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Joni Mitchell: canzoni e tatuaggi in Blue

Un debutto, un colore, un capolavoro.

Sono pochi i dischi che scavano dentro con un candore che fa male, ma anche bene. Ancora meno quelli che restano accanto per la vita senza invecchiare mai. Sono punti fermi che ti guardano dentro e si guardano attorno. Sono dischi come Blue.


Nostra signora del canyon

Una stanza immaginaria è dove possiamo sperare di incontrare l’autentica Joni Mitchell. Quattro mura che contengono l’umana irrequietezza di Blaise Pascal e lo spiraglio dal quale Emily Dickinson guardava contemporaneamente sé e il mondo. Ogni tanto una porta si apre ed escono canzoni che compongono un diario dai valori universali dove le pagine e l’inchiostro ci mettono purezza vocale, folk ibridato a jazz e rock e poesia. Per dirla con Lou Reed, così la ragazza canadese è cresciuta in pubblico fino a diventare una donna e un modello.

Testarda e orgogliosa, ha usato l’ispirazione anche contro le avversità. In questo percorso, l’alone elegante e austero che la circonda sembra un meccanismo di difesa, di certo utile se non necessario, che però l’ha progressivamente condotta alla freddezza. In ogni caso, poco male se dal lontanissimo Mingus la Mitchell non ha più pubblicato dischi all’altezza e – in là con l’età e cagionevole di salute – non ha più pubblicato e basta. Importa che le sue opere più memorabili – tra le quali possiamo annoverare un poker di album classici – siano tuttora prive di rughe.

Le riascolti e brillano come il primo giorno, certe canzoni che paiono concepite come fossero quadri (non a caso, Madame se la cava bene anche con i pennelli) oppure, adottando una vivida e significativa metafora della diretta interessata, come tatuaggi. Cioè come tracce sulla pelle che trattengono la nostra essenza e che invecchiano con noi, segni non necessariamente materiali che mostriamo affinché gli altri possano capirci. Perché la madre di tutte le cantautrici si è spesso rivolta al suo pubblico con franchezza pressoché totale. Perché certi tatuaggi durano per sempre, specie se sono blu.

Dicevamo dei pennelli: ecco due autoritratti, usati per la copertina di Clouds e Both Sides Now, rispettivamente.

Lezioni di vita

All’origine di tutto c’è la poliomielite, assai diffusa nel Canada in cui Roberta Joan Anderson nasce nel 1943. Contratta a 9 anni, è ancora una cicatrice quando a metà Fifties la ragazzina canta nel coro della chiesa, studia pianoforte, scrive e dipinge. Il rock’n’roll, arrivato via radio, si mescola con semi insoliti: la televisione riempie i palinsesti con filmati di Ray Charles, Duke Ellington e Cab Calloway e costoro finiscono accanto a Édith Piaf, Miles Davis, Patsy Cline e Charlie Parker nel pantheon dell’adolescente atipica che venera il vocalese di Lambert, Hendricks & Ross.

Dopo il diploma studia arti figurative, sbatte contro l’accademismo e prende la via del folk. A Toronto non passa inosservata per avvenenza e talento, ma i soldi sono pochi e deve suonare per strada e lavorare ai grandi magazzini. In un teen drama alla Shangri-Las che diventa cruda realtà, nel ’65 arriva una figlia e il padre se la svigna. La piccola viene data in adozione e passeranno più di trent’anni prima di riabbracciarla, dunque è anche per mettersi alle spalle un po’ di dolore che Joni sposa il folksinger americano Chuck Mitchell.

The Mitchells in un momento di intimità.

Nell’iridescente estate 1967 la farfalla abbandona la crisalide. In una mitologica apparizione a Newport, da semisconosciuta Joni sale sul palco presentata da Judy Collins. La brezza serale che le accarezza il vestito, attacca Michael from Mountains. Terminato il pezzo, cinque secondi di stupore sospeso precedono lo scrosciare degli applausi. La ruota inizia a girare più rapida. Naufragato il matrimonio con Chuck, ne mantiene il cognome suonando ovunque e affinando il repertorio e le accordature aperte, apprese da Eric Andersen e interpretate in maniera inusuale per far fronte a una mano indebolita dalla malattia.

Un bel giorno Tom Rush riprende Urge for Going, George Hamilton IV la ascolta e ne porta in classifica una rilettura country. La popolarità della “scrittrice fantasma” aumenta grazie ai brani incisi dai colleghi con buon riscontro di critica e mercato, compagnia sempre più folta nella quale spiccano la Collins, Buffy Sainte-Marie, Fairport Convention e Dave Van Ronk. A questo punto manca giusto un vinile con sopra impresso il suo nome.

Una delle prime apparizioni in video, timida ma fino a un certo punto: «Now I think I know sometime I can excite people».

C’era una volta a Los Angeles

In Florida David Crosby perda la testa per Joni, convincendo la Reprise a produrre Song to a Seagull con un taglio acustico che focalizza la voce e risulta adatto a quadretti senza tempo, tratteggiati da una giovane che non fa mistero di aver molto vissuto. Una cantautrice inaudita prima di quel marzo ’68, anche, e che fa scuola da subito con la maturità dell’approccio testuale e un gusto armonico sofisticato offerto con naturalezza.

