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Neil Young, tra l'apocalisse e una personale corsa all'oro

"After the Gold Rush", mezzo secolo dopo

Ci sono dischi che è facile datare e altri che occupano un tempo a sé stante. Ci sono dischi che restano accanto una vita intera, dischi che bruciano in un attimo, dischi che svaniscono e che costruiscono qualcosa di grande. Poi ci sono i dischi di Neil Young.


Cavallo pazzo

Quando affronti un mostro sacro, un po’ i polsi tremano. Per il fatidico timore reverenziale, certo, e poi perché non sai come possano reagire i fan a eventuali opinioni “infedeli alla linea”. Eppure il punk dovrebbe averci insegnato che gli idoli non servono, ma i modelli sì. In altri termini, che le persone sbagliano e nondimeno sanno redimersi.

Messe così le mani avanti, la speranza è di non offendere nessuno affermando che nel nuovo secolo Neil Young è stato più ondivago del solito: lodato il pregevole riordino di archivi tuttora in corso e messo da parte il tesoretto composto da Prairie Wind, Chrome Dreams II e Psychedelic Pill, si spalanca davanti agli occhi un mare di mestiere, esperimenti sfocati e roba sconclusionata pubblicata senza gran discernimento. Ciò nonostante, è abbastanza comprensibile la scelta di un ultrasettantenne che dice tutto quello che gli passa in testa, perché sa che di sabbia nella clessidra ce n’è sempre meno. D’altra parte, se indiscusso è il genio, bisogna annotarne anche i passi falsi. Però… c’è un però.

Il fatto è che nulla in lui è logico nell’accezione comune e allora un aspetto bizzarro chiarisce in parte la prospettiva. Una possibile soluzione – più di una traccia, meno di una certezza – prende corpo nel periodico riascolto degli album, lungo quel tragitto che ognuno organizza come preferisce. A un certo punto comprendi che la musica di Neil risulta così intensa e autentica proprio in quanto umorale, che l’autore non è un esempio di coerenza dal momento che nessuno di noi lo è. Quella è la sua ragione d’essere e tanto basta, nel bene e nel male. Del resto procediamo tutti per tentativi, spesso sbatacchiando come falene attorno alla luce e cadendo a terra. Tuttavia abbiamo il dovere di rialzarci e anche – spesso proprio – in quel preciso istante nascono i capolavori. Oltre alle canzoni, alla passione e alla spontaneità, il Loner occupa un posto speciale nel cuore perché ci assomiglia più di quanto siamo disposti ad ammettere, sin da una voce che pare sul punto di spezzarsi e invece resiste tenace, viva e dunque umanissima. Superato lo shock, sappiamo che non potremo mai ringraziarlo abbastanza.

La faccia di chi ha passato una vita a fare quello che ha voluto, e spesso c’ha pure azzeccato.

Tempi difficili

Negli Stati Uniti, il passaggio dai ‘60 ai ‘70 porta un senso di sconfitta più profondo che altrove. L’establishment ha spazzato via con violenza i sogni di una generazione, la controcultura batte in ritirata, “Tricky Dicky” Nixon siede alla Casa Bianca e con un’abile mossa i servizi segreti hanno reso di facile reperibilità l’eroina e dichiarato illegale l’LSD. L’ottundimento delle menti sostituisce l’espandersi della coscienza e, voilà, ecco messa la museruola alla gioventù, sia mai che voglia ribellarsi ancora. La musica un po’ reagisce e un po’ si adatta: la psichedelia lascia il posto alle radici mentre il cantautorato rimpiazza “noi” con “io”, sfuma i toni dell’impegno e accentua il taglio intimo di argomenti e atmosfere.

In questo fosco panorama, il 31 agosto 1970 After the Gold Rush segna la linea di demarcazione fra il tramonto del sogno hippie e il decennio che, seppellita l’innocenza, si rifugia nell’introspezione.

La copertina del disco, opera di Joel Bernstein, vede il buon Neil a passeggio davanti al campus della facoltà di Legge della New York University, mentre incrocia una vecchia signora. La foto – volontariamente fuori fuoco, con la faccia dell’artista, è solarizzata in postproduzione – è un ritaglio dell’originale, in cui compariva anche Graham Nash.

Lo spiegano perfettamente undici brani di un canone subito imitatissimo. Uno scandaglio acustico e malinconico che ogni tanto risale dalle profondità dello spirito per una boccata di rabbiosa, elettrica aria fresca. Fin dai primi passi, è questa la dicotomia del canadese quando non cede alle stravaganze, anche se il percorso per arrivare oltre la corsa all’oro non è stato rettilineo.

