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Dream Syndicate Reloaded

Steve Wynn rivela i segreti del Sindacato e della sua musica senza tempo

Angelo Mora
Angelo Mora

Nei libri di storia del rock americano, i Dream Syndicate occupano un posticino prestigioso. Merito di una manciata di dischi che, pur lontani dal successo di massa, hanno lasciato un segno importante fra gli appassionati di un certo suono (psichedelico, eppure orecchiabile quanto bastava). Tornati in azione da qualche anno, hanno ricominciato esattamente da dove avevano finito: canzoni eccellenti e concerti emozionanti.


Ammesso, e non concesso, di considerare il classic rock come un sottogenere a sé, i Dream Syndicate ci mettono in seria difficoltà. Un gruppo attivo fra il 1981 e il 1989 e riformatosi nel 2012. Film già visto: facciamo un disco nuovo, pur sapendo che l’ispirazione originaria è svanita e sperando che, dopotutto, alla gente freghi ancora qualcosa; dal vivo suoniamo quasi esclusivamente le hit e tutti a casa felici e contenti, poi.

No.

How Did I Find Myself Here (2017) e These Times (2019) sono due lavori davvero all’altezza dei bei tempi. Persino di un album come The Days of Wine and Roses del 1982: il loro titolo più famoso e celebrato.

Steve Wynn sostiene di aver composto una canzone così bella in una manciata di minuti: o è un fottuto genio o è un fottuto bugiardo.

Incontriamo il leader del gruppo nei camerini del Magnolia, poco prima del concerto milanese dello scorso giugno. Come tanti altri colleghi, Steve Wynn parla volentieri di musica. Uhm… bella scoperta, direte voi.

Mettiamola così: ne discute da grande appassionato, senza badare al proprio status (ed è in questo modo che “sprechiamo” cinque minuti di intervista: ragionando sull’opera definitiva dei Beatles – il White Album, a suo dire. «Adoro i dischi lunghi, dilatati e ambiziosi, dove una band prova a superare i propri limiti a costo di risultare imperfetta. Sandinista! dei Clash è un altro buon esempio»).

D’altronde, al netto dei luoghi comuni, per lui il r’n’r rimane un sano e consapevole stile di vita (autoriferito): «Il rock non è conservatore; anzi, è diventato una gigantesca bolla sonora che contiene di tutto. Mi fanno ridere le affermazioni lapidarie tipo: “Il rock è morto, le chitarre sono morte, i dischi non contano più nulla” ecc. Ok, allora che cosa è rimasto di rilevante?! Semmai è finita l’epoca dove un Elvis Presley, un John Lennon o un Kurt Cobain metteva d’accordo tutti. Oggi vedo il rock come un territorio immenso, e in parte tuttora accessibile, dove poter scavare la propria nicchia ideale – il che è decisamente liberatorio. Quale funzione sociale abbia, non saprei. Io cerco di suscitare piacere, distrazione, chiarezza, catarsi, senso di fuga… Suonare musica psichedelica consente a te stesso e a chi ti ascolta di evadere dalla realtà. Laddove siamo continuamente bombardati di informazioni, trascorrere un’ora senza guardare lo smartphone è una grande conquista (perciò amo andare al cinema, dove sei obbligato a silenziarlo). Cambiare il mondo con le mie canzoni? Non ne sono in grado, mi spiace. Lo ha fatto Bob Dylan tanti anni fa, ma ora non ci riuscirebbe neanche lui».

Il primo vagito discografico ufficiale della band, con un’identità sonora già piuttosto definita.

