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1994: Mötley Crüe punto e a capo

Storia del miglior disco hard rock pubblicato nel momento più sbagliato possibile

Cambiare cantante, mettersi coraggiosamente in discussione, incidere e pubblicare una manciata di canzoni formidabili e fallire, o quasi, su tutti i fronti: ci vuole del talento anche per riuscire in un'impresa del genere. D'altronde i Mötley Crüe hanno sempre avuto una predisposizione per gli estremi. Non fa eccezione la delicata transizione dall'era glam metal a quella post-grunge: solo pochi anni, sulla carta, ma con in mezzo un disco intitolato 'Nevermind' che ha rivoluzionato il suono e l'immagine del rock da alta classifica.


MÖTLEY VS. NEIL - FINE DI UNA STORIA

Il motivo della rottura tra i Mötley Crüe e Vince Neil – comunicata ufficialmente il giorno di San Valentino del 1992 – è che lui ama dedicarsi alle belle auto e alle belle donne, anziché alla band. Questa la sintesi di Nikki Sixx. I pettegolezzi parlano di un contratto solista del cantante con la Elektra Records e l’inizio di un suo business molto fruttuoso nel mondo delle macchine da corsa.

Il manager dei Crüe di allora, Doug Thaler, offrirà molti anni dopo un'altra versione dei fatti nel libro più bello, coraggioso e istruttivo mai firmato da un gruppo hard rock e/o heavy metal: The Dirt - Confessioni della Band Più Oltraggiosa del Rock (scritto assieme al giornalista Neil Strauss).

Nel corso del 1991 Neil ricomincia a bere forte. E qui possiamo anche chiudere; è divertente sapere il resto, però. Dunque, Vince riprende a ubriacarsi come il gran bastardo che è. Si presenta ancora alle prove, ma di solito è talmente fuori di testa che non riesce a imbroccare una nota. Poi, mentre tutti gli altri s'incazzano, lui si alza e va via, perché ha un appuntamento con non-si-sa-quale-pornostar.

La calma prima della tempesta.

Thaler e la band sono stanchi e vanno a trovarlo in un pulcioso hotel dove lui non ricorda come sia arrivato. Lo torchiano e gliene dicono quattro, ma sostanzialmente il messaggio su cui Neil dovrebbe riflettere è questo: se continui così, sei fuori.

Lui finge di capire la gravità della situazione e promette di impegnarsi di più. Poi, appena è di nuovo solo, raccatta la prima che trova e scappa con lei alle Hawaii, dando fondo a tutte le carte di credito. Quando torna a casa, sua moglie Sharise Ruddell lo aspetta con un mitragliatore automatico, ma lui riesce a calmarla e poco dopo prende un aereo per Tucson e va a disintossicarsi.

Nuova vita, finale positivo? Beh, non proprio. L’alcool è un problema in più che rende gli altri problemi ancora peggiori; tolta la dipendenza dalla bottiglia, tuttavia, non è che Neil diventi magicamente un tipo tranquillo e pacioso.

Nel periodo successivo alla riabilitazione, Vince vive praticamente in un albergo, dove tutte le sere passa ore al telefono a litigare con la moglie. Poi arriva un tizio di Long Beach che, sapendo della sua passione per i bolidi a quattro ruote, lo convince della possibilità di gareggiare nella categoria Indy Lights – basta che lo voglia.

Indy rock.

Neil accetta, esclamando «Orkokan!»; subito dopo, i "raduni" automoblistici diventano il suo piccolo mondo tranquillo ove ubriacarsi peggio di prima. Sta bene così. Solo bisogna evitare di parlargli dei Crüe e di Sharise.

Thaler corre ai ripari, o almeno ci prova. Impone al gruppo, Vince compreso, un programma in studio di registrazione per due settimane di fila alternato a due settimane di riposo. Il frontman, però, non c’è mai. E, se c’è, resta per poco e dopo se ne va dicendo che è troppo stanco per cantare.