Pioniere del folk rock con i disciolti Buffalo Springfield, Neil aveva in carniere due lavori solisti (l’esordio omonimo, discretamente indeciso, e il favoloso Everybody Knows This Is Nowhere con ad accompagnarlo i Crazy Horse) e militava nel padre di tutti i supergruppi assieme a Crosby, Stills e Nash. Ogni elemento contribuiva a una certa imprevedibilità. Da un lato c’erano Déjà Vu e certi dorati bagliori di “americana” come Helpless e Country Girl, più i singoli younghiani dal respiro affine Sugar Mountain e la cover di Don Gibson Oh, Lonesome Me. Girata la moneta, il 45 giri intestato a CSN&Y Ohio azzannava la carne viva dell’attualità e la giugulare dell’ascoltatore.

Avrebbe prevalso l’homo electricus oppure l’acusticus?

CSN&Y – Buone compagnie difficili da abbandonare.

Verso il mattino

La risposta a posteriori la conosciamo. Eppure con il Signor Young il rischio di semplificare è come la ruggine: non dorme mai. Lo stesso vale per un’innata destrezza nel far scattare la trappola del fuorigioco lasciando i critici in ambasce.

Sotto la patina di mestizia e la presa di posizione forte sul fatto che solo l’amore può sul serio spezzarti il cuore, infatti, After the Gold Rush contiene parecchio altro. Tanto per cominciare, incarna il modus operandi del Nostro nel tirare dritto con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore. Sa perfettamente da dove arriva, quindi andrà oltre l’autunno dello scontento puntando la Storia, la fama, gli onori. Poi rappresenta la sorgente sia della falsa rilassatezza del campione di incassi Harvest, che della foschia oppiacea di On the Beach e del traballare buio di Tonight’s the Night, stazioni della via crucis che affrontano la morte per overdose degli amici Danny Whitten e Bruce Berry. Il dualismo resta però l’unica costante: ira e tristezza, speranza e serenità si mescolano e riaffiorano.

Tornando a quei giorni, anche l’ispirazione giunge da lontano. Per la precisone dal Perù, dove nel ’69 il pazzoide Dennis Hopper stava girando The Last Movie con Dean Stockwell. Esortato a buttar giù una sceneggiatura, Dean scrive un’apocalisse fantascientifica nel Topanga Canyon, l’eden situato a nord di Los Angeles. La intitola After the Gold Rush, una copia atterra sulla scrivania del vicino di villa Neil e il gioco è fatto. La pellicola non si girerà, ma il cerchio si chiude ugualmente, poiché l’album disegna la colonna sonora di un film per la mente.

Accade d’impulso, alternando registrazioni in studio ad altre tenute nello scantinato di Young con i Crazy Horse, Jack Nitzsche, Stephen Stills e la scommessa folle (vinta) di un adolescente Nils Lofgren. Il rompicapo prende forma nei ritagli del febbrile 1970, trascorso in gran parte girando gli Stati Uniti con Crosby. In quell’angusto pertugio sotto casa, un uomo tira il fiato alla sua contorta maniera, meditando sui massimi sistemi.

La faccia di chi sta tirando il fiato, mentre medita sui massimi sistemi. Sempre con una chitarra in mano, s’intende.

Un perfetto, smarrito equilibrio

Forse è per questo che l’umore del disco non è del tutto triste e dai brani si propaga una luce che non sai se d’alba o crepuscolo. Tutt’e due, probabilmente. È il sofferto equilibrio tra smarrimento, mistero e familiarità che caratterizza ogni epoca di passaggio e qui consegna l’inno sottovoce Tell Me Why, una Cripple Creek Ferry scanzonata ma stranita, le ombre country di Oh, Lonesome Me e Only Love Can Break Your Heart. Laddove al chitarristico sferragliare che rialza la testa sorreggerendo l’invettiva Southern Man e la sensualità roca di When You Dance I Can Really Love rispondono le dolceamare Birds e I Believe in You, la filastrocca Till the Morning Comes, quell’immane preghiera dal cuore spalancato che è Don’t Let It Bring You Down.

Su tutto svetta la title track, incanto di rara potenza espressiva che scolpisce un’ode ecologista con tasti e flicorno. La melodia – indimenticabile, intessuta di lirica estasi – è un racconto per immagini dove gli “argentei semi” di madre natura volano verso una nuova casa, nel sole. Se per anni abbiamo pensato che si trattasse solo di un’allucinazione da freak, oggi, tra le macerie della modernità, tutti vorremmo che quell’immaginaria ancora di salvezza esistesse davvero. Grazie infinite, Old Man.

Molto tempo dopo, con un organo al posto del piano originale, e un tocco d’amonica, che non guasta mai.

Questo articolo fa parte della serie Discotheque. Discotheque è il nome di una serie di *articoli lunghi* in cui si guarda a dischi usciti da (almeno) un decennio (ma di solito di più); ma li si guarda, e si ascolta, con gli occhi e le orecchie di oggi. Scopri gli altri articoli.

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