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Led Zeppelin II, uno splendido cinquantenne

Il manuale dell'hard rock per eccellenza arriva alle nozze d'oro in ottima forma

Registrato in fretta e furia a nemmeno un anno dal debutto, tra le date di un tour serratissimo, con le pressioni della casa discografica da un lato e quelle delle groupie dall’altro, il secondo capitolo della saga non fa che ribadire come agli Zep, nel 1969, venisse tutto estremamente facile. Ed estremamente bene.


Il germe dell’hard rock

Difficile immaginare un disco che sia stato così importante per l’hard rock come questo. Di fatto i Led Zeppelin sono stati tra i capostipiti di tutta la scena, perché senza di loro le cose sarebbero andate molto diversamente. Il loro esempio è stato fondamentale per chiunque avesse intenzione di imbracciare una chitarra elettrica e mettersi a suonare del rock. Nello specifico, la materia hard and heavy ha trovato nei loro dischi dei veri numi ispiratori, benché il loro repertorio contenesse tali e tante sfaccettature da non poter essere racchiuso in uno specifico stile musicale. Dei loro album, però, Led Zeppelin II è stato quello che più di ogni altro ha fatto scoccare la scintilla e inoculato il germe dell’hard rock nelle platee mondiali.

Quando dici “successo di pubblico”.

Le pressioni esterne e la lotta contro il tempo

Dopo la pubblicazione del primo omonimo disco, la band cominciò una lunghissima serie di concerti che attraversò a più riprese il Nord America e l’Europa. Dal 2 gennaio 1969 fino all’8 novembre i quattro furono impegnati in un’attività live dai ritmi estenuanti, che non lasciava spazio a pause. L’Atlantic, la loro etichetta discografica, si stava rendendo conto che il gruppo si sarebbe potuto ben presto trasformare in una gallina dalle uova d’oro, considerato che il loro debutto stava suscitando ben più che un certo interesse.

Dopo solo tre mesi dalla loro nascita, i Led Zeppelin cominciavano a sentire il fiato sul collo: la pressione nei loro riguardi andava via via aumentando. Come risultato furono costretti a lavorare a Led Zeppelin II fin da gennaio, cominciando dalle idee che non avevano utilizzato nel loro precedente disco. Tra esibizioni dal vivo prove, stormi di groupie e altri contrattempi, Page, Plant, Jones e Bonham dovettero ritagliarsi tempo e spazio per proseguire nella composizione dei nuovi brani. Di conseguenza non solo le canzoni furono per forza di cose assemblate pezzo per pezzo, ma alcune nacquero proprio sul momento, improvvisando. Camere d’albergo, camerini, i dietro le quinte: ogni luogo e ogni momento andava bene per riuscire a tirar fuori qualcosa di buono, anche solo un riff. Più i mesi passavano e più gli impegni, anziché diminuire, aumentavano. La vita on the road era cosi frenetica che i nuovi pezzi assorbivano quella tensione, quell’elettricità.

Uno dei rari momenti di calma, in studio di registrazione.

II 10 agosto, dopo un concerto a Salt Lake City, Page dovette partire per New York per partecipare a una sessione di mixaggio agli studi A&R e subito dopo aver concluso il lavoro tornare immediatamente a Los Angeles, in modo da raggiungere gli altri a Phoenix il giorno successivo: anche una “toccata e fuga” come questa era indispensabile per portare a termine il lavoro. Uno del tecnici del suono che faceva da spalla al chitarrista era Eddie Kramer (famoso per aver già collaborato con Beatles, Jimi Hendrix e Traffic), e ricorda così quegli ultimi intensi giorni per finire Led Zeppelin II:

L’abbiamo mixato in due giorni agli A&R Studios, su una consolle Altec a dodici canali con solo due leve di controllo: la più primitiva consolle che si possa immaginare. I nastri ci arrivavano da ogni parte: Whole Lotta Love era stata registrato a Los Angeles, alcuni venivano da Londra, Robert aveva sovrainciso la voce a Vancouver in uno studio senza cuffie e altri, infine – come per esempio What Is and What Should Never Be – li avevo registrati io stesso a New York in studi sconosciuti come il Groove Sound e il Juggy Sound. Insomma, lavoravamo in qualsiasi buco in cui riuscivamo a prenotare ore di registrazione. Facemmo molte sovraincisioni e registrammo gli assoli nei corridoi degli studi. Ci sbattemmo per tutta New York alla ricerca di posti dove poter lavorare. Fu un periodo selvaggio e la band era estremamente chiassosa. Lasciai a loro l’aspetto depravato della faccenda. (Eddie Kramer)

Il design della copertina fu opera di David Juniper. Molto preciso e specifico il brief che gli fece la band: “Cerca di tirare fuori un’idea interessante.”

La firma di Page

Jimmy era il “mastermind” dell’intera operazione, il demiurgo scrupoloso che teneva in considerazione ogni minimo dettaglio, in modo tale che risultasse tutto perfetto. Anche questa volta si occupò personalmente della produzione e prese tutte le contromisure del caso per affermare che ciò che la gente ascoltava era frutto delle sue qualità e non di qualche tecnico di studio.