Sempre in ossequio alla versione del manager da The Dirt..., a partire dall’uscita di Dr. Feelgood (1990) e dopo Decade of Decadence ’81-’91 (1991), la band non si era mai fermata. Tour/studio/tour. Due anni così.
In realtà Neil sarebbe stato solo il capro espiatorio di un periodo pazzesco in cui tutti i Crüe erano fuori di testa e non ne potevano più di tirare avanti così.

La più intrigante biografia rock di sempre, forse.

Ma torniamo al 1992. La fine della relazione tra Vince Neil e il resto del gruppo è dovuta a un fax e a una pioggia terribile che sconvolge l’intera Los Angeles, causando incidenti, morti e danni vari. Come? Presto detto.

Dal cielo viene giù l’ira di Cristo, ma Nikki Sixx e Tommy Lee se ne fregano delle misure cautelari; devono fare le prove e, così, prendono l’auto e sfidano il tempaccio. Mick abita più in alto e, per lui, raggiungerli è ancora peggio. Comunque sia, alla fine i tre sono tutti sul posto: strumenti attaccati, capelli gocciolanti e il solito rodimento di culo. Dov’è Vince? Provano a chiamarlo, ma non risponde.

Gli mandano un fax (ehi, siamo negli anni ’90!). Dopo un quarto d’ora squilla il telefono. È Neil, che si scusa con tono da agnellino. Dice che, dato il tempo di merda, credeva che le prove fossero state annullate. «Sono quattro ore che ti cerchiamo! Alza il culo e vieni qui!». Vince va da loro e il tutto potrebbe risolversi in qualche modo. Si attacca a suonare e il resto è la consueta magia, no? No.

Tra Nikki e Vince inizia la più tremenda discussione della loro vita. Partono gli insulti più indicibili, le minacce più inverosimili, ma alla fine il cantante pronuncia la frase fatidica: «Basta, me ne vado!».

E c’è da immaginare che Nikki gli abbia urlato dietro: «Non sei tu che te ne vai, siamo noi che ti sbattiamo fuori!».

Sembra una sciocchezza puntualizzarlo, ma nei mesi successivi sarà proprio “chi ha mollato chi” il tormentone alla base delle interviste dei due.

GLI SCRICCHIOLII ENTUSIASTICI PRIMA DELLA ROTTURA

Facciamo un ulteriore passo indietro, però.

In occasione della promozione di Decade..., le interviste di Sixx erano state tutte all’insegna del più gagliardo ottimismo: finalmente senza droghe in corpo, la prospettiva cambia in meglio e bla bla bla.

Alla domanda su quale sarebbe stata la nuova direzione stilistica, era stato Vince Neil a prendersi la briga di rispondere. «La nuova strada dei Mötley Crüe si trova in fondo a Decade…: una cover dei Sex Pistols, esatto. E vi dirò, è scattata una specie di molla per tutti. Mick ha improvvisato in studio il riff di Anarchy in the U.K. e boom! Abbiamo capito cosa era giusto fare. Ora il brano è parte fissa del nostro repertorio e abbiamo ricevuto anche i complimenti di Johnny Rotten, e tu sai che a quel tipo non piace mai un cazzo. La nuova direzione è il punk. Il materiale su cui si sta lavorando è punk».

Approvata da Johnny il Marcio.

E ancora: «Per farvi capire: c’è un pezzo che si chiama I’m a Victim of a Psycho Bitch. E questo già vi dice tutto quanto vi dovrete aspettare dal nuovo corso».

(quel brano, non lo sentiremo mai. Quando Neil se ne sarà andato, si verrà a sapere che la troia psicotica è Nikky stesso. Ma se lo chiedete a quest'ultimo, otterrete la versione opposta)

Peraltro, il concetto di Sixx di che cosa sia o meno punk è abbastanza difficile da comprendere. Per lui il primo album dei Crüe è punk, mentre il mondo lo vede come l’incipit del glam metal losangelino. Vero che la lezione dei Pistols e degli Stooges è presente nel sound dei Mötley Crüe, ma da qui a chiamare punk Too Fast for Love ne passa. Lo spirito? Ok: ma se parliamo di “spirito”, si accede a una dimensione altra, soprannaturale e quindi più rarefatta.

Punk prima di te.