Un altro piccolo paradosso di cui tenere conto, a proposito della percezione del tempo, è che l’attuale formazione dei Dream Syndicate è già quella più longeva della loro intera storia. «Buffo, no?», osserva Wynn. «Sono sette anni di fila che suoniamo assieme e ne sono felicissimo. Abbiamo grande rispetto del nostro passato, e lo dimostriamo proponendo regolarmente i vecchi brani live, ma ci sentiamo come una band nuova che propone una variazione sul tema ancora più psichedelica, più trippy. I nostri fan hanno dimostrato di apprezzare molto i pezzi degli ultimi due album: è il segreto della freschezza di questa line-up. Potrei salire sul palco e fare persino il verso a Chuck Berry o Bill Haley, all’occorrenza, ma preferisco vivere nel presente e rimanere fedele a quella che – da sempre, nonostante i cambiamenti radicali succeduti nella fruizione della musica e nonostante tutta la tecnologia che puoi sfruttare anche in concerto – è la missione di un gruppo rock: creare un legame emotivo col pubblico, connettere le reciproche esistenze. Non sono un hippie o un seguace della New Age, ma nelle serate migliori rimane una sensazione magica».

Anche l’occhio vuole la sua parte.

Il “qui e ora” dei Dream Syndicate si evince pure da un titolo come These Times. Non un autentico concept album, tuttavia, chiarisce il cinquantottenne musicista californiano: «Ho scritto i testi senza avere un unico tema in testa. A lavoro finito, mi sono reso conto che ci fosse un filo conduttore e che anch’io, come tutti, sono condizionato da questa era digitale così interessante e spaventosa. La costante ansia di sapere che cosa sta succedendo nel mondo, che sia gossip, politica o intrattenimento, a ogni istante e a distanza di un click… Una strada che conduce sull’orlo del precipizio, del caos. Il disco parla di questa inquietudine e di come lo spazio-tempo sia un concetto relativo e soggettivo – specie per un gruppo in tour: ci troviamo in Italia da una settimana, ma abbiamo già fatto così tante cose che mi sembrano trascorsi dieci anni da quando siamo atterrati qui».

Il titolo del brano è un triplo gioco di parole, spiega Wynn: percorrere miglia e miglia in tour, invecchiare anagraficamente e fisicamente e ascoltare Miles Davis. Una “novelty song”, insomma.

A proposito della prima parte della carriera dei Dream Syndicate, invece: a fronte di quattro album di alto livello e dell’incarnazione forse più acclamata del Paisley Underground, che cosa mancò loro per diventare più popolari, per effettuare il passaggio dall’underground al mainstream riuscito ad altri gruppi alternative rock contemporanei? «Me lo chiedono spesso e la mia risposta è che eravamo una strana art band che non poteva rivolgersi a chiunque», riflette Wynn. «Con quei pezzi estesi e con quello stile particolare, eravamo destinati a rimanere nelle retrovie. Forse avremmo potuto avere una canzone di successo, ma non l’abbiamo mai cercata esplicitamente (e non la cerchiamo nemmeno ora). Bangles e R.E.M., per dire, sono diventati molto più famosi e va bene così. Non ho rimpianti».

La versione dal vivo di un grande classico, eseguita il 19 giugno scorso a Milano con Manuel Agnelli degli Afterhours.

Può darsi che una certa discontinuità manageriale non abbia giovato alla loro affermazione su larga scala: case discografiche sempre diverse – partendo dalla Slash Records, storica fucina del primo punk di Los Angeles – e produttori sempre diversi (fra cui Sandy Pearlman: «Volevamo un nome che unisse il grande rock degli anni Settanta al punk e lui era perfetto: era stato il mentore dei Blue Öyster Cult e aveva prodotto Give ‘Em Enough Rope dei Clash. Un personaggio visionario e incredibile, un perfezionista maniacale; il Francis Ford Coppola della musica…», ricorda compiaciuto Wynn).