«Glyn Johns, il tecnico del suono del nostro primo album, tentò di fare in modo di venir accreditato sulle note interne come produttore, ma io gli dissi: “Non c’è verso. Io ho messo insieme questa band, l’ho portata in studio e ho diretto l’intero processo di registrazione, ho il mio personale suono di chitarra, sarò franco, non hai una chance”. Poi ci rivolgemmo a Eddie Kramer e in seguito ad Andy Johns. Cambiai apposta i tecnici del suono perché non volevo che la gente pensasse che erano loro i responsabili del nostro sound. Io volevo che la gente sapesse che ero io l’artefice di quell’aspetto. (Jimmy Page)

Un Jimmy Page sfinito dalle sue stesse manie di scrupolosità.

Osceno, brutale e assolutamente meraviglioso

L’apertura viene affidata alla micidiale Whole Lotta Love, che potrebbe a buon diritto assurgere al titolo di brano hard rock per eccellenza: sì, perché il riff in staccato di Page, la sezione ritmica implacabile di Jones e Bonham e l’eccitante prova vocale di Plant la rendono un classico tra i classici.

L’interplay tra Jimmy e Bonzo intorno ai terzo minuto è uno dei momenti più esaltanti dell’intero loro repertorio, così come è memorabile tutta la sezione centrale del pezzo, in cui la situazione diviene improvvisamente statica e il gruppo si diverte a inserire tutti i suoni possibili e immaginabili, aprendosi a quella musique concrète che i Beatles avevano già sperimentato in brani come Tomorrow Never Knows.

La gente ha sempre pensato a chissà quali trucchi, in realtà eravamo io e Plant in studio a schiacciare tutti i bottoni e a girare tutte le manopole che ci venivano a tiro. (Jimmy Page)

«Ti sto per dare fino all’ultimo centimetro del mio amore», grida un Robert Plant infuocato di dolce stilnovo. «I wanna be your backdoor man!», aggiunge poi, giusto per innalzare il livello di romanticismo. Doppi sensi e rock’n’roll: la ricetta per fare la storia.

Il manuale dell’idea di rock anni Settanta

What Is and What Should Never Be è una dimostrazione di come le differenti dinamiche fossero fondamentali per la musica dei nostri, in questo caso espresse in maniera evidente dall’alternanza tra la strofa delicata e il ritornello impetuoso.

The Lemon Song è il loro classico blues sciorinato col petto in fuori, baldanzoso e sfrontato. Se per Whole Lotta Love Plant aveva preso in prestito parte del testo di You Need Love di Willie Dixon, stavolta l’ispirazione parte da Killing Floor di Howlin’ Wolf, ma, come di consueto, il brano originale serve solo da canovaccio a Page e compagni, che ne modificano pesantemente la struttura, arrivando a creare un episodio originale.

1969, una delle prime registrazioni “live in studio” di The Lemon Song.

Thank you è una ballata commovente, dedicata dal cantante alla moglie. Heartbreaker inaugura il lato B e diventa immediatamente un altro standard: il celebre riff di chitarra, gli assoli di Page e il suo maniacale uso del bending ne fanno un episodio imperdibile. Segue Living Loving Maid (She’s Just a Woman), brano minore, eppure irresistibile, ancora una volta incendiato dalla sei corde di Page e bombardato dalla batteria di Bonham.

Ramble On sfoggia un’ossatura costituita dalla commistione tra parti acustiche ed elettriche, una caratteristica fondamentale della musica dei Led Zeppelin, che in futuro diverrà la base per comporre autentici capolavori. Moby Dick è il momento di gloria riservato a Bonzo, che qui si esibisce, introdotto dal riff denso e circolare di Page, in uno show pirotecnico alla batteria, utilizzando sia le bacchette sia le mani nude. Se il modello era Toad di Ginger Baker, Moby Dick ne rappresentò il proseguimento, arrivando in concerto a estendersi fino a 20 minuti di durata: da allora innumerevoli band hanno cominciato a inserire nei loro spettacoli dal vivo una sezione dedicata all’assolo di batteria. Bring It on Home è introdotta dalla copia calligrafica del pezzo omonimo scritto da Willie Dixon e interpretato da Sonny Boy Williamson, poi si trasforma in uno scoppiettante rock blues, anche se non così incisivo come ci si aspetterebbe.

L’assolo di batteria di Bonham in Moby Dick, dal vivo al Madison Square Garden. Provate a contare quanti colpi ci infila in tre minuti.

L’accoglienza della critica

Il disco ricevette prenotazioni per mezzo milione di copie solo negli Stati Uniti. Il Melody Maker lo elogiò per la sua capacità di «costruire eccitazione» e perché «dimostra quanta strada ha compiuto il rock negli ultimi 15 anni», mentre il New Musical Express parlò di «un album geniale, la musica per il cittadino paranoico del ventesimo secolo». Rolling Stone si divise: se John Mendelsohn, che peraltro aveva attaccato duramente Led Zeppelin, questa volta utilizzò il termine pugilistico «peso massimo» come metafora per indicare il valore di questa loro nuova fatica, Jon Landau scrisse: «Non hanno alcun futuro. La pantomima finto sessuale di Robert Plant, l’incapacità di Jimmy Page di sostenere un’idea musicale per più di 3-4 battute ora piacciono e vendono, ma non hanno radici e non possono evolversi in nulla».

La storia ha poi decretato chi dei due aveva ragione.

Ecco i quattro che “non avrebbero avuto nessun futuro”.

Questo articolo fa parte della serie Discotheque. Discotheque è il nome di una serie di *articoli lunghi* in cui si guarda a dischi usciti da (almeno) un decennio (ma di solito di più); ma li si guarda, e si ascolta, con gli occhi e le orecchie di oggi. Scopri gli altri articoli.

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