Punk o meno, le cose fra lui e il cantante non filavano lisce da diversi anni, ormai. Quando finalmente il bassista, leader e maniaco controllore della formazione si era disintossicato, nel 1990, all'improvviso aveva visto il mondo in modo diverso: più amichevole, stimolante e ricco di colori, ma con un Vince Neil di troppo.

Nonostante tutto, il frontman rimane sconvolto dal licenziamento. Vero, era stato lui a esclamare il fatidico “vi mollo”, ma i ragazzi potevano anche chiedergli di tornare indietro…

Mentre torna a casa, guidando nel traffico per due ore, Neil guarda la pioggia cadere sul suo parabrezza e si chiede ancora e ancora: «È successo davvero?».

Non riesce a rispondere e, tanto meno, a girare per la via che lo conduca da Sharise, cui deve riferire la notizia. A lei e poi al resto del “suo” mondo. Se n’è andato. L’hanno cacciato. Insomma, è finita. Lui è davvero fuori, ora. Sul serio. E piange e poi ride, sorprendendosi.

UN NUOVO CANTANTE, UHM, BIONDO PLATINO

Le voci diventano notizie conclamate. Vince Neil se ne va; il suo posto sarà di…?

I primi pettegolezzi sono prevedibili: s’immagina che subentrerà un altro divo glam, possibilmente biondo: il totosinger va dai più noti Bret Michaels dei Poison e Sebastian Bach degli Skid Row agli "outsider" Stephen Shareaux dei Kik Tracee e Marq Torien dei Bullet Boys. “Candidature” puntualmente lasciate cadere nel nulla dalle mugugnanti smentite dalla band, in seguito.

A sorpresa, infatti, salta fuori John Corabi degli Scream. Pardon, The Scream, che sono all'incirca la nuova incarnazione dei Racer X. Ma chi è, ‘sto Corabi? E come mai, prima ancora dei Crüe, già diverse band del circuito hard si erano interessate a lui?

Tempi cupi, facce serie.

John è un bravo ragazzo di Filadelfia che ama la musica più di tutto il resto, a parte sua moglie e un figlio malato di diabete. Vivere di rock and roll non è così semplice, ma praticarlo richiede una devozione totale e tante ore sottratte a tutto il resto.

Con gli Scream le cose sono ancora abbastanza gestibili. La band promette bene e l’album Let It Scream del 1991 è una gemma sottovalutata, ma non ha tutti questi grandi impegni.

Un giorno, succede una cosa speciale. Sfogliando la rivista Spin, Corabi si accorge che qualcuno sta citando il suo gruppo. Si chiama Nikki Sixx. Gli hanno chiesto quali dischi l’abbiano colpito di recente e lui ha risposto senza esitazione: il primo degli Scream.

Un piccolo assaggio di un grande disco.

John casca dalla sedia su cui si trova. Ci pensa su un po’ e decide di chiamare la Elektra per chiedere di parlare con Sixx e ringraziarlo personalmente del complimento ricevuto. Non si aspetta di essere passato al boss dei Mötley Crüe; probabilmente lo liquideranno come un qualsiasi rompiscatole.

Quando risponde una donna e lui le riferisce chi è e il motivo della chiamata, lei sembra stranamente agitarsi. Poco dopo, il telefono del cantante squilla e dall’altra parte qualcuno dice: «Ehi, ciao, sono Nikki: come va?».

Dopo che Corabi balbetta ancora i suoi ringraziamenti, Sixx lo invita a raggiungerlo in sala prove. Gli dice chiaro e tondo – ma deve tenere il becco chiuso! – che i Crüe sono senza cantante e ne stanno provando qualcuno. Se si sente di buttarsi, loro sono all’indirizzo "x". Lui si precipita, ma è così agitato che, per rompere la tensione, pensa addirittura di andarci nudo…

Quando lo riferisce agli altri, Tommy Lee se la ride di brutto: sarebbe stata un’idea meravigliosa.