Al contrario, dopo la reunion, i Dream Syndicate hanno trovato un rapporto stabile con la ANTI-: l’etichetta “gemella” della Epitaph Records nata vent’anni fa e che oggi può vantare un catalogo tanto variegato – da Tom Waits a Buju Banton, da Tricky a Marianne Faithfull, da Beth Orton ai Deafheaven – quanto mediamente brillante. Steve precisa: «Dopo così tanto tempo che non incidevamo un album in studio, non potevamo sbagliare: la ANTI- era la nostra prima scelta. Ammiro parecchio il lavoro che hanno fatto con artisti maturi come Tom Waits, Merle Haggard e Mavis Staples, cogliendone l’essenza originaria. Loro non interferiscono con il processo artistico; piuttosto, al di là di spendere o meno migliaia di dollari, sanno promuovere in modo opportuno certi nomi presso le generazioni più giovani. E con i mezzi tecnologici a disposizione – penso a Spotify – in mezza giornata un ragazzino che vive dall’altra parte del mondo può decidere che i Dream Syndicate sono il suo nuovo gruppo preferito. Andy Kaulkin (il fondatore della label, N.d.A.) è un fanatico della musica: io e lui possiamo parlare al telefono per ore di krautrock, sonorità afro o free jazz e a volte da quelle conversazioni scaturiscono delle buone idee. La scuderia della ANTI- è come quella della Sub Pop, della Stiff Records o della Def Jam agli inizi: se ne fai parte, è già un biglietto da visita significativo».

Wynn riconosce a Kaulkin anche il merito di avergli suggerito l’ascolto di J Dilla: lo sfortunato rapper americano morto nel 2006 a soli 32 anni e tre giorni dopo la pubblicazione dell’eccellente Donuts, il suo secondo disco. Un’influenza imprevedibile ma dichiarata, per la composizione di These Times.

Un videoclip realizzato cinque anni dopo la morte di James Dewitt Yancey, attraverso un concorso organizzato dalla sua etichetta Stones Throw Records.

La densa parabola musicale di Steve Wynn comprende altri gruppi e diversi album solisti; fra questi ultimi, spicca soprattutto Here Comes the Miracles del 2001. Conferma: «È stato un ritorno importante. Tanta gente mi ha riscoperto attraverso quel disco, per cui ci sono molto affezionato. Credo che sia il mio vero capolavoro, ancor più che The Days of Wine and Roses: ogni decisione che ho preso per comporre e registrare quelle canzoni si è rivelata giusta. Se potessi, cambierei una cosa, due o cento di ogni album che ho pubblicato, ma non di Here… Tra l’altro, la prossima primavera uscirà un box-set che conterrà più o meno tutto ciò che ho registrato da Melting in the Dark del 1996 a … tick… tick… tick del 2005: undici CD, tutti i lavori in studio e una cinquantina di brani inediti, più un corposo booklet. Un grazioso ritratto della mia carriera… fra i Dream Syndicate e i Dream Syndicate! (ride, N.d.A.)».

Il miracolo di Santo Stefano.

Nativo di L.A. (ma fiero newyorkese da 25 anni: «Vivo nel Queens, un quartiere che resiste alla gentrificazione e che mi ricorda la vecchia New York; ho sempre adorato la cultura di questa città, come se le appartenessi naturalmente»), verso la fine dei 70s Steve Wynn si trasferì a Davis per studiare alla University of California. La sua epifania coincise con l’avvento del punk: «Diciassettenne, avevo appena preso la patente e la mia prima macchina e avevo lasciato la casa dei miei genitori per andare al college. Scoprire allo stesso tempo il punk rock mi ha stravolto: mi ha cambiato la vita e ancora adesso mi scalda il cuore. A qualcuno è toccato con Elvis, ad altri con la summer of love di San Francisco o con i Soundgarden o sta accadendo ora con Billie Eilish, ma per me è stato tutto merito di Clash, Jam, Buzzcocks, Ramones, Television, Richard Hell and the Voidoids, Dead Kennedys, Nuns e Avengers. La cosa giusta al momento giusto, la mia personale roots music: ero andato all’università per imparare qualcosa di nuovo e, in effetti, ho conosciuto il punk, ho imparato a fare il DJ e il musicista e a mettere in piedi una band!».

If you make it here you can make it anywhere.

Questo articolo fa parte della serie Incontri. Ascoltiamo dischi (a volte anche del tipo che si toccano), facciamo cose, vediamo gente. Non spessissimo, ma capita. E quando capita e c'è qualcosa di buono da riferire, ve lo spiattelliamo. Scopri gli altri articoli.

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