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Il compagno Erriquez e noi

Certamente non volare, ma viaggiare.

Magari la patchanka non è il tuo genere di musica, ma se Erriquez della Bandabardò non era il tuo genere di persona, forse dovresti cambiare amici.

Simone Rossi
Simone Rossi


Il prototipo

Se non hai un vicino di casa un po’ matto, probabilmente il vicino di casa un po’ matto sei tu. (Jim Morrison, probabilmente)

I maschi bianchi secchi e piccoletti con un po’ di barba che suonano due o tre strumenti li fabbricano in serie in un capannone alla periferia di Varese e li smerciano ai quattro angoli del pianeta da almeno mezzo secolo: arrivano la mattina presto ancora congelati e vengono smistati negli ultimi banchi delle scuole superiori, poi li mandano all’università o in fabbrica o in ufficio, gli colorano i capelli di blu, gli rendono complicate le interazioni sociali e li fanno vergognare quando qualcuno li chiama artisti. Chiudi gli occhi e te ne verranno in mente almeno un paio. Se non hai nessuno così tra i tuoi amici, forse è ora di farsene di nuovi.

Le impostazioni di fabbrica del maschio bianco secco e piccoletto con un po’ di barba sono regolate di solito su musica depressona con testi esistenzialisti e batteristi scarsi, ma basta smanettare un po’ con l’esposizione, la messa a fuoco e l’obiettivo, aggiungere una maglietta a righe e del vino rosso in un bicchiere di plastica e i risultati possono lasciare a bocca aperta. Se uno ha la predisposizione per questo genere di cose, ovvio.

Quel gran genio

«Quel gran genio del mio amico» è l’incipit perfetto per una canzone pop, perché un amico un po’ genio ce l’abbiamo tutti: lo dovresti proprio conoscere, ti regolerebbe il minimo, alzandolo un po’. Ah, lo conoscevi già? Beh, certo, è normale che quelli bravi finiscano per trascendere il loro giro di amicizie. Ah, non lo conoscevi? Beh, certo, è normale: lo conosciamo ancora in pochi, ma con il gruppo stanno iniziando a vincere concorsi di qua e di là e hanno fatto drizzare le orecchie a un produttore piuttosto famoso nel giro indipendente. Il produttore dipende dalla storia che stai raccontando, potrebbe essere Michael Gira o Claudio Cecchetto – quindi oggi direi Gianni Maroccolo.

Be the Marok you want to see in the world.

C’è stato un giorno del 1991 in cui in cui Erriquez (1960-2021) ha chiamato sua mamma e le ha dovuto spiegare chi fosse quel tizio che a fine concerto gli si era avvicinato e gli aveva detto: «Bravi, facciamo un disco». A quei tempi Erriquez e il suo gruppo, che si chiamava Vidia (un nome che a noi romagnoli va venire in mente un’altra cosa) si arrabattavano a sgomitate tra concorsi e comparsate, come puttana fragile in cerca di occasioni, come dice la canzone.

Il Marok all’epoca dei fatti ha gli stessi 31 anni che ha Erriquez, ma è già un lupo vecchio della scena: ha fondato e poi mandato a cagare i Litfiba, quindi ha preso da parte Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP e gli ha detto: «Giovanni, va bene tutto eh, il misticismo l’anticapitalismo Berlino Stalingrado e quel che ti pare, però lo vogliamo fare un disco che suoni bene? Hai presente i dischi che suonano bene, che li ascolti in cuffia e godi perché il riverbero naturale della stanza impasta tutti gli strumenti e la tua voce sembra venire da dentro un carro armato e il mio basso fa i buchi nei muri? Lo facciamo un disco così, Giovanni? Eh? Lo facciamo? Ce l’hai una sigaretta?».

Tranquillo, compagno, tieni. Conosco un posticino. (Giovanni Lindo Ferretti, probabilmente)
Scomodo, ma come dire molta soddisfazione.

