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Perché si parlava così poco dei Talk Talk?

Mark Hollis se n'è appena andato: ecco ciò che rimane

Paolo Madeddu
Paolo Madeddu

… che peccato, in ossequio al titolo di una delle loro canzoni più famose. Che peccato che ci fossimo un po’ scordati dei Talk Talk e della loro discografia pressoché immacolata; e anche un po’ del loro deux ex machina Mark Hollis, che dalle scene era lontano da anni, e di tornare sotto i riflettori non aveva la benchè minima intenzione.


Troppo bravi per arrivare in cima

La recente dipartita di Mark Hollis è stata imprevedibile come tutta la sua storia di musicista. Ma lo è stata anche – forse avete avuto questa sensazione pure voi – la risposta dei media sociali e asociali. Di colpo, ci siamo ritrovati circondati da estimatori di quello che ritenevamo un artista per pochi, leader di un gruppo che negli anni ‘80 era troppo pop per essere preso in considerazione da Quelli Che Ne Sapevano e, nel contempo, troppo strano per andare in alta classifica.

Mark David Hollis, 1955-2019

Questo detto, sia chiaro, senza nessuna rivendicazione del tipo “fan della prima ora vs. parvenu”. Anzi, non sorprende nemmeno troppo che a voler bene ai Talk Talk fosse gente che lo faceva con discrezione: eventualmente amando di amore viscerale qualcun altro, ma riservando uno stranito e ammirato affetto all’anomalissima band londinese.

A rileggere la storia al contrario, il punto più emblematico da cui partire ci sembra questo: Talk Talk, canzone eponima, eseguita durante un programma per ragazzi. Il brano, pur essendo evidentemente riconducibile al synth pop dei primi anni 80, non ha niente di allegrotto. E Hollis non sembra troppo contrariato dal ritrovarsi in uno scenario così fuori luogo. O forse è solo sollevato dal non essere costretto ad atteggiarsi a figo – lui che, tra orecchie e naso, ha un po’ l’aria dell’emarginato della classe. Ma il ritrovarsi estranei al contesto diventerà presto il suo cruccio.

‘Talk Talk’ … imperdibile il pupazzo col ventriloquo al termine del video

1982: La festa è (già) finita

1982: il debutto The Party’s Over – allegria, anche qui – è prodotto da Colin Thurston, evidentemente interessato a bilanciare in direzione funky tutta quella ondata di cultori del synth che affolla il Regno Unito. Thurston è in cabina di regia per il debutto degli Human League, per i Kajagoogoo, per l’apprezzabile Human’s Lib di Howard Jones, ma soprattutto per i primi due dischi dei Duran Duran. E sarà per la reiterazione contenuta nei nomi (Talk Talk/Duran Duran), ma certi brani sembrano parenti.

La batteria di Lee Harris e, soprattutto, il basso “slappone” di Paul Webb potrebbero entrare con disinvoltura in pezzi duraniani come Careless Memories o Girls on Film. Ovvie differenze, la chitarra riffosa di Andy Taylor, da una parte, e la voce di Hollis, strumento anch’esso: prende le parole e le curva, dando loro una piega inconfondibile e inconsolabile.

Completo bianco e cravatta nera, ma infilata nei pantaloni. Sono gli anni ‘80, baby

1984: It’s my life

Per il secondo album, It’s My Life, Thurston salta e subentra Tim Friese-Greene, che diventa anche membro di fatto del gruppo e coautore di diversi brani. Con lui i Talk Talk fanno un balzo in avanti. Certo, Hollis non è uomo da ritornelli: se può, si limita a ribadire il titolo del brano – come si vede in un pezzo lento, sofferto e lunghissimo (specie pensando che è il terzo della tracklist), che avverte tutti che questa band non ha intenzione di scegliere la strada principale.

‘Renée’, dal vivo a Montreux nel 1986

Anche i singoli sono indicibilmente malinconici. La titletrack ha delle potenzialità evidenti, tuttavia; la EMI lo sa, e sbigottisce quando il gruppo gira un videoclip nel quale c’è il solo Hollis che non apre mai bocca, insieme ad animali allo zoo (alternati a immagini di altri animali in libertà). Qualche tempo dopo l’etichetta chiederà e otterrà una seconda versione, in cui Mark finge di cantare.

Il gioco del pop è molto difficile: non a caso tante teste salteranno o soffriranno quando gli si farà capire che il loro spessore artistico non interessa a nessuno. Qui l’onere spetta a Mike Bongiorno, che stronca senza pietà Hollis dopo una decina di parole (tra le quali, “A love supreme” e “John Coltrane”). È il 1984.

«Un complesso che sta andando per la maggiore: sicuramente faranno uno sbrego!», parole di Mike Bongiorno nel presentare ‘It’s My Life’ a Superflash

Il gruppo va in tour, con più date nell’Europa continentale che non in madrepatria, dove non hanno realmente un seguito (n. 35 nella classifica degli album, contro ingressi in “top ten” in Germania, Italia, Olanda e Spagna).

