Bauhaus: Antonin Artaud
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Il giovane uomo che punta una pistola contro il Signore.

Bauhaus
Antonin Artaud

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Il 10 gennaio 1936 il drammaturgo, saggista, attore e regista teatrale francese Antonin Artaud parte per il Messico seguendo le tracce della tribù dei Tarahumara, dedita all’uso e al culto del mescal. Dopo averlo assunto, assiste inerme alla loro danza del Peyote. L’immagine degli indiani in estasi che praticano selvaggiamente autoerotismo dimenandosi attorno al fuoco e riempiendolo di sudiciume lo segna a vita. Scriverà: «Il soggiogamento fisico era sempre presente. Quel cataclisma che era il mio corpo… Dopo ventotto giorni d’attesa, non ero ancora rientrato in me – bisognerebbe dire: uscito in me […] non è Gesù Cristo che sono andato a cercare dai Tarahumaras, ma me stesso».


Tra ciclo sfiancante album/tour, un singolo riempitivo (la ballabile Lagartija Nick – rilettura dello scarto del 1978, Bite My Hip – che li vede nuovamente ospiti alla BBC), invidie e conflitti di ego alimentati a cocaina, con Murphy sempre più primadonna e il tutto unito alla stanchezza generale, quella che arriva in studio nel 1983 è una band sull’orlo della rottura.

Mai titolo di un album fu più involontariamente azzeccato, dato che i neo eletti idoli pop, nonostante la facciata glamour, stavano letteralmente bruciando dentro (in realtà si riferiva a un incendio nato all’interno di un’auto dove Daniel e David si stavano facendo un cannone). Per buona parte delle registrazioni Peter è assente per una polmonite trascurata e curata d’urgenza in ospedale: quando arriverà in studio troverà già parte del materiale cantato da Ash (Slice of Life) e J. (Who Killed Mr. Moonlight). Tra scarti del passato rimaneggiati e stranezze come Wasp (30 secondi di synth che la band preferì nella tracklist definitiva al successo assicurato di The Sanity Assassin – poi pubblicata in un singolo destinato al fan club – mandando in crisi manager e casa discografica.

Burning from the Inside uscirà dopo una settimana dallo scioglimento avvenuto alla fine del concerto all’Hammersmith Palais di Londra dove vengono chiamati a raccolta in maniera non ufficiale tutti i fan dello zoccolo duro ,grazie alla soffiata del loro tecnico, Pete “Plug” Edwards. L’album, nuovamente avvolto da una splendida copertina a opera di Ash, rimane nella sua pur frammentata unicità uno splendido canto del cigno (cancelliamo dalla storia quel tentativo malriuscito di rentrée che è stato Go Away White).

Se è vero che il singolo She’s in Parties (corredato da uno splendido e stilosissimo videoclip) è l’ultimo classico immortale della band, la vitalità creativa di un tempo si può ritrovare nella bizzarra Antonin Artaud – aperto tributo al grande drammaturgo e saggista francese – che era già stata proposta pochi mesi prima in televisione. Il brano diverrà suo malgrado maledetto: nell’ultimo tour infatti la band, annoiata e strafottente, a volte allungherà a dismisura l’inciso centrale per snervare il pubblico. Il culmine lo si raggiunge l’8 dicembre 1982, nella seconda serata consecutiva al Metro di Chicago (la prima fu un successo) dove il brano sarà l’unico in scaletta, dilatato sadicamente per più di mezz’ora facendo inferocire i presenti che esploderanno poi nella reprise finale. Una volta concluso, i Bauhaus lasceranno il palcoscenico. Punto.

Artaud sosteneva che l’unico modo per liberare il teatro fosse esprimere impulsi che andassero fuori dall’ordinario. Loro l’hanno messo in pratica: forse la performance più artisticamente estrema mai partorita dai quattro inglesi.

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