John, a dirla tutta, NON è il fan numero uno dei Crüe. La scusa del complimento serviva per potersi aggrappare a un nome importante e magari entrarci in confidenza, proporre di scrivere insieme qualche canzone per il nuovo album degli Scream e addirittura coinvolgerlo anche come produttore.

Si tratta di correre molto con la testa, ma se uno vuole diventare una rockstar… significa che è incline al sogno facile.

Un piccolo problema pratico, inoltre: Corabi non conosce i pezzi dei Mötley. Avendo suonato in una quarantina di cover band, tuttavia, non è un problema trovare qualcosa su cui testare l’intesa. E così si parte con Helter Skelter dei Beatles (il metal prima del metal, secondo alcuni). Alla prima strofa Sixx ferma tutto e lo guarda fisso. John pensa, «Ok, sta per cacciarmi via». E, invece, il bassista ghigna soddisfatto: «Cazzo, mi piace!».

I quattro passano quindi a Smokin’ in the Boys Room e a qualche altro classico rock.

Al termine, Lee è entusiasta e lo mostra senza ritegno. Il tono di voce più crudo e la presenza di una seconda chitarra rendono il suono molto più potente, in generale. Da paura.

JC superstar.

A John viene chiesto di ripresentarsi per un nuovo provino l’indomani, assieme ad altri candidati. Prima di salutarlo, gli passano i testi di Dr. Feelgood e Don’t Go Away Mad (Just Go Away). Corabi s’incupisce un poco. Cantare quei pezzi, famosi per il registro vocale alto di Neil, è dura con la sua voce, ma si metterà d’impegno.

Il giorno dopo è una formalità, ma lui non può sospettarlo. John suona i due brani con la band davanti a Doug Thaler e a vari rappresentanti della casa discografica. Dopodiché nessuno gli dice nulla, tranne di andare fuori e aspettare.

Più tardi viene convocato di nuovo nella stanza dell’esibizione e lì ci trova solo i Crüe, seduti sulla pedana della batteria: «Non ci vuole molto per capire che sei quello giusto!», dice Nikki.

Corabi torna a casa. Può dirlo alla moglie. Lei, però, non è così felice per la notizia.

Ehi, qui non si scherza un cazzo.

Mentre i Mötley fanno il rodaggio con il nuovo singer, Neil non perde tempo e torna sul mercato. La Elektra continua a corteggiarlo, ma lui alla fine opta per la Warner Bros. Contatta il duo collaudato Jack Blades & Tommy Shaw – provenienti dai Damn Yankees di Ted Nugent – per scrivere dei pezzi e sceglie come “spalla” l’ex chitarrista di Billy Idol, Steve Stevens.

Il disco d’esordio s’intitola Exposed. Non è punk e non ha nulla che non suonerebbe diverso da un vecchio disco dei Crüe, a ben guardare. Neil vuole ribadire che la vita è un party all’insegna dello sballo, delle donne avvenenti, delle auto veloci e fanculo tutto il resto.

Siamo nel 1993 e affermare dei concetti del genere è negazionismo spinto, ma c’è ancora gente che si lascia coinvolgere dal prospero Vince – e accetta l’invito al suo castello, mentre il colera del grunge fotte tutto il resto.

Le cose si fanno dure per Vince.

Nikki e gli altri scelgono una strategia completamente diversa, invece: silenzio, pianificazione mirata, un lancio inedito. Ma, essendo sempre loro, i casini non si possono evitare.

E così ecco il divorzio di Tommy da Heather Locklear e il rischio di andare in prigione per possesso di armi illecite; ecco Mars che, silenzioso e passivo, finisce lo stesso per sparare alla moglie, mentre gioca a tiro a segno. E dopo, pure lì, divorzio.

Ma queste cazzate in qualche modo rincuorano i fan, confermando che i Mötley sono sempre quei pazzi fuorilegge ingestibili che tanto adorano. Alla fine arriva la notizia del gran ritorno. Titolo del nuovo disco: 'Til Death Do Us Part. Ma lo cambiano presto perché, secondo Sixx, «Era talmente scontato che il disco pareva che fosse già uscito nei negozi».

