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Psychedelic Furs: l'amore a modo loro

Emo before it was cool.

Alcuni artisti si spingono oltre la moda effimera del momento e si trasformano in comunicatori sociali, icone in ugual misura adorate e detestate, bersagli della critica e del pubblico. Tra i gruppi che raccolgono sotto la loro ala consolatrice il cuore spezzato di generazioni lontane, Richard Butler e compagni sono tra i meno citati. A torto. Soprattutto se consideriamo i primi tre, imprescindibili lavori.


We love(d) you

È ormai assodato che sulle reunion sia ormai stato perso ogni tipo di controllo e del resto mica tutti sono gli Wire, mai scioltisi ufficialmente e tuttora impegnati a elargire lezioni di stile. Nella quasi totalità dei casi, infatti, l’inevitabile – a questo punto, famigerato – ritorno si risolve in faccende non disprezzabili che nulla aggiungono ai gloriosi trascorsi, oppure in raduni da bocciofila e sfilate di hit dal vivo. Chi non ha potuto viverle in prima persona ha a disposizione mitologie di seconda mano e gli altri hanno l'opportunità di abbeverarsi alla fonte della pura nostalgia. Grazie, ma no, grazie.

Nel frattempo i calendari si susseguono e il tempo “orizzontale” di Internet ha soppiantato la ciclicità di generi e linguaggi. Vero fino a un certo punto, perché se con tutto l’intero scibile storico simultaneamente a portata di click nulla è più in o out, esistono pur sempre filoni ricorrenti legati a delle profonde necessità umane. Nello specifico, al grigiore che avvolge l’anima e lì spalanca voragini: la sua colonna sonora si chiama post-punk e accompagna per l’intera vita. Tuttavia, con le onde che hanno seguito l’impareggiabile originale la questione non riguarda soltanto un passato rivisto con gli arnesi del presente. C’è di mezzo l’emozione, elemento raro che il "dopo '77" ha tentato di rimuovere mentre scopriva nuovi modi per esprimerlo.

Ricordate l’emotività che donava spessore a Turn on the Bright Lights e Antics? Ci trovavi un richiamo oscuro e asciutto, il pathos che fatichi a liberare finché qualcosa non ti soccorre, una tensione irrisolta conficcata tra noi e le canzoni. Per gli Interpol il riferimento principale (il più ovvio, in realtà) erano i Joy Division, eppure un ascolto attento sussurrava anche un altro nome: Psychedelic Furs.

Potevano essere i nuovi U2, e invece – (qualcuno direbbe… meglio così).

Su chi decenni fa è stato famoso per più di un quarto d’ora pesa oggi una seconda metà di carriera spesa a svilire idee pregevoli e cercare di recuperare terreno, ciò nonostante l’iniziale terzetto di album vanta un misto di cinismo e sentimento che racconta la fatica dell’adolescenza e dell’essere adulti. Allo stesso tempo.

Per questo è un’eredità importante e transgenerazionale che cammina nella teenage wasteland di ognuno e il filo che lega tra loro Bella in rosa, Stranger Things e Chiamami col tuo nome. Per questo, accanto agli Smiths, gli Psychedelic Furs sono l'ombrello sotto il quale si incontrano la Generazione X e i Millenials.

All of this…

Oltre che in una manciata di classici e in un'influenza che si muove come una corrente carsica, sta lì l’attualità della formazione britannica, non in un lavoro datato 2020, irrilevante tranne che per la voce del frontman Richard Butler. Nicotinica, monocorde solo in apparenza e viceversa in bilico tra decadentismo e cordialità, è l’elemento ricorrente di una vicenda che non offre aneddoti significativi nella tipica successione di gavetta, ascesa e caduta. A contare è la sostanza di chi nel '77 fonda il gruppo a Londra: i fratelli Butler (Tim imbraccia il basso), il chitarrista Roger Morris e il sassofonista Duncan Kilburn.

Passano attraverso qualche difficoltà, andirivieni di batteristi e svariate ragioni sociali prima di adottare il definitivo – e provocatorio, quindi assai punk nello spirito – omaggio alla premiata ditta Lou Reed / John Cale e al rock acido dei Sixties. Nella stagione '78-'79 decollano con l’ingresso di Vince Ely ai tamburi e dell’altra sei corde di John Ashton. Mescolando i Velvet Underground con il David Bowie del trittico berlinese e la lezione dei primi Roxy Music, approdano a sonorità vigorosamente dandy, dal gusto melodico mai banale. Fanno parlare di sé per un repertorio e un impatto concertistico ragguardevoli, John Peel li sponsorizza e, dopo un abboccamento fallimentare con il mondo indipendente, rimediano un contratto con la CBS.

Subito le cose in chiaro: amore come viene, ma sempre a più non posso.

Due singoli preparano il terreno: di We Love You / Pulse piacciono l’irruenza sardonica del lato A e il Bryan Ferry trafitto con spille da balia sul retro, laddove Sister Europe centra il capolavoro con un malinconico distendersi di arpeggi chitarristici, pennellate di sax e cantato torbidamente morbido.

