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Nell'universo dei Rush

Come cuore steampunk, lavatrici sul palco e tempi dispari hanno fatto la storia

Preti dei templi di Syrinx, profeti d’altri pianeti, Tom Sawyer sbandati in qualche avventura fuori tempo, angeli meccanici, filosofi dello spazio-tempo con un talento cresciuto nel sottobosco culturale di fumetterie e librerie canadesi: ovvero, uno dei più grandi power trio di sempre.


Talento vero, in tutte le salse

Musicisti che hanno davvero fatto i musicisti tutto il giorno non ce ne sono poi tanti. E non era male per chi non ha nemmeno studiato da ragazzino, se non jammando costantemente. Imparando dai ritmi morse degli areoporti, dalle partiture dei progster inglesi e arricchendole poi pian piano con certe influenze africane e con gli insegnamenti dei maestri del jazz. Cercando le alchimie che – quando va bene – si trovano solo stando insieme per una vita.

Onde permanenti. Ecco quel che saranno sempre le canzoni dei Rush. E se vuoi parlare dei Rush devi farlo con i loro tempi. E farli tuoi. Dispari e sincopati, naturalmente. Sempre conscio che è quasi impossibile, parlare dei Rush senza essere fan dei Rush.

Ma soprattutto, quello che è certo, è che per parlare dei Rush non puoi evitare di parlare davvero di musica. Anche solo per il fatto che non ci hanno lasciato molto altro – e per fortuna – a cui attaccarci: non erano dei casinisti, non facevano bordello nelle stanze d’albergo, i pezzi duravano tanto, di certo non si vestivano alla moda e sicuramente non andavano a letto tardi. Leggevano tanto, parlavano di filosofia e fantascienza, avevano dei tagli di capelli rigorosamente fuori moda (qualunque fosse la moda in voga in quel momento), riempivano il palco di lavatrici e – soprattutto – erano canadesi.

In realtà, potremmo fare del sano gossip sull’acconciatura, ma preferiamo concentrarci su quel che conta.

Come dice Jack Black, uno dei tanti fan della band di Toronto, i tre erano una dannata bottiglia di rocket sauce, inesauribile, eterna, capace di rendere gustosa qualunque cosa. “Rocket Sauce” ha diversi significati da dizionario urbano. Ma se i Tenacious D lo vedono talvolta come seme maschile, qui il punto è non è tanto essere fighi (vade retro!!), ma fottersene del resto. Essere davvero autentici e fuori dal tempo. Avere quello che rende speciali i peperoncini, le band, i grandi artisti. Il cuore, signori miei.

Cosa sono quelli? Amplificatori, lavatrici, diavolerie fumanti? Niente di tutto ciò e tutto questo insieme – sono una macchina del tempo.

Ci sarà pur un motivo se quando si impara a suonare è imprescindibile passare per un ascolto dei Rush. (Trent Reznor)

Come spiega Reznor, la questione può essere riassunta in un dato di fatto molto semplice – praticamente tutti i musicisti rock degli ultimi quarant’anni sono passati citando la band di Willowdale in cima alla lista dei propri numi tutelari. Che sia un caso? Improbabile.

Esiste una band che suona come i Rush? Certo. I Rush! (Gene Simmons)

Dello stesso parere Kirk Hammett, Les Claypool, Vinnie Paul, Mike Portnoy, Billy Corgan, Corey Taylor, Sebastian Bach (che sostiene di essere stato il terzo membro del Rush Backstage Club di Toronto), Tim Commerford dei Rage Against the Machine (che ha vissuto la giovinezza – dice nel documentario Beyond the Lighted Stage – addormentandosi e risvegliandosi coi Rush nelle cuffie ed è pure stato cacciato da Neil Peart), fino a Dave Grohl. Alt. Inutile continuare la lista, fermiamoci qui.

Alla fine se ne sono accorti – tutto è bene quel che finisce bene.

Riassunti, ripassi, bigini

1968 – Nei sobborghi vicino a Toronto nascono i Rush. Lifeson, Rutsey e Lee.

1974 – Esce il primo disco omonimo. Rutsey lascia spazio a Peart. Inizia il primo tour negli Stati Uniti.

1976 – La band se ne sbatte del fallimento commerciale di Caress of Steel e pubblica 2112 con una suite di venti minuti divisa in sette parti nel primo lato del disco. Fantascienza pura.

1977-78-80-82A Farewell to Kings. Hemispheres. Permanent Waves. Signals. Eccoli entrare nel periodo d’oro del loro prog rock.

Anni ‘80 – Prosegue la sperimentazione e l’arricchimento del “Rush sound” con i tastieroni (non solo a pedali) di Lee.

Anni ‘90 – I Rush tornano guitar-oriented. A seguito di tragedie familiari che colpiscono Peart la band si ferma.

2002 – Di nuovo in pista. Suonano davanti a 60.000 persone allo stadio di San Paulo e 40.000 al Maracanà in Brasile.

2008 – Per la prima volta in uno show televisivo americano, il Tom Colbert. Suonano Tom Sawyer.

