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Iron Maiden: The Legacy
Una questione di Maiden o di morte
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Il lascito dei Maiden ai posteri, se posteri ci saranno.

Iron Maiden
The Legacy

Iron Maiden: The Legacy. Suona bene, vero? In occasione del quarantennale. Prima o poi salterà sicuramente fuori una qualche diavoleria di merchandise chiamata così. Una birra, un distillato, un cofanetto, o chissà cos’altro. A ogni modo, per ora parliamo di un album molto discusso: A Matter of Life and Death del 2006.

Un lavoro che sta evidentemente a cuore alla band, che qui certo non si macchia (come avvenuto nel successivo, soprattutto) del peccato di buttar lì qualche nuovo brano, tanto per rinnovare una scaletta ormai stantìa. Nel tour che seguirà il disco, infatti, Harris e soci lo suonarono tutto – dall’inizio alla fine. Complice forse il fatto che ci si ritrovava tra le due celebrazioni di Eddie Rips Up the World Tour (comunemente chiamato Early Days) e della Middle-Age dei Maiden (Somewhere Back in Time), A Matter of Life and Death aveva un’omogeneità tale che sembrava doveroso portarlo sul palco così come era stato concepito.

Se di questo disco permane nella memoria forse l’unico (e ultimo) grande classico maideniano che è For The Greater Good of God, è anche vero che la qualità media delle tracce è decisamente interessante. Pur non brillando per brani epocali, se non altro spicca per l’uniformità (appunto) del concept e del tono complessivo, che riprende a piene mani tematiche di guerra, da sempre care alla band (ad esempio nell’oscuro fratello The X Factor, forse troppo spesso bistrattato).

The Legacy chiude il disco con un comparto acustico da cornice, il sound progressive dell’ultimo periodo della band (che sembra però ricordare i vecchi fasti sacrali di Sign of the Cross), un testo che può tranquillamente essere considerato come un lascito lirico dei Maiden ai posteri. Se nella prima parte, infatti, ci si riferisce a un signore della guerra sul letto di morte, nella seconda, come nelle odi inglesi più classiche, si ricorre a un più generale riferimento all’umanità tutta, sperando che il piacere intrinseco dell’autodistruzione non la porti, definitivamente, all’Armageddon.

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