INTEGRITÀ & SENSAZIONALISMO

Per avere idea di quanto Nikki Sixx sia confuso, c’è una vicenda emblematica. Il bassista, all’inizio, vorrebbe pubblicare in copertina una sua fotografia travestito da gerarca nazista.

Bob Krasnow, presidente della Elektra di origine ebraica, non gradisce la trovata – ma va?! – e la band finisce così per ripiegare sulla più semplice scritta del nome del gruppo a mo’ di graffito. E le prove di copertina col "NaziSixx artwork" vengono tutte distrutte.

American graffiti.

Curioso che, a sentirlo oggi, questo album intitolato Mötley Crüe sia il più lontano e meno rappresentativo di ciò, storicamente, la band è stata in quasi quarant’anni. Cose che si facevano, nei 90s. La voglia/necessità di cambiare era talmente disperata da spingere il gruppo a giocarsi tutta, o quasi, la propria reputazione.

La presentazione del nuovo cantante e del nuovo album è praticamente parte di un singolo pacchetto promozionale, per i Mötley. La cerimonia degli American Music Awards del gennaio 1993 è l’occasione ideale per raccontare al mondo chi sia il nuovo singer – optando per una collettiva, letterale “calata di brache” e mostra delle terga, una volta invitati sul palco, senza aggiungere altro.

Da lì si parte con le interviste promozionali. E Sixx non vuole approfittare delle domande sull’ex frontman per rispondere alla merda con altra merda. O almeno finge di non farlo. E proprio in questo modo piazza i colpi migliori.

«Prima i Crüe erano tre compositori e un esecutore, adesso siamo quattro musicisti che scrivono e collaborano attivamente su ogni pezzo».

«Questo nuovo amico non solo canta, ma è anche un fenomenale ritmico alla chitarra. E la cosa rilassa sia Mick che me, prima costretti a colmare reciprocamente i vuoti che lasciavamo con i nostri strumenti».

«Volete sapere cosa penso del disco di Vince? Oggi sono buono e non ve lo dico».

IL MIGLIOR DISCO MENO APPREZZATO DELLA STORIA

Ma com’è ‘sto benedetto Mötley Crüe?

Se Vince Neil non ha osato allontanarsi troppo con Exposed, Nikky Sixx e soci si rivolgono decisi al presente/futuro: un volto semisconosciuto al microfono, un sound diverso, un look rinnovato.

Amico uligano.

Un album come l’esordio di Neil, oggi che è stato messo a nudo dal tempo, non è questo granché: si potrebbe dire onesto e professionale, ma poco altro. Nella prima metà degli anni 90, in ogni caso, è una sorta di ancora a cui tanti orfani del vecchio stile-Crüe si aggrappano più o meno nostalgicamente.

Sempre il tempo trascorso, ora, ci suggerisce che quello cantato da John Corabi è forse il lavoro artisticamente più maturo, completo e riuscito della band.

Dr. Feelgood? Beh, lì c’erano grandi canzoni ed era stato un enorme successo popolare. Un trionfo annunciato. Qui, al contrario, ci si gioca tutto o quasi: talento, creatività e palle da vendere. Ma le pagheranno care, i nostri, tutte queste belle cose.

Gli anni '80 sono ufficialmente terminati anche per i Mötley Crüe e la canzone parla di abusi sui minori.

Nonostante la determinazione collettiva e la consapevolezza di aver realizzato un lavoro di grande spessore, la pubblicazione di Mötley Crüe e il relativo tour negli Stati Uniti – di spalla ci sono Type O Negative e King’s X: le improbabili combinazioni dell’epoca! – si rivelano un mezzo disastro commerciale.

Nikki, all’inizio, si sforza di vedere il bicchiere di vodka mezzo pieno.

Insomma, si sta meglio quando si sta peggio!

O, perlomeno, fino a quando il budget per la tournée viene drasticamente ridimensionato, causa scarsa affluenza ai concerti. Per il leader del gruppo è troppo: il bicchiere è davvero vuoto e non può fare altro che schiantarlo contro un muro.