Il meglio nel suo genere

Ci sono prodotti culturali che ti fanno dire: «Oh, magari non è il tuo genere, ma se ti piace il genere, questo è il meglio nel suo genere». Genere ragazzi, genere. Se vuoi fare del rap vecchia scuola in italiano, o un disco sperimentale con un gruppo di scoppiati in un casolare nel nulla in Emilia, o un cruciverba, o un film con le storie che si incrociano, i dialoghi scritti bene e il sangue, è lì che devi guardare: Epica Etica Etnica Pathos è come SXM dei Sangue Misto, come la Settimana enigmistica, come Pulp Fiction. Mi viene in mente adesso un mio amico un po’ boomer che scrisse da qualche parte: «Ho appena riascoltato il White Album dei Beatles durante un viaggio in macchina e volevo dire a tutti i gruppi musicali degli ultimi 50 anni che mi dispiace molto, davvero: ne dovete mangiare ancora tanti di panini».

Guarda e impara.

Ma non divaghiamo: Gianni Maroccolo produce il primo disco dei Vidia, che si chiama Solo un folle può sfidare le sue molle e compie trent'anni quest’anno. Le canzoni hanno titoli come Zombie Party, Solo in mezzo al bar e Libertè e io non ne ho ascoltata nemmeno una nota, mi dispiace, probabilmente nemmeno tu.

Magari i Vidia non erano dei gran geni, perché poco dopo Maroccolo prende da parte Erriquez e gli dice: «Lasciali perdere questi qua con le chitarre elettriche che si chiamano come una discoteca e non combinano niente. Il genio sei tu, ma la chitarra elettrica non la sai suonare. Prendi l’acustica e ricomincia da capo, te lo trovo io un gruppo di fricchettoni come si deve. Lo conosci il mio amico Andrea Chimenti? Certo che lo conosci, tra geni vi conoscete tutti. C’è questo tipo strano, vedrai ti piacerà, lui suona la chitarra in una rock'n'roll band, ma io tra CSI e Marlene Kuntz e tutto quel giro lì mi sto un po’ stufando dei muri di Marshall e dei distorsori. Perché non mettete su un bel gruppo patchanka e cantate la libertà, la rivoluzione e l’anarchia dei sentimenti? Certamente non volare, ma viaggiare».

La patchanka è quel fatto di okkupazione, magliette del Che, bandiere della Sardegna, piedi scalzi, rasta, frisbee, birre calde, Diablo stick e pantaloni del pigiama alle quattro del pomeriggio del Concerto del Primo Maggio. Una specie di reggae turbo-folk mezzo balcanico mezzo latinoamericano per gente che è appena tornata dall’Africa o sta programmando di andarci: magari non è il tuo genere, ma lo capisce anche un bambino che Manu Chao è il meglio nel suo genere.

Sono loro, stasera, i migliori che abbiamo?

Quasi famosi

Manu Chao è il Bob Marley dei poveri, Erriquez era il Manu Chao dei poveri e a vent’anni ce l’abbiamo tutti un amico che è l’Erriquez dei poveri. Gli si vuole un gran bene e quando suona con il suo gruppo li andiamo sempre a sentire, anche perché è gratis e c’è il Sangiovese a un euro.

Quel tipo di persona nel mio gruppo di amici era Paolo Lupini (il nome è inventato). Lo sapevamo tutti che Lupo sarebbe arrivato lontano: ce n’erano altri di maschi bianchi secchi e piccoletti con un po’ di barba nel nostro liceo, ma i pezzi del gruppo del Lupo li sapevamo tutti a memoria e avevamo tutti la maglietta e quando suonavano nel raggio di 200 km convincevamo qualche fratello maggiore a farci portare in macchina e ci mettevamo sotto al palco, puntavamo il ditino al cielo, pogavamo e ci abbracciavamo, pisciavamo contro gli alberi e ci buttavamo a mare con le scarpe e tutto. Lo sapevamo che le canzoni di Lupo e della sua banda non le avremmo mai sentite nella pubblicità di una macchina o di un profumo, e ci dispiaceva, perché quei ragazzi si sarebbero meritati tutto il successo del mondo. Ma alla fine non ci dispiaceva troppo, perché con l’eventuale fama e gli eventuali soldi avrebbero smesso di essere questa cosa piccola e preziosa che conoscevamo solo noi altri, che ti ci potevi avvicinare a fare quattro chiacchiere al banchetto dopo il concerto ecc.

