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Glen Hansard: dalla strada, al successo, alla strada

Ma sempre con in tasca una canzone pronta a colpirti al petto.

Ha la barba e lo sguardo buono come i cantanti folk, rompe corde e spacca chitarre come un punk. Un cantautore dall’anima rumorosa, capace di performance a metà strada fra l’energia spontanea della sua Irlanda e le migliori sfuriate della E Street Band, così come di scrivere versi toccanti e lasciarli all’intimità di una sola chitarra acustica con la cassa armonica sfondata. Busker prima che tutto il resto: trecentomila o tre persone come pubblico per lui non fanno nessuna differenza. L’importante – prima del suono, dell’invenzione, della tecnica e dell’arrangiamento – è esprimere, sempre e tutto quanto, in un modo raro, sincero e selvaggio. Come Glen Hansard con ogni nota celebra l’anima ancestrale della musica, dagli antichi Celti in giù, è giusto celebrarlo a sua volta e salutarlo come il vecchio poeta da pub che in fondo è e sarà sempre.

Fabio Mancini
Fabio Mancini


Deal?

Ci sono quattro video per capirci meglio: una ventina di minuti complessivi che servono, pur attaccando dal lato, ad arrivare al cuore della faccenda. Ok, magari avete visto Glen Hansard undici volte dal vivo, ma mettiamo che – digiuni di tutta questa storia, al massimo vagamente consapevoli di aver sentito quel nome – siate rimasti incantati da Falling Slowly, sentita casualmente, trovata in mezzo a Once (che magari anni fa una ragazza con cui avevate una relazione complicata vi ha fatto vedere) o arrivata alle vostre orecchie in chissà quale altro modo. Se avrete la pazienza di seguirmi, probabilmente vi si aprirà un mondo di cui nemmeno sapevate di avere un bisogno vitale: non solo un motivo orecchiabile, un bel suono o un bel timbro, ma uno di quegli elementi che possono davvero migliorare l’esistenza, indirizzare emozioni e decisioni o anche soltanto – come se fosse poco – offrire un porto riparato dove riposare la mente e il corpo, dove trovare conforto e comprensione illimitati.

Facciamo un patto. Se così non sarà, avete una birra pagata da qualche parte. Ma se ho ragione, la offrirete a me. D’accordo?

I get shivers down my spine, girl

Quattro video, dicevamo. Il primo è questo: Drive All Night, lungo e bellissimo brano da quella perla che è The River di Springsteen. La cantano Glen e nientemeno che Eddie Vedder, che la colora con una seconda voce dalla presenza ovviamente importante (oltre a sfoggiare un improbabile cappellino con visiera). I due sono alla pari sul palco, due amiconi che stanno passando un bel momento insieme, e casualmente dal mix delle due voci esce qualcosa di indescrivibilmente bello. Frequenze che riconciliano con il mondo e mettono le ali per otto minuti; ma non è niente di che, passavano di lì per caso.

Eddie, ma come ti vesti?

Poi c’è la stessa canzone, cantata da chi l’ha scritta. Che evidentemente ha apprezzato la cover, e quindi perché non mescolare ancora le carte e invitare anche Glen sul palco? Il Boss è come sempre padrone della scena, ma benevolo, quasi paterno, quasi avesse lì con lui un figlioccio promettente da incoraggiare. Il riccioluto ospite è umile ed esaltato, come un quattordicenne invitato a cantare con l’idolo assoluto della sua adolescenza – eppure ha la sua cinquantina d’anni, un Oscar sul caminetto, tutti i crismi e i titoli per suonare con uno dei più grandi performer del rock. Soprattutto ha alle spalle un chilometraggio che farebbe impallidire molta gente più famosa. Ma sta lì, si diverte, non si risparmia, non si pavoneggia, dà tutta la sua voce alla causa, come un operaio del palco. Non si prende eccessivamente spazio, quasi non fosse ancora davvero cosciente di essere un re al cospetto di un altro re – forse più anziano, dal regno più vasto e prestigioso, ma che lo riconosce come un pari, affidandogli un compito delicato. Il risultato è meraviglia pura.

