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Echo & the Bunnymen: anche i coccodrilli vanno in paradiso

Il fermento post-punk a Liverpool alla fine dei '70 e di come il debutto di Ian McCulloch e soci ne è stato il simbolo

Approfittando dell’ennesimo revival della new-wave, Echo & the Bunnymen – due gli originali superstiti: i più importanti – sono tornati nel biennio scorso con un disco di “autocover” e un tour che ha visitato anche l’Italia. Al di là dell’operazione nostalgia, a noi interessa festeggiare i quarant’anni trascorsi dall’uscita di “Crocodiles”.


Bohemian Mersey

Il destino è una bestia strana. Per quanto lo si possa cavalcare, l’ultima parola spetta a lui. Anche la prima, a volte. Provate a nascere nella città dei Favolosi Quattro e darvi alla pop music senza che il resto del mondo si lanci in paragoni ingombranti. Fatto è che Liverpool possiede un’anima speciale, in gran parte riconducibile all’orgoglioso spirito di rivincita – sullo snobismo un po’ modaiolo londinese, soprattutto – che contraddistingue un porto operaio e operoso provvidenzialmente affacciato sull’America. Anche per questo i gruppi del Mersey hanno risposto allo “svantaggio” post-beatlesiano e a una crisi economica iniziata nei ’70 a testa alta, quando non altissima.

Basta un semplice (si fa per dire) viaggio indietro nel tempo per incontrare gente come La’s, Pale Fountains, Teardrop Explodes, Pink Military. E (last but not least – anzi, il contrario probabilmente) gli Echo & the Bunnymen, che con spiccata personalità sono riusciti a declinare il post-punk in maniera del tutto originale: fondendo la psichedelia modernamente asciutta dei Television con le visionarietà doorsiane.

Indeciso tra malinconia ed esaltazione, il loro ossimoro di epica trattenuta ha influenzato gli imberbi U2 e l’indie chitarristico britannico successivo. Poi, in epoche più vicine, le loro tracce sono più che vistose tra le righe di Interpol e Arcade Fire, Editors e Coldplay.

Gli U2 ai tempi di “Boy”… ah no.

Considerate inoltre che l’incestuosa bohème metropolitana offriva molto altro, come spiega il box della Cherry Red Revolutionary Spirit: The Sound of Liverpool 1976-1988, lettura caldamente consigliata per chi vuole approfondire o anche solo provare a riassumere certi avvenimenti intricati per estrarne il nocciolo.

Citofonare al 9 di Mathews Street e chiedere di Eric

La scintilla mitologica fu, nel ‘77, un concerto dei Clash (singolare il parallelo con i Sex Pistols, che esercitarono una funzione analoga in quel di Manchester) tenuto all’Eric’s, uno dei punti cardinali del sottobosco liverpuliano. Equivalente ed erede del dirimpettaio Cavern demolito quattro anni prima, vi si riuniva una scapigliatura proletaria desiderosa di esprimersi, ispirata dell’esempio dei Deaf School – misconosciuti emuli dei Roxy Music che nel ’76 ripuliscono la muffa con il 45 giri What a Way to End It All – apertamente appoggiata da Roger Eagle (che nell’ottobre dello stesso anno apre il suddetto locale) e, infine, stimolata a dovere dal lavoro di Geoff Davis, arbitro del nuovo gusto tramite il negozio di dischi Probe.

Una fila composta di persone perbene, fuori dall’Eric a Liverpool, nel suo momento di maggiore gloria.

Quadro perfetto per l’incubazione, siccome all’Eric’s passano Talking Heads, Fall, Ramones, Pistols e Joy Division soffiando sulla fiamma.

In un panorama colmo di volti e band – ci trovate anche gli O.M.D., Pete “you spin me round” Burns, i Frankie Goes to Hollywood in embrione – la rivalità è tanta. Anche i talenti, ovvio: tra i più fulgidi Jayne Casey (imperdibile Do Animals Believe In God?, unico LP dei suoi Pink Military datato 1980), il produttore Ian Broudie (star nei Novanta con i Lightning Seeds), Bill Drummond (successivamente cervello dei techno-situazionisti KLF) e quel Dave Balfe che non vede l’ora di entrare nei Teardrop Explodes e fondare l’etichetta Zoo con lo stesso Drummond.

Killing Moons

E poi – prima, in realtà – ci sono i Crucial Three. Quel gran genio di Julian Cope, un tipetto sveglio di nome Pete Wylie e il bel tenebroso Ian McCulloch formano un gruppetto promettente ma che si arena quasi in partenza, perché tre galli nel pollaio sono troppi. Pete abbandona e con il progetto Wah! calerà nell’81 l’asso Nah=Poo - The Art of Bluff: gli altri proseguono tra un mugugno e un litigio come A Shallow Madness finché Cope caccia Ian e l’ultimo rimpasto genera i Teardrop Explodes.

All’appello manca ancora l’oggetto di questo articolo, che nasce attorno all’ugola di McCulloch, al chitarrista Will Sergeant e al bassista Les Pattinson. Rotto il ghiaccio con lo sgangherato esordio nel novembre ‘78 in compagnia di una drum machine (ovviamente all’Eric’s, ovviamente in apertura ai Teardrop Explodes) in cui suonano un unico pezzo di venti minuti, diciotto mesi di duro lavoro bastano a concretizzare un’idea meravigliosa.

Eclatante in tal senso il primo 7” The Pictures on My Wall, pubblicato nel maggio ’79 dalla Zoo insieme a una Read It in Books che è un succoso reperto risalente al sodalizio con Julian. Quella disperazione allucinata dipinta con tonalità pastello – sospesa però pure determinata e propulsa da ritrosa innodia – fa scuola immediatamente.