L’epoca impone lo stretto contatto con i centri nevralgici dell’industria discografia e, su avviso del nuovo manager Elliot Roberts, trasloca in California. Alle feste sulle colline di Hollywood e nei locali di L.A. tutti sono affascinati e il Sessantotto si chiude con il nuovo fidanzato Graham Nash e Both Sides Now nei Top 10 nazionali tramite la solita Judy “Occhi Blu”.

Joni Mitchell e Graham Nash, immortalati da Henry Diltz nel 1969.

Lungo un’ascesa inarrestabile, Clouds conferma l’artista che nei concitati mesi precedenti ha trascurato la scrittura e rimedia pescando dai cassetti e proponendo gli “originali” delle hit altrui. Nel frattempo l’idillio con Graham prosegue interrotto solo dai concerti di Crosby, Stills & Nash in cui la Mitchell fa da spalla. Non esattamente una festa, visto che i tre frequentano grandi festival e arene e, in contesti dove il pubblico è troppo distante, il nervosismo della ragazza cresce fino a sfociare nel panico. Di conseguenza preferisce mancare all’appuntamento con quei tre giorni di musica mediocre e pioggia a catinelle.

In effetti, se sei anche solo un minimo agorafobico, un po' di timore lo incute.

Osservandoli dall’esterno, riesce però a scrivere una canzone che con amarezza e perplessità romanticizza la fine di un’epoca. Strategicamente, nel 1970 Woodstock viene anticipata da Déjà Vu e un mese più tardi scintilla in Ladies of the Canyon, botto da mezzo milione di copie che supera di slancio i predecessori con la cinguettante Morning Morgantown, l’aerea For Free, splendori di plettro e voce, accenti celtici e cupi madrigali. Da apoteosi la sequenza conclusiva, il vibrante inno di cui sopra sistemato tra una gioiosa Big Yellow Taxi e la corale The Circle Game. Quasi capolavoro? E sia.

In studio, è tutto molto più rassicurante.

Out of the black, into the blue

Arrivata in vetta la Mitchell pensa a un periodo sabbatico. Poi cede, pende un aereo per Wight e assiste al crepuscolo dell’era “pace e amore”. Durante la sua esibizione al festival, uno spettatore si impadronisce del microfono per criticare il concerto di Bob Dylan del giorno precedente e, mentre la sicurezza lo allontana, il pubblico risponde con fischi e urla. Tra le lacrime, Joni ribatte di mostrare rispetto e porta a termine l’impegno. L’episodio incrina equilibri già instabili instillando dubbi sulla pacifica convivenza tra successo e autonomia. La canadese si salva sparendo in un grand tour del Vecchio Continente. Viaggia e prende appunti in perfetta solitudine. Di nuovo a casa, il taccuino svela canzoni dominate dal dato personale.

Succede al minuto 29:00, e il tizio assomiglia in maniera impressionante all'attuale Rick Rubin.

Per questo in Blue i pochi ospiti (Russ Kunkel, Stephen Stills, il futuro partner James Taylor, “Sneaky” Pete Kleinow) sono presenze fantasmatiche e a imporsi è un’emotività scarna ma vigorosa. Come lame di luna su un lago ghiacciato, non riesci a togliere nulla da dieci gioielli misurati nella forma, precisi nel racconto, diretti nella confessione. Tanto schietti che credi di violare l’intimità di chi li ha scritti e li canta con tutta l’intensità possibile. In realtà, Blue – colore che in inglese è sinonimo di tristezza – rappresenta un dono inestimabile non soltanto per l’ascoltatore. La sua carica autobiografica è infatti così profonda da trasformare le ammissioni di debolezza e i resoconti della sofferenza in forza. In un successo su tutti i fronti, incluso quello commerciale.

Ogni nota una goccia di sincerità, visitiamo quei solchi ciclicamente perché crescono insieme a noi e al tempo che passa, parlandoci di luoghi dell’anima che abbiamo attraversato. Dalla penombra spuntano la nostalgia struggente della carola pianistica River, gli ideali da bohème smarriti nel quotidiano di The Last Time I Saw Richard, la dichiarazione in punta di tasti e ugola My Old Man. In una perfetta impaginazione d’insieme, l’ineffabile dolcezza di Little Green e la levità velata di malinconia di This Flight Tonight, Carey e California bilanciano il cristallo emotivo All I Want e scandagli dell’anima come A Case of You e la sublime title track.

Che donna, anche la slide guitar!

Pietra di paragone per ogni fanciulla che dal 1971 si carica in spalla la chitarra e uno zaino colmo di riflessioni, Blue è un sussurro rumoroso che imprigiona l’anima e getta la chiave. Non stupisce perciò che, oltre a coronare una fase artistica ed esistenziale, sancisca anche la fine di qualcosa. Del mettersi in mostra senza filtri in primis, ché spintasi oltre le colonne d’Ercole dell’introspezione la cantautrice inizierà a porre degli ostacoli tra sé e gli altri. Poi della relazione con Nash e del relativo soggiorno a Los Angeles. Battezzata da adulta, Joni Mitchell rimette insieme i cocci in una capanna di tronchi nel quieto British Columbia. Ancora non lo sa, ma ha appena iniziato a conquistare il mondo.

Eccola che guarda il futuro dalla finestra della sua «very, very, very fine house» di Laurel Canyon, in una foto scattata proprio un paio di mesi prima dell'uscita di Blue.

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