2012 – Esce Clockwork Angels, l’ultimo album in studio dei Rush.

2013 – Diamo ai Rush quel che è di Cesare: la Rock & Roll Hall of Fame.

2014-2015 – La band festeggia il suo quarantesimo anniversario dalla stampa del primo disco. Segue il R40 Tour.

2020 – Il triste saluto finale al grande Neil Peart.

Continuando in reverse – un estratto da “Cinema Strangiato”, l’evento che ha visto la proiezione in contemporanea mondiale in alcune sale selezionate di “R40 Live”.

La band meno figa della galassia (eppure la migliore)

Circa quaranta milioni di dischi venduti, 24 dischi d’oro, 14 di platino e 3 ultra-platino. Secondi solo a pochissimi altri come Led Zeppelin e Beatles. Concerti sold out. Eppure i critici cool di Rolling Stones non ne hanno mai parlato – almeno finché non hanno potuto farne a meno, s’intende.

Forse era la voce acuta e femminea di Geddy Lee. O il suo nasone. O il camel toe che sfoggia Lifeson nella ormai (involontariamente) famosa foto coi kimono bianchi (grazie ancora per la battuta, Dave Grohl). O probabilmente, pur non avendo mai preso parte a nessuna manifestazione politica specifica, perché molto spesso il loro nome è stato associato alle tendenze di destra nord americane. Cosa, questa, tutta da dimostrare, anche se sicuramente aver tirato in ballo “il grande genio” di Ayn Rand – scrittrice e filosofa, teorica delle virtù nazionali(stiche) – nei ringraziamenti di 2112 non li ha aiutati, in questo senso.

Stiamo parlando di questa, una foto da antologia dell’uncool. Se non sapete il significato di “camel toe”, cercatelo su Google – ma attenti a non farlo quando siete in ufficio, o quando vostra moglie è presente. #NSFW

Forse perché le partiture dei tempi erano difficili da digerire. Forse perché lo sfoggio tecnico non era al servizio dell’estetica, ma era da integrarsi in un sistema più semplice – quello di un power trio che viveva davvero di musica tutto il giorno. Senza grandi piani strutturati commercialmente. Senza grandi estetiche specifiche. Senza grandi selling point.

Eppure proprio questo, probabilmente – soprattutto a distanza di anni – è ciò che ha reso i Rush quello che sono oggi. Cinquant’anni così fanno la differenza e, soprattutto, non possono mentire.

«A tutti i pianeti della confederazione solare: abbiamo preso il controllo» – previsioni di un futuro prossimo in cui alla fine poteva andare peggio.

Yoda alla batteria

Neil Peart: solitario, scontroso. Legge dalla mattina alla sera e ha come unico obiettivo quello di migliorare la tecnica senza porsi limiti. Il suo mantra è “non si finisce mai d’imparare” e così va a prender lezioni da Freddie Gruber, guru newyorkese del bebop (colui che alla fine è arrivato a codificare una vera e propria danza delle bacchette). Lezioni che si trasformeranno in un’amicizia che finisce per donare altra alchemica linfa alla musica dei Rush.

Il drumming di Peart diviene così ancora più pulito nella seconda metà degli anni Novanta, il suo busto quasi impassibile, le sue movenze degne di un vero e proprio Maestro (nel senso che George Lucas darebbe al termine), costantemente circondato da più di quaranta pezzi di pelli, piatti e pad vari (al riguardo, in molti si sono chiesti come, in caso di incendio sul palco, avrebbe potuto cavarsela, lì in mezzo a tutta quella roba). Da sempre ispirato dagli Who, lo stile impeccabile, personale ed eclettico del canadese è ritenuto da molti – premi alla mano – come uno dei più importanti degli ultimi quarant’anni di musica rock e non solo.

Per non parlare delle idee con cui contribuisce alla “poetica” della band. Tutti si ricordano il codice del Pearson Airport di TorontoYYZ.

Un ottimo modo per passare il tempo quando ci si annoia in aeroporto.

La Forza dei Jedi al resto degli strumenti

E dove li mettiamo Lifeson e Lee? Amici da una vita e musicisti di estro, tecnica e immaginazione pressoché ineguagliabile? Prendiamo ad esempio una canzone come quella che forse è stata la prima grande hit radiofonica della band – The Spirit of Radio. La domanda è molto semplice: come si fa a concepire un pezzo così immediato e appetibile al grande pubblico, riuscendo così bene a mimetizzarne la complessità esecutiva? La risposta è molto meno immediata.

Nessuno sa (forse nemmeno i diretti interessati) se la cosa venisse loro naturale o se fosse il frutto di anni di duro lavoro. Probabilmente una combinazione di entrambe le cose: talento, alchimia e sudore sugli strumenti.

Fatto sta che il giro di Alex Lifeson è memorabile, da annali di scuola di composizione. Così semplice e orecchiabile, così infame da suonare bene anche a un ascolto superficiale. In questo senso, Lee è il perfetto fratello di sangue: impossibile immaginare una controparte al basso altrettanto perfettamente connessa.

