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L'America sconfitta di David Berman

Menthols, Mountains, Malls and Margaritas

“Bevendo margarita in un centro commerciale”. E’ l’immagine - laconica, autentica, ma soprattutto molto americana - che echeggia nel nuovo Purple Mountains, ultima incarnazione artistica di David Berman, morto suicida lo scorso 7 agosto 2019. Berman non era uno da grande pubblico: diversi suoi compagni di strada, da Stephen Malkmus e Bob Nastanovich, che poi fondarono i Pavement, a Bonnie “Prince” Billy, hanno ottenuto una risonanza maggiore. Ma il segno che la sua musica, e le sue liriche, hanno lasciato, è probabilmente più profondo. Per questo ci sembra giusto dedicargli uno dei nostri longform.


The Silver Years

Dieci anni di silenzio musicale. Dal 2009 al 2019. «Perché?» gli è stato chiesto in una di quelle pochissime interviste che lo vedono protagonista. «Da quando ero bambino ho sempre desiderato avere un po’ di tempo per leggere e stare per i fatti miei» risponde. Il giornalista ride. Questo spiega molte cose sul personaggio di David Berman.

Sono passati più di dieci anni dall’ultimo album dei Silver Jews, la creatura che Berman aveva portato avanti nel corso di tutti gli anni Novanta e che aveva sciolto nel 2009. L’avventura era iniziata nel 1989 a Hoboken, New Jersey, insieme a due altri compagni dell’università della Virginia, Stephen Malkmus e Bob Nastanovich, che da lì a poco avrebbero fondato i Pavement, vera band di culto di quegli anni a seguire.

David Berman – al centro – mentre Stephen Malkmus siede alla destra del Padre e Bob Nastanovich gioca allo Spirito Santo, ovvero la Trinità alla base del più importante side-project dei Pavem… ah no

Silver Jews. Forse per “Silver Jewelry”, un’affissione scritta da qualche parte. Il nome di un progetto artistico per l’università. Forse per i mitici Silver Apples. O forse proprio per i Silver Beatles. E anche, forse, per il modo con cui venivano chiamate le biondine di religione semitica che passavano in quegli anni sotto gli occhi attenti dei giovani artisti.

Il primo disco esce nel 1994, si intitola Starlite Walker e inizia con Trains Across the Sea, uno dei pezzi emblema della nuova scena sotterranea dell’indie-rock dei Nineties, che recuperava le trame beatlesiane e le tingeva con quel sapore tutto grunge e sadcore. Tutto cuore maledetto, insomma. E Berman non era di certo un fantoccio nelle mani delle mode. Le sue liriche iniziavano a comunicare immagini poetiche personali eppure intinte di quella semplicità tutta americana del vivere comune.

Trascinami giù per dormire per sognare i treni attraverso il mare
Treni attraverso il mare
Mezz’ore sulla terra, quanto valgono?
Non lo so
In 27 anni ho bevuto 50.000 birre
E queste si lavano contro di me
Come il mare in un molo

Un omaggio – non ci è dato sapere quanto inconsapevole – al Tunnel della Manica, inaugurato quello stesso anno

Come affittare una stanza

La creatura d’argento semitico diviene sempre più il progetto solista di Berman e la formazione comincia lentamente a cambiare, come avverrà continuamente per tutti gli anni a seguire. Unica eccezione il suo principale compositore. I testi divengono sempre più personali, inquieti e malinconici, ma sempre contraddistinti da una vena ironica non si sa quanto sentita e quanto dovuta. Il tutto sempre iniettato nell’epidermide americana.

The Natural Bridge esce nel 1996 e conferma le buone considerazioni in merito a questa band, superando il parere superficiale di chi li aveva etichettati come un semplice side-project dei Pavement. L’album è considerato un vero cult per molti indie-rocker. Purtroppo la scarsa distribuzione e presenza mediatica della Drag City Records e la sparizione dalle scene del suo frontman non hanno aiutato l’album a protrarsi in là nel tempo, come avrebbe potuto. Memorabile, però, il suo incipit con How to Rent a Room.

No, non voglio davvero morire
Voglio solo morire nei tuoi occhi
Sono ancora qui sotto il lampadario
Dove ci leggevano sempre i nostri diritti

Trovare un posto per dormire, prima dell’avvento di Airbnb

Acque americane

Collocarsi precisamente nel tempo e nello spazio è sempre stata una grande prerogativa della musica e delle liriche di Berman. Ora siamo in Ohio, ora a NYC, ora in Massachussets, ora da qualche altra parte in America.

Il vero album con cui i Silver Jews vengono conosciuti dal più grande pubblico è sicuramente American Waters del 1998, che si apre con probabilmente la canzone più famosa della band, Random Rules. Non ci sono grandi regole determinanti – ci dice Berman – e annegare nelle acque americane sembra essere la fine di tutti. La modernità inghiotte l’autenticità.

