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Gli OMD prima di Enola Gay

Tre lettere, come "pop": gli inizi degli Orchestral Manoeuvres in the Dark e i loro sogni elettronici.

Pare che il pop invecchi alla svelta. Sarà, ma immersi nel revival odierno c’è più di un motivo per dubitarne. E per correggere l’assioma, perché il pop arguto ed elegante non conosce l’usura del tempo. Chiedete ai giovani McCluskey e Humphreys, e vi sarà dato.


Orgoglio e pregiudizi

Se la si osserva dall’esterno, la “critica rock” può sembrare soggetta a ricorrenti crisi di instabilità. In realtà, il revisionismo rappresenta un approccio adulto ed efficace alla popular music, dal momento che riascoltare il passato alla luce del presente permette di coglierne con chiarezza lo sviluppo complessivo. Un esempio: a lungo la stampa ha bastonato il techno pop, a volte con ragione e a volte gettando il bebè con l’acqua sporca. Fatto sta che il gioco di sottintesi (che spesso giocava con i sottintesi stessi), il rifiuto dell’abilità esecutiva e della strumentazione tradizionale, un velo di androginia erano elementi che mettevano in difficoltà – quando non a disagio – le generazioni cresciute con il rock classico.

Negli anni Novanta poi, il ricambio generazionale e soprattutto l’espandersi del gusto e delle contaminazioni ci hanno permesso di capire. Capire cosa? Banalmente, dove si spingevano le nobili radici di certe sonorità: intravedere l’acume dei Pet Shop Boys e la profondità dei Depeche Mode, realizzare che per ogni Human League esistono degli Erasure nella misura in cui Springsteen trova il suo “negativo estetico” in Bon Jovi. La demarcazione è segnata da talento, intelligenza, capacità di comunicare e tracciare nuove coordinate, ovvero i pregi che da sempre permettono ai dischi di non scadere in tappezzeria o vile commercio, a prescindere da generi e categorie. Faccende talvolta odiose, queste, che possono complicare il quadro. Dove collochereste infatti Andy McCluskey e Paul Humphreys a.k.a. Orchestral Manoeuvres in the Dark? Nella new wave o nel techno pop?

La questione è controversa e impedisce di apprezzare per davvero il gruppo che il mondo chiama OMD e conosce per una canzone o due. In realtà i ragazzi erano partiti dalla synthwave per scivolare gradualmente in forme meno originali, lungo un percorso intrapreso da altri nomi di una composita scena scandagliata lo scorso anno da Electrical Language, ottimo cofanetto antologico della Cherry Red il cui sottotitolo Independent British Synth Pop 78-84 spiega molto in termini di attitudine. In particolare l’aggettivo independent costruisce un ponte tra il punk e uno stile genuinamente antagonista, permettendo di inquadrare chi ha maneggiato la materia di Cabaret Voltaire e Heaven 17 approdando su altri lidi.

Detta in poche parole: già prima che sganciassero nelle chart la bomba Enola Gay c’era di più. E c’è ancora.

Gilet da Happy Days ed effetti speciali di un certo livello: non male per una canzone polemicamente dedicata a un bombardiere.

Manovre nel buio

Anche questa storia parte dalla policroma scapigliatura di Liverpool, dove nel '77 c’è un posticino per la meteora The Id, composta da mocciosi della penisola suburbana del Wirral, sul lato opposto del fiume Mersey. Ispirati nella ragione sociale da Sigmund Freud, incidono un demo e si sciolgono: Andy McCluskey (voce, basso, marchingegni) entra nei Dalek I Love You e nel settembre del ’78 si riavvicina all’amico tastierista Paul Humphreys per un nuovo progetto. L’esito della “prima” dal vivo al mitico club Eric’s indica idee chiare dietro un look da persone comuni che più controcorrente non si potrebbe. Soprattutto spicca il formato duo prelevato dai maestri del krautrock, che si appresta a essere un tratto distintivo della new wave “al silicio”.