Post-punk imberbe, psichedelia sottintesa, un po’ di dark accennato e un ritornello che lascerà il segno.

Centro al primo colpo

La Warner se ne accorge e, accolti i ragazzi presso la sottomarca Korova, li manda in studio con Broudie e il batterista in carne e ossa Pete de Freitas. In primavera arriva un nuovo pregevole dispaccio su piccolo formato: scortata dai 13th Floor Elevators apocrifi di Simple Stuff, la splendida Rescue ciondola ipnotica attraverso chitarre cristalline e vocalità da qualche parte tra David Bowie e Jim Morrison, tirando con estrema classe la volata al 33 giri di debutto.

Rescue live al Sefton Park di Liverpool, ma soprattutto già matura per finire sul Pop Carnival della BBC2.

Date le atmosfere romanticamente ombrose, può sembrare un controsenso che Crocodiles esca a metà luglio. In realtà bisogna pensare a una tipica estate d’oltremanica nella quale il sole sfugge tra le nubi e la pioggerella incombe senza infastidire. In termini stilistici, è la dolcezza popedelica dei ‘60 che si mescola in magica armonia con i chiaroscuri new-wave.

Certo: il più asciutto Heaven Up Here è IL disco dei Bunnymen, però volete mettere il primo bacio di un grande amore e l’eccitazione che conserverai a vita? Fuor di metafora, i brani registrati in tre settimane nei celebri studi Rockfield con la supervisione di Dave e Bill sono gioielli che sfoggiano uno charme sobrio e duraturo. Su un’intelaiatura ritmica compatta e puntuale, la sei corde insegue le volute di Marquee Moon ma agli assolo preferisce l’incastro tra gli abbellimenti tastieristici di Balfe e il cantato – cupo, dubbioso, mai davvero disperato – del frontman.

La copertina dell’album è opera del fotografo Brian Griffin. Per dirla con le parole della recensione dell’album su Cream: «The cover art suggests four boys dazed and confused in a drugged dream, a surreal where-are-we landscape». L’immaginario dei Bunnymen è fatto di solitudine disconnessa, in un mondo dove qualcosa è andato storto.

Accanto ai lati A dei singoli e all’articolata Pride, prelevata dal 12” di Rescue, la title-track tiene a bada la smania dei Feelies con iniezioni lisergiche, l’incipit obliquamente sexy Going up poggia su un sapiente gioco di pieni e vuoti, Stars Are Stars parte da certi Cure per inventare gli Smiths. E se Monkeys è pop acido in scorza white funk, il teso lirismo e il pianoforte saltellante di Villiers Terrace rispondono a un’inquieta All That Jazz. I giochi sono chiusi da Happy Death Men, sinfonietta dove un giovane Scott Walker spodesta il Re Lucertola.

Gli ingredienti sono dosati con maestria, la ricetta profuma di eccezionalità. Oggi più che mai.

A Promise

Eccellente opera prima, Crocodiles. Insieme all’altrettanto esaltante Kilimanjaro degli amici/nemici Teardop Explodes (fuori in autunno parallelamente a The Puppet/Do It Clean, altro brillante quarantacinque del quartetto) contribuisce assai a orientare la bussola post-punk raggiungendo un’incoraggiante diciassettesima piazza nelle chart.

Il momento magico prosegue nel 1981 con Heaven Up Here, altra pietra miliare e meritatissimo accesso ai Top 10. Il cancello di una strada lastricata d’oro pare spalancarsi (si chiuderà presto in favore di Simple Minds e di Bono e compagni) poiché tra la seconda metà dell’82 e l’inizio dell’anno seguente The Back of Love, The Cutter e Porcupine fanno sfracelli. Addirittura meglio andrà commercialmente nell’84 all’orchestrale Ocean Rain, che non sarà «il più grande disco di tutti tempi» (così parlò Ian) ma tuttora avvince grazie al celeberrimo incanto The Killing Moon e al porgersi emotivamente solenne, poi raccolto dal bravo Win Butler e da altri proseliti di rango inferiore seppelliti dalla prosopopea.

Anche questa, senza Crocodiles, probabilmente non sarebbe mai esistita.

Nel prosieguo di decennio, però, anche per i Nostri la stucchevole grandeur da rischio latente diventa una triste realtà. Mentre lo smalto si sgretola, Pete getta la spugna e muore in un incidente motociclistico, l’album omonimo dell’87 è poca cosa e idem i percorsi solitari del cantante. Con un pugno di carneadi, gli altri perseverano nell’indifferenza generale fino al 1993.

Tutto il resto – gli Electrafixion di Ian e Will, altri lavori in proprio, il tiramolla di rimpatriate – è noia che merita soltanto la menzione di cronaca, come del resto la formazione che attualmente recita sceneggiate a uso e consumo di nostalgici terminali. Se passato deve essere, che sia glorioso. Che siano canzoni sublimi dove l’adolescente vive senza drammi dentro l’adulto e, sotto una pioggia oceanica, cammina deciso verso l’eden del cuore.

Oggi così. Poteva andare peggio. Ma soprattutto, poteva andare meglio.

Questo articolo fa parte della serie Discotheque. Discotheque è il nome di una serie di *articoli lunghi* in cui si guarda a dischi usciti da (almeno) un decennio (ma di solito di più); ma li si guarda, e si ascolta, con gli occhi e le orecchie di oggi. Scopri gli altri articoli.

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