Nel 1984 sono stato ricoverato in ospedale per essermi avvicinato alla perfezione
Lentamente facendo strada attraverso l’Europa, dovevano fare una correzione
Rotto e fumante dove il cervo infrarosso si tuffa nel serpente digitale

La poesia (con una certa di dose di ermetismo) diviene sempre più importante per Berman, imprescindibile per il suo fare musica. L’attitudine à la Leonard Cohen e Billy Bragg diviene via via più schietta e così anche il riferimento alla sua stessa vita, sempre più votata all’autodistruzione, all’abuso e alla depressione che lo colpirà con sempre maggiore intensità negli anni a seguire.

L’album è stato registrato al Rare Book Room a Brooklyn e masterizzato agli Abbey Road Studios. La formazione ha al suo interno, oltre a Berman: Tim Barnes, Mike Fellows (anche noto come Mighty Flashlight), Stephen Malkmus dei Pavement e il poeta americano Chris Stroffolino.

Diretto da Paul Finn, il video mostra un giovane Berman straordinariamente somigliante a un giovane Marlon Brando, più o meno

L’aria che tira

Nel 1999 esce la raccolta di versi Actual Air per Open City Books (che inaugura così la sua collana di libri), che porta l’autore a divenire un vero e proprio personaggio, ancor più di culto. Niente presenze on stage, pochissime interviste, sempre schivo e misterioso.

Le sue poesie americanissime rispecchiano i Nineties, quelli di una vena diroccata, dismessa e ancora antica, come le vecchie storie di campagna di cui la letteratura americana è sempre stata ricca. Uno dei migliori esempi è Snow:

Neve

Camminando in mezzo a un campo con mio fratellino Seth
mi sono diretto verso un posto dove i ragazzini hanno fatto degli angeli sulla neve.
Per qualche ragione gli ho detto che una truppa di angeli
è stata colpita e si è dissolta una volta toccata terra.
Lui chiese chi aveva sparato e io risposi un contadino.

Quindi arrivammo sul picco del lago.
Il ghiaccio sembrava una fotografia dell’acqua.
Perché mi chiese. Perché gli aveva sparato.
Non sapevo dove volevo arrivare con questo.
Erano nella sua proprietà, risposi.

Quando nevica, gli spazi aperti sembrano come una camera.
Oggi ho barattato dei ciao col mio vicino.
Le nostre voci si equivalevano vicine nelle nuove acustiche.
Una camera con le pareti fatte a pezzi e cadenti.
Ritornammo al nostro scavare, lavorando fianco a fianco in silenzio.

Ma perché erano nella sua proprietà, mi chiese.

Nota è la sua The Governor on Sominex dove «avevano appena chiuso il Bureau of Sad Endings» e «I souvenir ti hanno solo ricordato di acquistarli». Malinconia, ricordo del passato e una scarsa visione del futuro divengono naturalmente i temi prediletti della poesia di Berman. E così quell’America abusata e altrettanto perdente al gioco della vita che affossa i pensieri del narratore.

Cliccate PLAY se volete ascoltare quest’ultima dalla sua viva voce

Strange Victory, Strange Defeat

L’abuso di sostanze psicotrope, lo Xanax, l’erba, l’alcol diventavano sempre più ingenti nella vita del cantautore. Questo, però, non permette a Berman di fermare la discografia dei Silver Jews, che proseguono con Bright Flight (2001), Tanglewood Numbers (2005) e l’ultimo Lookout Mountains, Lookout Sea (2008).

L’attività live, anzi, inizia finalmente ad entrare in gioco nella carriera della band. Nella cosiddetta “reunion” del 2005, all’uscita di Tanglewood Numbers, Berman riunisce alcuni musicisti chiave per il progetto, come Malkmus, Nastanovich, Will Oldham (cantautore americano meglio conosciuto come Bonnie “Prince” Billy e sotto i vari pseudonimici di Palace), la musicista sperimentale Azita Youssefi e sua moglie Cassie Berman, che già aveva partecipato al precedente album. Il primo tour dei Silver Jews inizia nell’inverno di quell’anno. Anche per il successivo Lookout Mountains, Lookout Sea le cose andranno nello stesso modo. I Silver Jews sono effettivamente una band attiva in tutti i sensi.

Berman stesso, inoltre, confessa che, nel 2003, aveva tentato il suicidio. Scoperto dalla moglie Cassie, si era poi rifiutato di andare in ospedale. Preferiva, disse in quel momento, morire nella stessa stanza d’albergo di Nashville dove Al Gore era rimasto quando perse le elezioni contro George Bush Jr. «Voglio morire dove è morta la democrazia», così confessò al ragazzo della hall.

La riabilitazione permette pian piano a Berman di smettere totalmente con le droghe pesanti. Il suo riavvicinamento sempre più sentito al giudaismo, si legge da qualche parte, aveva portato nuova linfa, per qualche anno, al cantautore. In un’intervista del 2005 si legge: «Meno mi muovo, più energia lascio al mio cervello per scrivere».