A peggiorare ulteriormente le cose ci pensa MTV, con un “incidente” architettato appositamente dalla rete (a detta dei Crüe, chiaro): «Hanno mandato a intervistarci una persona che non aveva alcun interesse nei nostri confronti. Ci teneva solo a dire che gli facessimo schifo. L’ha detto decine di volte davanti alla telecamera. Se l’è presa con il modo in cui vestivamo, l’immagine, i nostri video. Gli ho solo risposto che non volevo controbattere a quelle provocazioni. Alla fine me ne sono solo andato, dicendo che era tutta una gran puttanata. Non so come l’abbia presa il pubblico di MTV, ma molti ci hanno fatto i complimenti perché siamo stati i soli ad avere le palle per mandarli affanculo».

Col senno di poi, un titolo perfetto.

Per Sixx è ora di scaricare le responsabilità su qualcuno. Non ce la fa ad ammettere di aver messo in campo, lui per primo, la formazione sbagliata. No, è tutta colpa della Elektra. L’etichetta non avrebbe mostrato alcun interesse nell’album, senza promuoverlo a dovere.

Le vendite sono state basse e il tour ne ha risentito: solo quattro anni prima la gente andava a vedere un brillante gruppo glam anni ‘80 e ora si ritrova questo cupo quartetto di “modern metal” con un cantante che porta la chitarra al collo.

Mannaggia a quegli stronzi spettinati dei Nirvana e a quella fogna piovosa di Seattle!

C’ERAVAMO TANTO ODIATI

John Corabi ha visto trasformarsi il suo sogno più audace in un incubo. Il bambino, per via del diabete, richiede sempre più attenzioni. La sua presenza in casa sarebbe indispensabile, ma lui deve “accontentarsi” di far sentire la sua presenza alla famiglia con fugaci telefonate dagli hotel e dalle stazioni di servizio in giro per l’America.

Trova l'intruso.

Ma i casini veri cominciano quando il tour finisce e la band si rimette al lavoro su un nuovo album, fra il 1995 e il ‘96. Se durante le sessioni di Mötley Crüe tra lui e Nikki Sixx erano state solo rose e fiori, come se alla base della loro collaborazione ci fosse stato un incastro biologico naturale, adesso è un altro paio di calzini.

Corabi non sa che cosa Sixx voglia fare, che strada desideri prendere. E tanto meno lo sa il bassista stesso. In studio John tenta di interpretare le basi dei nuovi pezzi, ma per Nikki e Tommy Lee non va bene nulla. Vogliono che faccia il verso a Trent Reznor dei Nine Inch Nails e a Dave Gahan dei Depeche Mode (!), anziché a David Coverdale e Paul Rodgers.

La scelta di chiudere un capitolo così eccitante e controverso è inevitabile, ma nondimeno sofferta. A casa-Crüe il lieto fine è un’opzione non prevista: Corabi viene piantato in asso in maniera poco trasparente, preparando il terreno per il ritorno di Vince Neil, ufficializzato nel 1997.

Tutto bene quel che finisce male.

Non c’è vero amore fra il figliol prodigo – che nel frattempo ha tragicamente perso Skylar Lynnae, la figlioletta di appena quattro anni – e gli altri tre, e probabilmente non ci sarà mai più, ma è l’unica mossa utile per far rimanere a galla questa lussuosa nave da crociera.

Il resto è storia: da lì a qualche anno, i Mötley Crüe imboccheranno un viale del tramonto dorato, favorito proprio da The Dirt…, e riporteranno in giro per il mondo le loro hit più famose e la loro tradizionale immagine trasgressiva. Con tanto mestiere e senso dello spettacolo a stelle e strisce, ma senza autentici guizzi.

John tornerà a recitare il suo ruolo più appropriato: l’eccellente rocker di serie B, nell’accezione migliore del termine, con la consapevolezza sempre crescente di aver contribuito – e non poco – al miglior disco di sempre di un gruppo leggendario.

Questo articolo fa parte della serie Decenni. Decenni è il nome di una serie di *articoli lunghi* in cui si guarda a dischi usciti da (almeno) un decennio (ma di solito di più); ma li si guarda, e si ascolta, con gli occhi e le orecchie di oggi. Scopri gli altri articoli.

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