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Bauhaus: In the Flat Field
L'arte del mimo
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Annoiarsi più che con le puttane di Piccadilly.

Bauhaus
In the Flat Field

“Piccadilly Whores” è un insulto in slang che sta a indicare, più che la prostituzione in sé, una bassezza intellettiva disarmante e un qualcosa di tutt’altro che stimolante. Se ne deduce che preferirle a un luogo specifico rende quest’ultimo davvero poco desiderabile, che trasuda noia e insoddisfazione da ogni poro.

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Approdati alla 4AD, dopo aver licenziato i seminali singoli Dark Entries e Terror Couple Kill Colonel (oltre a un 12” contenente due cover micidiali di Telegram Sam dei T-Rex) e Rosegarden Funeral of Sores di John Cale) i nostri pubblicano il primo album, leggermente in ritardo perché aspettavano il via libera dalla BBC per l’utilizzo della versione di Double Dare registrata durante la loro prima session radiofonica per la radio inglese.

In the Flat Field è un debut incredibile, in continuo bilico tra tensione (A God in an Alcove, Stigmata Martyr), divertissement (Small Talk Stinks, Dive), furia post-punk (St. Vitus Dance) e brani epici (Nerves, The Spy in the Cab).

Summa di tutto questo è la title-track, vero e proprio manifesto esistenzialista che descrive in musica il senso di noia e disperazione che violentemente attanaglia la bocca dello stomaco quando si è costretti a vivere in posti e situazioni che non ci stimolano. Tutto è routine, nulla emoziona e il crescendo interpretativo di Murphy (qui ai suoi massimi livelli) è il grido liberato dello spleen che trova negli urli della chitarra acida di Ash l’alter ego perfetto per far colare bile e lacrime nel sabba voodoo della sezione ritmica.

Punto cardine dei loro concerti, In the Flat Field rimane uno dei brani più rappresentativi dei Bauhaus e di tutto il post-punk, nonché il primo brano mai composto da Murphy e Ash durante la prima prova a due, mesi prima che i Bauhaus nascessero.

Max Zarucchi
Max Zarucchi

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