Però era altrettanto chiaro che la nostra piccola città bastardo posto non era abbastanza per quei ragazzi: avevano tutto un altro respiro, sarebbe stato ingeneroso tenerceli solo per noi. Finiva che li raccomandavamo agli amici di amici quando ci ritrovavamo a quelle cene in cui non si sa mai di cosa parlare, e magari succedeva che qualcuno – il fratello della morosa di tuo cugino che avevi appena conosciuto o una ragazza seduta per terra nel cerchio di persone di fianco al tuo ai Giardini Margherita – ti diceva che sì, certo, la Bandabardò, sono venuti a suonare all’occupazione del mio liceo, li conosci anche tu? 

Volevo dire di no, quando la banda passò.

Gruppo banda collettivo famiglia

I gruppi musicali sono prima di tutto gruppi di persone, grazie tante, ma non tutti i gruppi di persone hanno lo stesso carisma. Una tavolata di musicisti al ristorante la riconosci anche se non hanno gli strumenti in mano, giusto? Ci sono gruppi di persone che emanano un’energia talmente potente quando scendono tutte insieme dal furgone ed entrano tutti insieme in una stanza ridendo a voce alta che se non l’hai visto non ci credi: è uno spettacolo riservato ai fonici e agli addetti ai lavori, ma si può dire che certi gruppi musicali, più che gruppi di persone, sono delle bande, delle posse, dei collettivi, delle famiglie. A tal proposito, mi viene in mente una roba che raccontava 'O Zulù dei 99 Posse non mi ricordo a chi. Una volta erano arrivati di pomeriggio in un posto in cui dovevano suonare quella sera e c’era già un cordone allucinante di sbirri, loro cinque erano scesi tutti stupefatti dal furgone per chiedere spiegazioni e il capo delle guardie si era avvicinato tutto serio e gli aveva chiesto: «Dove sono gli altri 94?».

Eccoli là dietro, sfocati sullo sfondo.

La Bandabardò ha riempito tutti i posti in cui ha suonato negli ultimi vent’anni, e ha suonato felicissima anche in quelli che non ha riempito, perché una ballotta di universitari fuori sede che non vede l’ora di cantare «Se mi rilasso / collasso» la trovi da Torino a Palermo, e di sicuro costavano poco per quello che valevano ed erano svelti a fare il soundcheck, perché non avevano nemmeno una chitarra elettrica. Particolare non da poco, sapevi che quella sera avresti venduto il doppio delle birre. Ma più che altro il fatto è che ci sono gruppi di persone che emanano un’energia talmente potente quando scendono tutte insieme dal furgone che ti fanno tirare fuori la citazione più abusata della storia della letteratura tardoadolescenziale, quella che dice che ci sono dei libri che quando li hai finiti vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle, in modo da poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Ecco: succede anche con i cantanti.

Non fosse ancora chiaro, quello da chiamare al telefono è il tizio con il cappello.

Tutti i messaggi di cordoglio che si sono letti nei giorni successivi alla sua morte (#erriquez #bandabardò) non hanno fatto altro che confermare che sì, effettivamente Erriquez era proprio come ce lo immaginavamo noialtri che non eravamo così fortunati da conoscerlo di persona o da aver condiviso il palco con lui, ma ci sembrava di conoscerlo, perché lo vedevamo come la versione espansa di certi nostri amici bianchi secchi e piccoletti con un po’ di barba. Un personaggio di Stefano Benni disegnato da Andrea Pazienza che dorme dove capita e quando non ti sta raccontando una storia interessante è perché ti ha appena fatto una domanda interessante e ci tiene davvero a sapere la tua opinione e alla fine della cena insiste per lavarli lui i piatti, ma prima finiamo la grappa.

Voi non ce l’avete un amico così? Non avreste voluto essere suoi amici? Non vi viene da piangere, a pensare che uno così non c'è più? Non era il meglio nel suo genere, uno così?

Non ho sentito bene la risposta.

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