L'ho cresciuto proprio bene 'sto ragazzo.

Unless they're serving another one

Terzo indizio. Stavolta la canzone è sua, ma non sembra: pur profondamente personale, risuona di echi antichi e di pura Irlanda. L’ambientazione è perfetta: dentro un pub, con Glen al pianoforte e un sornione John Sheahan – violinista dei Dubliners e icona suprema dell’Irish folk – che come un incrocio fra un nume tutelare e un Santa Claus benevolo veglia sul nostro ragazzone e sulla sua sensibilità barbuta con schiuma di Guinness. Tu sei lì, il calore c’è tutto, è come una medicina. Eppure lui non è neanche questo, non è un interprete di melodie popolari. Anche se ci entra alla perfezione, senza dissonanze.

Caro Babbo Natale, quest'anno sono stato molto buono e vorrei una stout spillata bene.

Ultima testimonianza, puro distillato di Glen Hansard. Ma ancora una volta il pezzo è di altri – e che pezzo. Per un irlandese cantare Van Morrison – e per giunta il pezzo che dà il titolo a un album immenso, stratosferico – è come confrontarsi con Bob Dylan. Il nostro lo fa per strada, in acustico, pura prova di forza, anima e polmoni, rompendo due corde ma continuando ad ascoltare gli dèi che lo possiedono per tutta la durata del pezzo. θεία μανία, follia divina, i Greci chiamavano così l’ispirazione. Quest’irlandese dice:

So I dressed myself in a thicker skin
Listened to no one but the gods within

Di chi stiamo parlando, quindi? È uno che senza nemmeno saperlo ha concentrato in sé tante cose: lo spirito di condivisione e il fare festa degli irlandesi, l’agonismo da palco di Springsteen, l’immensità e l’improvvisazione di Van Morrison, la voglia di buttare giù tutto degli anni ‘90 – poi stemperata con la maturità – e ancora tanto, tanto altro. Ma oh, in fondo cosa vuoi che sia? Niente di che.

Si vede subito che è uno che se la tira un sacco.

Falling Slowly

Un passo indietro. Tuttora molti conoscono il nome di Glen Hansard per Once e poco altro. Diretto da John Carney (primo bassista dei Frames) con pochissimi soldi e senza nasconderlo, è la storia di una pianista ceca dalla bella voce che – emigrata nella capitale irlandese – incontra un busker dall’accento rotondo e dublinesissimo. Fra i due nasce qualcosa di non chiaro che non trova una realizzazione, ma entrambi si danno a vicenda quello stimolo che mancava loro per mettere a posto le proprie vite. Se le capacità attoriali dei due si esprimono nel mero fatto di interpretare quasi sé stessi – e fra Glen e Markéta Irglová, che interpreta la metà femminile della vicenda, nasce davvero una relazione, oltre che un’ulteriore manciata di canzoni di gran classe – poco importa: la storia è credibile, sofferta, autentica, e condita da una colonna sonora che vale un Oscar.

Si vede subito che è uno freddo e scolastico.

Once riceve complimenti un po’ da tutti, vicini e lontani dall’humus che lo genera. E se è vero che – come Umberto Eco rimarcava dicendosi soddisfatto, al netto delle soddisfazioni letterarie, soprattutto di essere finito su Topolino e Dylan Dog – la parodia è il vero sintomo del successo, allora il fatto che ci sia una scena dei Simpson doppiata dalla coppia protagonista ci dice che il film ha spinto davvero in là le rispettive carriere.

Andasse sempre così in sala prove…

Data la portata emotiva della non-love story nella finzione, non ci si sorprende che molti abbiano tifato per quella della vita reale e ci siano rimasti male quando è finita, invece di bearsi del fatto che persino la loro crisi sentimentale ci abbia regalato pezzi veramente belli (tipo questo, in cui il Van Morrison scorre potente). Oggi, comunque, Markéta vive in Islanda e compone musica eterea, più in linea con la sua natura fatata. Con Glen è rimasta in buoni rapporti.