Più kraut di così…

Saldato all’arsenale strumentale finalmente disponibile a prezzi accessibili, garantisce un’economia di mezzi che incoraggia l’inventiva ed è questa la base sulla quale gli OMD intrecciano ellissi, astrattismi, l’ansia del domani figlia della crisi socioeconomica e la malinconia naïf di chi ha appena salutato l’adolescenza. Con esiti subito notevoli, poiché la prima composizione (scritta a sedici anni!) compare nel ’79 su un 45 giri che coinvolge la Factory di Tony Wilson e il produttore Martin “Zero” Hannett. Figure di spessore e importanza pienamente giustificate dal biglietto da visita Electricity, eccelso ping-pong tra tastiere lucide e plastiche che poggiano una melodia di memorabilità immediata su basso discendente e batteria essenziale.

Basso dritto e jingle di tastiera da Zecchino d'Oro: amore al primo ascolto.

Ma guarda: praticamente, i Kraftwerk di Radioactivity che sotto anfetamina già inventano i New Order mentre l’ancella Almost soffia fiammelle emotive in una scorza glaciale.

Partenza da campioni, insomma, benché il sodalizio si interrompa presto: a tal proposito è significativo annotare che un benintenzionato Wilson prospetti un radioso futuro in ambito pop ai Nostri e loro, indispettiti, rivendichino un’evidente indole sperimentale. Avranno modo di cambiare idea su quella che intanto considerano una parolaccia di tre lettere. Nel frattempo rimediano date di spalla al lanciatissimo Gary Numan e la Dindisc li assolda seduta stante.

Segnali di successo

Andy ricorda l’incredulità di fronte a quello che pare un colpo fortunato di breve durata, del quale vogliono in ogni caso approfittare. Mischiando cinismo e avventatezza giovanile, la coppia usa l’anticipo contrattuale per costruire il Gramophone Suite, uno studio di registrazione dove si può lavorare senza limitazione alcuna. Prendono spunto dalla musica che amano – alla Germania dei primi Settanta aggiungete il Brian Eno pittore d’ambienti – e con l’aiuto del manager Paul Collister trafficano attorno a nastri preregistrati, moog freschi di negozio, ritmi sintetici e organici.

In caso ve lo foste immaginato più futuristico: no. Supporti improbabili, tappeti della nonna e tazze col nome.

Scelto per giusta rappresentatività il titolo omonimo, nel febbraio 1980 il primo 33 giri sfoggia una tecnologia volta a rafforzare la scrittura. Dall’iniziale, squisito teen pop moderno Bunker Soldiers (ancora i numi tutelari Ralf & Florian tra serenità e fugaci tensioni) all’elegiaco commiato Pretending to See the Future, sfilano gemme che trasfigurano i modelli di riferimento. Riproposto il singolo in un remix che smussa qualche angolo, Mystereality osa incastrare un sax sul perfetto telaio armonico/ritmico e la soffusa The Messerschmitt Twins è intrisa di crepuscolarità prossima agli Ultravox. L’irresistibile Messages spalanca le porte delle classifiche e di Top of the Pops con incedere marziale e retrogusto orientaleggiante, inaugurando e rischiarando una seconda facciata altrimenti introversa. Parlano infine chiaro lo stranito white funk tropicale Julia’s Song, una Red Frame/White Light che dipinge Sheffield con toni pastello, lo sbilenco cyber swing fra Residents e Cluster seconda maniera di Dancing.

Questa la splendida, costosissima copertina a opera di Peter Saville, che il gruppo pagherà fior di royalties.

Bontà che in Inghilterra si arresta alla ventisettesima posizione, però soggiorna in graduatoria nove settimane utili a preparare il terreno per il seguito.

Riferito della grafica originale, di Orchestral Manoeuvres in the Dark conviene procurarsi (anche) il CD del 2003 per una succosa manciata di bonus: oltre al 7” di debutto, strappano ulteriori applausi I Betray My Friends – stralunato trip techno-cosmico in anticipo su Screamadelica sistemato sul lato B di Red Frame/White Light – e il 10” Messages con la relativa versione dubtronica Taking Sides Again e una cover di Waiting for the Man degna dei Soft Cell. A lei l’onore di chiudere il cerchio, mostrando tutta la classe di due artigiani elettropunk pronti a conquistare il mondo.

Quattro mesi più tardi, l’elegante Organisation cambierà per sempre le loro vite. Ma quella è già un'altra storia.

Oggi così: decidete voi quale dei due è invecchiato meglio.

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