Allo stesso modo, i palchi condivisi con Joe Ely e i Cramps indicano il misto di tradizione e iconoclastia che costituisce l’architrave di London Calling e della relativa tournée. Dopo di che, nell’estate 1980, la gang accenna l’ennesima svolta tramite il 45 giri Bankrobber e si barrica a New York con una maturità che nemmeno sospetta di possedere.

Eccoli qua, i quattro ragazzacci perbene.

Four Horsemen

Come Exile on Main Street odora della cantina nella quale fu inciso, il percorso creativo di Sandinista! rivela l’evolversi di un orizzonte autoriale. Agli studi Electric Lady gli amici passano a dare una mano, si suona di giorno e di notte respirando l’anima della metropoli per eccellenza dove il rap sta nascendo nei vicoli e la disco è al canto del cigno. I Clash non si fermano però alla musica: intrecciano la vita vera con una sperimentazione istintuale e il genio che tutto metabolizza e sintetizza.

Jones arrangia instancabile, Strummer scrive testi e fuma canne in un bunker ricavato dalle custodie degli strumenti, ognuno getta idee in un calderone che è autentico lavoro di gruppo. A un certo punto hanno brani da riempirci un triplo: fedeli ai propri ideali, pagano con le royalties la scelta di imporre alla CBS sia l’impegnativo formato che la vendita al prezzo di singolo LP.

Una fusione che non scade nella confusione e il “gioco totale” tra stili sono due delle fondamenta di Sandinista!. La terza è invece proprio la durata, a lungo – e a torto – ritenuta eccessiva. In realtà, un unico album o un altro doppio avrebbero limitato l’espandersi di un universo sonoro, l’ampiezza della visione che lo unifica e la commovente fede nella musica che lo pervade. Poteva essere un disastro, una rovina di fronte all’eccesso di ambizione. Non qui. Non con chi riesce a ricavare coesione dalla molteplicità e ad armonizzare gli opposti. I Clash non possono sbagliarsi: la storia è dalla loro parte.

La band durante le registrazioni all’Electric Lady Studio di New York. Birre e beveroni vari – le canne sono fuori campo.

Combat Songs

Tra i solchi di questo zibaldone tutto si tiene e tutto ha un senso. Il reggae declinato in mutazioni più (One More Time, la Charlie Don’t Surf sull’orlo dell’allucinazione coppoliana che la ispirò) o meno (Corner Soul, The Equaliser) venate di rock, oppure cosparse di spezie etniche (Washington Bullets, una Let’s Go Crazy vicinissima a Kid Creole) e di azzeccate eccentricità (If Music Could Talk, The Street Parade). Le incursioni sulla pista da ballo tramite irresistibili rap (The Magnificent Seven) e funk dal torrido (Ivan Meets G.I. Joe, Lightning Strikes) alla moviola (The Call Up). Gli omaggi a Motown (Hitsville U.K.) e Sun Records (The Leader, Midnight Log), un traditional folk su cadenze in levare (Junco Partner) e un’analisi storico-sociale sotto forma di r’n’b da pub (Something About England), il valzerino aeriforme (Rebel Waltz) e le frenesie jazz (Look Here – firma Mose Allison).

Girato in un magazzino di proprietà del cantante – nonché collezionista di cianfrusaglie a tema militare – Chris Farlowe. La band non si lascia sfuggire l’occasione di suonare in costume, sfoggiando alcune delle svariate uniformi a disposizione.

Altrove una peculiare innodia rock (Somebody Got Murdered, il “compagno” Phil Ochs modernizzato rifacendo la sua Up in Heaven) risponde a brillanti rimasugli punk (Police on My Back, in origine di Eddy Grant), a un accorato gospel (The Sound of Sinners) e a un blues sinuoso (Version City). Se Lose This Skin anticipa i tardi P.I.L. e Junkie Slip immagina un rockabilly gonfio d’erba buona, The Crooked Beat osserva Simonon tirare un filo rosso da Lee “Scratch” Perry a Damon Albarn, Kingston Advice rinsavisce i Devo con una botta funky e in Broadway è Tom Waits a comporre la colonna sonora di Taxi Driver.

Buona per tutte le epoche, per tutte le latitudini, in tutte le salse. Anche in una versione da cosplayer appassionati di manga – con sottotitoli, ci mancherebbe.

Due ore e mezza e non sentirle

Ma, cosa più importante: tutto si tiene e tutto ha un ruolo. Anche la melma di bizzarre version in stile giamaicano e nastri a rovescio dell’ultimo lato (definita da qualcuno una parafrasi della beatlesiana Revolution #9 – concordo) che invece, pur tra qualche ingenuità, rappresenta l’anticamera dove i Tortoise remixano se stessi e dove inizia a sfaldarsi il concetto tradizionale di canzone come entità immutabile. Prelevate dal dub, tecnica e attitudine sono già pronte a propagarsi dalla new wave fino alla dance e al post-rock. Nientemeno.

Trascorse due ore e mezza, la puntina si solleva ma non siamo sazi. Vogliamo ripartire a indagare questa lezione di stile e capire in che modo sia diventata il nostro oggi. Impossibile stabilirlo con certezza, perché una parte del suo fascino risiede nell’azzeramento della distanza tra mistero e rivelazione. Policromo traboccare di energia in divenire, Sandinista! è un fulgido esempio di arte (im)pura e rivoluzionaria. Un capolavoro al quale lo scorrere del tempo ha dato ragione.

Sandinisti al potere!

Questo articolo fa parte della serie Discotheque. Discotheque è il nome di una serie di *articoli lunghi* in cui si guarda a dischi usciti da (almeno) un decennio (ma di solito di più); ma li si guarda, e si ascolta, con gli occhi e le orecchie di oggi. Scopri gli altri articoli.

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