Meraviglie che nel marzo 1980 generano attesa per l’omonimo debutto a 33 giri in parte prodotto da Steve Lillywhite, dove a quanto sopra si appaiano una strepitosa India dapprima soffusa e poi deflagrante, lo scintillante riassunto estetico Imitation of Christ, il funk in paranoia P.I.L. di Wedding Song, una maligna Flowers. Nonostante qualche lieve calo di tensione, sul piatto girano lussuose prove tecniche di grandezza.

Una grandezza grande così.

… and something!

Poco più di un anno ed ecco il capolavoro. Per Talk Talk Talk il confermato Lillywhite schiarisce un filo le atmosfere mentre il sestetto trascorre un mese a scrivere e provare nuovo materiale. Reduce da un tour americano, irrobustisce l’esecuzione senza trascurare la raffinatezza e l’attenzione per i dettagli, in un equilibrio che funge da solida base per la scaletta, impeccabilmente inaugurata dall’alienazione perversa e appiccicosa di Dumb Waiters (guarda caso, la rifaranno i Rapture agli albori) e dal riff alla Sweet Jane che in Pretty in Pink aiuta Marc Bolan a fare i conti con Heroes. Singoli splendidi e meritatamente fortunati trainano la classe impetuosa delle esplicite Into You Like a Train e I Wanna Sleep With You, l’intimismo di No Tears e She Is Mine, il viscerale saliscendi All of This and Nothing e la sapiente articolazione di Mr. Jones.

Guarda caso, la rifaranno i Counting Crows… ah no.

La storia insegna che in certi casi un momento di crisi genera opere memorabili. In questo caso, il buon riscontro di pubblico aumenta le responsabilità, gli impegni e lo stress di Morris e Kilburn. Quando loro gettano la spugna, i superstiti reagiscono cercando oltre l'Atlantico l’ispirazione per voltare pagina e incontrano il talento con cui concretizzano un’evoluzione coerente. Spetta così a Todd Rundgren apporre la propria inconfondibile firma sul “difficile” terzo album Forever Now arrotondando con misura le forme e cucendo stoffe elaborate e vivaci su brani di prima qualità.

L'amore a modo loro comprende uno xilofono, ma si sa: al cuor non si comanda.

Dal cilindro, mago Todd cava nel settembre ’82 un muro del suono stratificato e coinvolgente sul quale brillano la trascinante title track, una Ashes to Ashes ottimista e sexy intitolata Love My Way, sinuosi anticipi dei R.E.M. di Monster come Sleep Comes Down e No Easy Street. Altrove spetta all’ombrosa Only You and I e al romanticismo virile di Yes I Do bilanciare l’impeto rhythm’n’blues di Goodbye e una President Gas che cavalca implacabile lungo i territori di Scary Monsters.

Avrebbero potuto – anzi: dovuto – chiudere così, i Furs: con un perfetto cristallo wave pop. E invece.

I Magnifici Tre.

Entertain Them

Recita un proverbio che chi troppo in alto sale, cade sovente e precipitevolissimevolmente. Al pari di Stranglers e Simple Minds, i Nostri finiscono vittime dell’edonismo (super)fluorescente di metà Ottanta. Divorati e risputati da MTV, a differenza dei colleghi sapranno un po’ redimersi, ma intanto la delizia e croce del clamore di Love My Way va sommandosi a batterie da FM, sintetizzatori invadenti e lacca in eccesso.

Qualcosa si spezza e nell’estate 1984 Mirror Moves sconcerta i fan della prima ora raggiungendo la vetta delle classifiche con The Ghost in You e Heaven, tormentoni peraltro non disdicevoli se, come l’LP nel suo complesso, li si immagina arrangiati con maggiore sobrietà.

Capito? Nemmeno il buon gusto di risparmiarsi l'effetto "glow".

Infine assurti al rango di stelle, entro un triennio i ragazzi (ora solo i Butler, Ashton e turnisti vari) sbraca con il rifacimento retorico e pletorico di Pretty in Pink che monetizza il successo dell’omonimo filmetto di John Hughes e con il rock usa-e-getta dell’orrendo Midnight to Midnight.

Seguono puntuali le lacrime di coccodrillo e le lamentele sulle pressioni esercitate dall’etichetta, ciò nonostante il danno è fatto. Urge temporeggiare reintegrando Ely e dando alle stampe il singolo All That Money Wants e una raccolta. Quando esce un nuovo LP la volubile massa li ha dimenticati e la new wave è spenta come la loro creatività.

Non basta il bianco e nero per tornare al lustro qualitativo di un tempo.

In coda al 1989 Book of Days viene calpestato dal grunge e da Madchester malgrado la discreta scorrevolezza. Una spanna sopra di lì a due anni World Outside, addio dignitoso supervisionato da Stephen Street.

Nei ‘90 Richard e Tim proveranno poi a darsi una scossa con il progetto Love Spit Love, constateranno la pochezza del risultato e faranno un colpo di telefono ad Ashton. Ricominciamo? Dal 2001, un ingessato amarcord persuade che non ci sia nulla di male se la vicenda è divisa tra un “prima” e un “dopo” artisticamente ineguali. Per garantirsi un posto nelle enciclopedie – e soprattutto, nei cuori – basta un unico disco. Qui ne abbiamo addirittura tre, belli per sempre in qualsiasi colore. Non solo il rosa.

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