The Commitments

Gli irlandesi sono i più negri d'Europa, i dublinesi sono i più negri d'Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: "Sono un negro e me ne vanto!" (Jimmy Rabbitte in The Commitments)

Un altro passo indietro. Anzi, diversi – su, fino al 1991. Non era la prima volta che quel roscio barbuto dall’anima ruvida, che a ogni nota dava l’impressione di aver macinato chilometri di musica, appariva sullo schermo: era infatti già stato il chitarrista “Outspan” Foster in The Commitments, film su un gruppo soul rabberciato dalla periferia di Dublino.

Ah, quanti ricordi!

Per capire The Commitments, però, serve prima di tutto aver capito cosa c’era intorno. Mentre il grunge usciva da Seattle e conquistava il mondo spazzando via l’hard rock, il glam e i Guns ‘N’ Roses, l’Irlanda, trascinata dagli U2, esplodeva come fucina di nuova musica.

A Dublino il Whelans, il Baggott Inn, il Mother Redcaps e il Rock Garden erano pieni di vita, ma lo erano anche di più gli angoli di Grafton Street, ancora oggi la via degli artisti di strada. Non era strano incontrare un giovane Mundy con Paddy Casey (prima che diventassero chi sono oggi), Mic Christopher e Nina Hynes, e al primo piano dell’International Bar di Wicklow Street c’erano le Dave Murphy Sessions, dove le giovani leve dell’Irish rock portavano due brani a testa ogni settimana. Tutto mescolato in un calderone ribollente e brulicante in cui tra poeti di strada e future stelle del music business non c’era una chiara distinzione, in piena sintonia con lo spirito irlandese.

Riassumere tutto in un'immagine è difficile, ma possiamo provarci.

Simbolo ideale di quell’humus era Pete Short, inglese di nascita, che vendeva In Dublin e Hot Press davanti al Bewley’s Cafe, dove ancora oggi campeggia un suo ritratto, e che oltre a regalare a Glen il libro che diede il nome al duo con la Irglová, fece la sua parte per spingere il merchandise delle band emergenti.

Tra queste c’erano i Frames, molto riduttivamente una sorta di Pixies con il violino (suonato dall’ottimo Colm Mac Con Iaomaire, un nome che più gaelico non si può per un fiddler atipico, elegante e versato nella sperimentazione del suono, sulla scia di John Cale, Warren Ellis e Steve Wickham dei Waterboys). Dietro al microfono – quando c’era – e con le mani sulla chitarra, che fosse elettrica o acustica, c’era Glen, che aveva lasciato la scuola a 13 anni per mettersi a urlare fuori le viscere all’angolo delle strade, ed entrare in questo vortice nuovo e trascinante dove strada, pub e palco erano indistinguibili. Joe Doyle e Rob Bochnik, rispettivamente basso e chitarra di quei live incendiari, se li è portati dietro da quella prima esperienza, insieme a una manciata di canzoni che ancora oggi lo accompagnano (per esempio Fitzcarraldo, travolgente come l’Atlantico).

Didn't he ramble?

Quegli anni sono andati, anche se il nome dei Frames resiste, sia per importanza storica che, fisicamente, per sporadiche reunions. Once l’ha portato alla fama, forse appiattendone anche un pizzico la figura. Ha suonato fianco a fianco con gran parte di quelli che, quando era un ragazzino riccio che parlava il brogue della periferia dublinese, forse gli sembravano idoli lontani e irraggiungibili. Ma il viaggio più profondo è quello che Glen Hansard ha fatto da solo, dentro sé stesso e lontano da casa, per tornarne cambiato.

Si è scoperto un songwriter dalla scrittura intensa, senza perdere mai l’urgenza dei vent’anni. Lo si vede dal fatto che anche passati i cinquanta sul palco non riesce a stare fermo, e a un certo punto perde completamente la brocca, posseduto da uno spirito panico che lo ricongiunge agli antenati pagani.