In ogni caso anche qui a Rotterdam, probabilmente, molti spettatori sono spiazzati quando alcuni brani vengono dilatati in jam-session con parecchio spazio agli strumentisti, con le prime digressioni jazz. Hollis, peraltro, ha apertamente smesso di fare il simpatico: sgarrupato e nascosto dietro un paio di occhiali scuri, canta ogni nota come se lo aprisse in due.

“Mirrorman’/’Does Caroline Know’, dal vivo a Rotterdam nel 1984

Attorno al trio di fondatori, oltre a Friese-Greene, a questo punto c’è una seconda cerchia di frequentatori abituali di un certo lignaggio. Non tutti loro seguono la band dal vivo, ma possiamo ascrivere al “Talk Talk Club” i nomi di Morris Pert, percussionista dal curriculum impressionante, Robbie Macintosh (chitarrista dei Pretenders bullizzato da Chrissie Hynde, ma anni dopo consolato da Paul McCartney), David Rhodes (uno dei complici del Peter Gabriel migliore) e, all’organo, addirittura Steve Winwood dei chiaramente amatissimi Traffic. Eccoli tutti allineati in Living in Another World:

‘Living in Another World’, un altro classico dei Talk Talk

Come singolo non è un festino e il nuovo album ne risente: va peggio del precedente in Usa, Germania e Italia, ma a sorpresa entra nei primi dieci posti nel Regno Unito. Tanto basta a rassicurare la casa discografica inglese, che allenta la stretta sul gruppo, concedendogli tempo e libertà creativa per il successore. Principale traino “indigeno” del disco è l’altro singolo, l’ancora meno gioviale Life’s What You Make It.

‘Life’s What You Make It’, dal vivo a Salamanca nel 1986

1986: The Colour of Spring

Pochi critici nel 1986 si soffermano su The Colour of Spring: il deliberato sforzo di aumentare la gamma dei suoni – o, per rifarsi in parte al titolo dell’album, la paletta dei colori con cui dipingere – non convince né l’ambiente del pop, né la critica rock che spinge per il ritorno alle radici, la restaurazione sonora nel nome degli antichi alla quale gli U2, purificatisi nel deserto di Giosué, saranno i più influenti portabandiera.

The Colour of Spring, oggi, viene ritenuto lavoro di transizione verso il successivo, rarefatto Spirit of Eden. Ma è verosimile ritenere che Hollis ci credesse molto, invece: da zoologo dei suoni, desiderava creare un pianeta popoloso. Ma già in brani come Chameleon Day è chiaro che l’idea di “canzone” stia per cedere.

‘Chameleon Day’
I Talk Talk ripresi a Berlino. Mark Hollis è quello con in testa il fazzoletto di Mami di ‘Via col Vento’

1988: Spirit of Eden

Nel 1988 i principi azzurri di qualche anno prima, dagli stessi Duran Duran ai Culture Club, vanno in apnea (il solo George Michael, mollato il socio sfigato degli Wham!, rimane in auge); l’Inghilterra smania per il pop inscatolato di Stock, Aitken & Waterman e quello “assoluto” dei Pet Shop Boys.

In questo scenario, i Talk Talk sono immersi in uno studio buio, tra candele e incenso e senza orologi, nel quale una quindicina di musicisti armati degli strumenti più disparati improvvisano senza sapere che cosa sarà delle parti che stanno suonando. Alla fine, viene pubblicato un album con sei tracce. Una di queste, I Believe in You, un ricordo del fratello maggiore di Mark – Ed Hollis, DJ, produttore e manager, morto dopo anni di tossicodipendenza – viene disperatamente scelta come singolo.

Un singolo per niente scontato, dedicato al fratello scomparso Ed Hollis

Il successivo alone di leggenda non deve ingannare: nel 1988 Spirit of Eden viene preso a gavettoni da quasi tutti i critici, da NME a Rolling Stone a Q. Dopo una settimana di vendite decenti in Germania (n. 16) e UK (n. 19), si sparge la voce e le vendite crollano. La EMI, proprio come la Geffen Records aveva fatto con Neil Young, decide di fare causa (poi persa, ma solo in corte d’appello): “materiale deliberatamente oscuro e non-commerciale”.

Il gruppo firma con la (allora) tedesca PolyGram. La EMI, ancor più furiosa, pubblica una raccolta, un album di remix e ristampa It’s My Life, muovendo tutti i propri fili per ottenere un tardivo Brit Award. Hollis, intanto, annuncia che non ci sarà un tour: «Non possiamo suonare questi pezzi, non sapremmo proprio da dove cominciare».

‘Eden’: «Everybody will need someone to live by / Rage on omnipotent»

Spirit of Eden non è definibile, e l’etichetta post-rock che gli è stata appiccicata in questo secolo non è casuale: è quella più amabilmente cretina affacciatasi nell’era dei sottogeneri. Volendo, non è nemmeno “bello”. È musica che se ne va da un’altra parte, che dà le spalle, che cerca di insinuarsi nelle crepe, che prova a scorrere come un torrente. Forse non sempre ci riesce. Forse non è nemmeno importante. Il punto è che lo voglia fare.