Si racconta una storia di una banda di scoiattoli
Chi ha vissuto sfidando la sconfitta
Si svegliarono nel mondo da incubo
Di bruta mediocrità

Nella stranezza di fondo, poche differenze tra vittoria e sconfitta

Menthol Mountains

I Silver Jews si sciolgono definitivamente nel 2009 e Berman si distanzia dalla musica. Prima, però, l’ultima data alle Cumberland Caverns a McMinnville, Tennessee, il 31 Gennaio 2009. Pochissimi posti e una setlist con le canzoni preferite di Berman. Un addio alla musica e ai Silver Jews.

Berman resta però attivo sul fronte della scrittura e il suo blog di immagini e parole diviene comunque continuamente seguito dai fan. Montagne al mentolo, come quelle sigarette che era solito fumare e che popolavano i suoi testi. E come quelle montagne che diventeranno il nuovo monicker dieci anni dopo lo iato dai Jews e dalla musica. E dal padre.

Poco dopo lo scioglimento infatti pubblica uno scritto in cui confessa che suo padre, Richard Berman, era un avvocato repubblicano che lavorava per lobbisti sostenitori del mercato di armi, tabacco, alcol e altri mali americani, come viene affermato nelle parole rancorose del figlio. «La mia vita è stata giostrata dall’Ibsenismo. Sono il figlio di un demonio venuto per fare del buono dal male».

Sulla scia del poeta e drammaturgo norvegese, probabilmente, Berman cercherà anche di raccontare tutto il male che il padre aveva fatto, insieme alle contraddizioni politiche e sociali del sistema americano. Il tutto rischierà di finire in una serie televisiva HBO, ma poco dopo il cantautore decide di non voler mitizzare in assoluto la figura paterna. Il distacco è ormai avvenuto definitivamente.

Meglio fermarsi. Prendere fiato. Riconsiderare. Alla morte dell’amico Dave Cloud nel 2015 Berman cambia il suo secondo nome da Craig a Cloud, in suo onore.

L’ultimo pezzo dell’ultimo concerto dei Silver Jews, lasciate pure salire il magone

All my happiness is gone

Eppure eccolo tornare. Il 7 Luglio esce l’album omonimo dei Purple Mountains. Nuovo nome, nuovo progetto eppure lo stesso sound. Inconfondibile. E quelle liriche. «Tutta la mia felicità se n’è andata» recita uno dei singoli. L’altro, Margaritas at the Mall, diviene emblema di una riflessione esistenziale poetica e disarmante.

Il mio giorno qualunque inizia
Con i ricordi di essermi bloccato su questo
Pianeta dove sono atterrato
Sotto questo grigio cielo come di granito
Un posto in cui mi sveglio arrossendo come se mi vergognassi di essere vivo
Quanto può durare un mondo sotto un Dio così sommesso?
Per quanto tempo può continuare un mondo senza una parola di Dio?
Guarda il passo dell’individuo imperfetto che cerca un cenno di Dio
Trotto la zolla del visibile senza una nuova parola da parte di Dio
Stiamo solo bevendo margarita al centro commerciale

Nonostante alcuni debiti di gioco che sembravano essere l’ultima pietra che pesava sulla vita del cantautore, si ha l’impressione che il male possa di nuovo essere ricondotto nello scrivere, nell’arte, ancorato dietro a qualche accordo. L’album segna non solo un grande ritorno, ma anche un’uscita decisamente interessante nel mercato cantautoriale di quest’anno. Il tour sarebbe dovuto iniziare il 14 Agosto al Black Cat di Washington DC.

Il 7 Agosto, però, Berman si toglie la vita impiccandosi in una stanza a Brooklyn. Aveva 52 anni e un nuovo album appena uscito. Tante storie vissute, tante raccontate e probabilmente altrettante da far ancora sentire. La sua poesia ancora convive con la sua musica, i suoi disegni, le sue considerazioni sulla vita e sull’America.

Sembra difficile esser sia musici che poeti, si diceva. E nelle parole di Sadie Dupuis degli Speedy Ortiz continua questa considerazione in merito al poeta che è stato Berman: «Essere cantautore NON vuol dire essere poeta. Incredibile che una persona fosse riuscita a essere brava in entrambe le cose».

Anche il padre, Richard Berman, commenta: «Nonostante le difficoltà, è sempre rimasto il mio figlio speciale. Mi mancherà più di quanto lui fosse in grado di rendersi conto».

Bevendo margarita in un centro commerciale. L’immagine che echeggia nel nuovo Purple Mountains, un grande modo per ricordare un musicista e poeta. In una tanto semplice quanto autentica immagine di vita americana.

Se c’era un modo di andarsene in bellezza era questo

Questo articolo fa parte della serie Fenomeni. Ogni tanto bisogna andare in profondità e prendersi il tempo che serve per parlare di chi o cosa ha fatto la differenza. Non trovate? Scopri gli altri articoli.

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