San Patrizio ha cacciato i serpenti dall'Irlanda, lo sappiamo bene. Ma questo vuol dire che San Patrizio ha cristianizzato l'Irlanda, ha cacciato il femminile e il pagano dall'Irlanda. Ecco, è ora di riprenderceli. Riportiamo i serpenti in Irlanda, è quello che dico. (Glen Hansard)
Bring the snakes!

Al fuoco ancora presente dentro di lui ha saputo unire una maturità che, ne fosse consapevole o meno, gli ha ritagliato una piccola nicchia accanto ai grandissimi, ai Cohen, ai Dylan, ai Van Morrison, agli Springsteen.

Finiti gli anni ‘90, Glen ha preso una DeLorean per il passato, andando a lezione sulla West Coast americana, e rendendosi conto che in fondo la trad music irlandese non la fanno solo dei vecchi signori con il panciotto e i basettoni, e che poteva flirtarci un po’ pure lui. Con il risultato, fra l’altro, che quando ci si avventura sembra cucita perfettamente addosso alla sua voce e al suo aspetto, tanto da rendere incredibile il fatto che, musicalmente parlando, non venga da lì. Miracoli irlandesi. Ma Glen Hansard è molto di più.

Irlandese? Io?

È anche soul e motown, sulla cui polvere ha dato una bella soffiata con Between Two Shores. È l’uomo che ha partorito Bird of Sorrow, parabola perfetta della sua scrittura – tutta in salita dal pianissimo al fortissimo – e della sua interpretazione, che esce da tutto quello che ci si aspetta da una semplice bella canzone, caricandola di talmente tanta anima da rendere il tutto unico e impossibile da ignorare.

«The church is singing along».

Un commitment, una mission, come ama dire: all’epoca del tour di Didn’t He Ramble – il disco che forse lo riassume meglio – la cassa della batteria della sua band estesa, in bilico tra orchestra di fiati itinerante e carovana folk, portava scritto appunto Save-a-Soul Mission. In This Wild Willing la sua voce, di solito bella e forte come il legno di quercia, a tratti ci arriva addirittura sussurrata da dietro un vocoder, con degli elementi elettronici a contorno. Eppure in Brother’s Keeper, che ne fa parte, lo vediamo più che mai per com’è: caldo, acustico e analogico anche nella scelta del domicilio, antico prima di diventare vecchio, sincero e senza pelle.

Cento personalità, cento anime, ma una buona, salda fune che le lega insieme. E sul palco lo ritroviamo a trattare le sue acustiche sfondate – compresa quella storica, The Horse, con un bel buco pieno d’orgoglio e vita vissuta nella cassa armonica – con la violenza di un punk, e a riservare lo stesso trattamento alle proprie corde vocali. Perché il valore di un visino pulito e di una lucida chitarra di marca non saranno mai eroici quanto la verità delle canzoni urlate in Grafton Street, con solo la notte come spettatrice. E perché if you’re singing from your heart, you’re always in tune.

Glen che cambia una corda – un'immagine che vedrete molto spesso.

Deal!

È il momento di ricordare la scommessa che avevamo fatto all’inizio, a riprova del fatto che la sicurezza di avervi portato su una strada lastricata di bellezza è tanta che – casomai ve la foste scordata – adesso ho perso pure l’occasione di fare l’indiano. E se l’avrò persa, pazienza: berremo comunque insieme. Non c’è altro da fare mentre si va alla scoperta di questo mondo ma, quale che sia la direzione che si sceglie, c’è sicuramente parecchio da godersi. Ogni ricerca è un azzardo, e qui il rischio di scoprire un tesoro vero e unico è ridicolmente grande.

Ah, e chiunque paghi alla fine, io prendo una Guinness. Pinta, ovvio, grazie.

Comunque vada, chiudiamo così.

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