1991: Laughing Stock

Uscito il disco, Webb lascia il gruppo, che ottiene di pubblicare il successivo col marchio Verve Records (raffinata etichetta jazz acquisita dalla PolyGram negli anni ‘70). Hollis e Friese-Greene iniziano con una rosa di 50 musicisti: solo 18 finiranno su The Laughing Stock. La filosofia è la stessa dell’opera precedente: l’improvvisazione è il fulcro di tutto.

L’album viene chiuso nell’aprile 1991, quando – dice Hollis – «ogni musicista ha espresso la sua personalità e limato il suo contributo fino alla sua essenza più vera e pura» (è lui a stabilire quando ciò si sia verificato, scartando l’80% del materiale registrato). «Nulla è cambiato rispetto all’approccio di Spirit of Eden perché non vedo come lo si possa migliorare. Come allora, il silenzio è la cosa più importante, una nota è meglio di due, lo spirito è tutto e la tecnica è importante ma non decisiva». Tra le influenze citate, i Can di Tago Mago, il Miles Davis di Sketches of Spain e il Bob Dylan di New Morning.

‘Taphead’

Laughing Stock non possiede lo stesso status di culto sedimentatosi su Spirit of Eden, anche se proprio questa circostanza induce i più ineffabili a indicarlo come superiore. Il fatto che a quel punto avesse in effetti preso forma una filosofia musicale, o che ci fosse un metodo in quella follia, lo rende meno sorprendente. O forse a renderlo meno popolare – e meno etereo, meno spendibile come sottofondo raffinato – è l’apporto lievemente più consistente della ritmica.

‘Ascension Days’

1998: ‘Mark Hollis’ e l’addio alle scene

Dopo Laughing Stock, finiscono i Talk Talk. Hollis non sente nessun particolare bisogno di rifarsi vivo e, forse, nessuna casa discografica insiste troppo (anche se la parabola ascendente di Spirit of Eden è lentamente cominciata). E c’è curiosità, quando nel 1998 pubblica quello che sarà il suo ultimo album, ancorché primo solista. Gradualmente tutti i componenti del gruppo, come in una applicazione estrema di questa etica della sottrazione, si sono fatti ordinatamente da parte. Il primo brano, intitolato The Colour of Spring (oh, guarda caso), lo vede suonare sia il piano, sia il silenzio.

‘The Colour of Spring’

Nel resto, appaiono jazz, classica e avant-garde. Malgrado la presenza di quindici musicisti, tutto sembra più minimale. Ancora più che nei dischi precedenti, attenendoci al rifiuto di Hollis di “intellettualizzare la musica”, ora è più che mai giusto che la differenza la faccia il gusto dell’ascoltatore.

Si potrebbe azzardare che Mark abbia le idee più chiare, in apparenza, cioè sapere che cosa voglia con un certo anticipo rispetto alla ricerca dell’incertezza che lo muoveva in Spirit of Eden e Laughing Stock.

‘A Life …’

Ovviamente, anche dopo la pubblicazione del disco che porta il suo nome, Hollis precisa che non farà alcun tour. Preferisce stare a casa con la moglie e i figli. «Forse altri sono capaci di andare in tournée ed essere un buon padre allo stesso tempo, ma io no». La verità è che l’ultimo tassello da sottrarre alla sua musica, ormai, è egli stesso. Si farà vivo sporadicamente (un brano per gli UNKLE, un’ospitata in un disco di Anja Garbarek, musiche per la serie TV Boss). Ma ormai è visto come un J.D. Salinger delle sette note, e la sua leggenda cresce col tempo. Fino, appunto, al lutto diffuso di questi giorni e ai ricordi accorati.

A scanso di equivoci, Mark Hollis rimane anche quello di Such a Shame e It’s My Life: non c’è nulla di male, sono canzoni pop eccellenti, originali nella struttura e nell’utilizzo di strumentazioni anni ‘80 in modo non banale. E straordinariamente malinconiche. Tanto che suona bizzarra la spiegazione con la quale i No Doubt scelsero, tra tante cover, quella di It’s My LIfe per arricchire una loro raccolta di successi. «È un brano che irradia positività».

Ma in fondo, se in una musica qualcuno sente il contrario di ciò che sentiamo noi, significa che quella musica ha davvero qualcosa di speciale.

I No Doubt registrarono ‘It’s My Life’ in occasione della loro raccolta di singoli del 2003. A differenza di Hollis, Gwen Stefani non s’è fatta pregare per effettuare un adeguato lip sync

Questo articolo fa parte della serie Fenomeni. Ogni tanto bisogna andare in profondità e prendersi il tempo che serve per parlare di chi o cosa ha fatto la differenza. Non trovate? Scopri gli altri articoli.

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