Pop progressivo, con una risatina e un canonico movimento di bacino – e poi una voce ormai divenuta marchio di fabbrica.

Autoindulgenza e potersela permettere

Se qualche batterista bravo riesce a suonare bene YYZ in quanti possono dire di eseguire perfettamente La Villa Strangiato? Ecco un esercizio rapido: provate a cercare in quanti hanno provato a farne una cover. Si contano sulle dita di una mano. Perché è praticamente impossibile. Basti pensare che, durante Hemispheres, ci sono volute due settimane solo per registrare quel pezzo. Molto più che tutto Fly by Night, ad esempio. D’altra parte, quando i soldi ci sono, la solidità economica pure e in più ti diverti a lavorare con i tuoi compagni, tutto non può che girare alla perfezione.

Nella Villa c’è veramente tutto il mondo dei Rush. La perfezione di ogni sua parte, ogni suo meccanismo.

Presi singolarmente possiamo anche essere degli stronzi, ma insieme siamo genio. (Geddy Lee)

Scherza, il buon Geddy. Però, ad ascoltare questo tripudio sonoro, viene da prenderlo seriamente. Ok, si avvicina molto a un esercizio di stampo masturbatorio sul “saper suonare bene”, ma bisogna ammettere che è un “suonare bene” davvero magico. La sezione centrale in 7/8 in cui Lifeson si esibisce in una delle esecuzioni più ispirate per una sei corde che fa rock’n’roll è da memorabilia. I cambi tempo che si susseguono poco dopo da antologia. Il resto chiedetelo al vostro maestro di musica.

Festa in Villa – siete tutti invitati, ma solo se rispettate il dress code. Prendete quelle camicie come riferimento.

Blues brothers

Le origini sono importanti. Se “dove stiamo andando?” è una delle domande esistenziali più importanti di sempre, ecco il modo in cui i Rush hanno voluto rispondere. Niente big bang come per la scienza. Niente Adamo ed Eva come i religiosi. Dal blues arriviamo e al blues ritorneremo.

Prendiamo infatti il primo singolo in assoluto di Lee e compagni – una cover di Buddy Holly: Not Fade Away. E sembra strano non considerarla come un tributo a una carriera (quella del bluesman) auspicando una egual fortuna per se stessi.

Sotto la stella del blues o meno, crocevia d’incontri demoniaci o divini, una storia – dicevano i Greci – è scritta nel suo inizio. E non si diventi macabri ricordando che la band ha debuttato officialmente live al Coff-Inn (più che evidente il gioco di parole con coffin – “bara”, in inglese) dei sobborghi di Toronto. Quello non c’entra. La fine, certo, arriva per tutti. La grandezza per pochi.

Uno dei video più nonsense caricati su YouTube nella storia della piattaforma – nella descrizione, tutta la speranza dell’archivista «No known footage of this performance, but maybe on day it’ll come around…»

La rivincita dei nerd

In molti – magari ai tempi del liceo, o forse alla ricerca delle radici della loro musica preferita, o ancora in punto di morte ansiosi di redenzione – si saranno imbattuti in qualche articolo sui Rush. Probabilmente, vedendo Geddy Lee per la prima volta in qualche videoclip – per esempio uno di quelli proprio terribili, come Time Stand Still – si saranno domandati: «ma come fa uno così brutto e sfigato, in un video altrettanto brutto e sfigato, a essere il leader di uno dei gruppi rock che leggo dappertutto essere considerati uno dei più grandi di sempre?».

I Rush secondo gli autori della serie TV animata Family Guy, prodotta da FOX Entertainment – sfigati sì, ma già nell’immaginario pop collettivo.

Va detto. Erano tempi in cui il mondo dell’heavy metal e del progressive rock non sembrava avere del tutto coscienza di certe scelte estetiche non proprio cool (se non quando di veri e propri look semplicemente pessimi). Però con i Rush la cosa ha toccato il suo apice e non è da escludere che questo – ovvero il loro apparire, ancor prima che essere, dei geek fatti e finiti – sia uno dei motivi a causa dei quali, per molti anni, i tre sono stati considerati marginali per la scena del grande rock nordamericano. Sembrerà banale e superficiale come considerazione, ma probabilmente è andata davvero così.

La loro musica e il loro estro, d’altro canto, si sono mantenuti solidi nel cuore dei grandi aficionados e – anche grazie alla loro tenacia e alla loro sincera e onesta passione – finalmente la band è arrivata a ottenere i riconoscimenti che sempre avrebbe meritato nel corso di quarantacinque anni circa di attività discografica e a guadagnarsi lo stato regale che oggi le si attribuisce.

Musica vera 1 - Look da posa 0. Vai, così. In barba agli Achille Lauro di turno.

Il tempo passa, o forse no. Per non sbagliarsi, viviamoci questi momenti ancora per un attimo, senza dimenticarci di dire grazie.

Questo articolo fa parte della serie Fenomeni. Ogni tanto bisogna andare in profondità e prendersi il tempo che serve per parlare di chi o cosa ha fatto la differenza. Non trovate? Scopri gli altri articoli.

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