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Achille Lauro, amarlo per i motivi sbagliati

Analisi approfondita di una virata incomprensibile

Achille Lauro era il portavoce di una realtà che conosceva bene: la borgata romana con i suoi personaggi in cerca d’autore. Adesso celebra la nostalgia senza provarla. Perché?


Il 2019 sarà ricordato inesorabilmente come l’anno in cui Achille Lauro ha fatto il salto della barricata. Per utilizzare un metro prettamente televisivo, il 2019 è l’anno in cui è passato dalle borgate romane a Domenica In.

Analizzare un successo è un dovere. Non ci si può limitare a dire che Achille Lauro fa schifo, o che fa canzoni ruffiane. Questo giudizio tranchant lasciamolo a quelli che vivono forti delle loro certezze, senza porsi il problema di cosa i ragazzi ascoltino e perché. Tuttavia, qui ci si prende la responsabilità di far emergere subito un punto di vista netto: Achille Lauro era meglio prima.

Ma partiamo dalle origini. Cerchiamo di capire cosa stia alla base della spiazzante virata artistica che ha portato Achille nostro dall’essere un credibilissimo trapper romano alla nuova fase di “rockstar”. Soprattutto, cerchiamo di capire da dove arriva questa dirompente necessità di celebrare annate e decenni a caso.

Come siamo arrivati qui? Ottima domanda.

Infanzia capitale

Achille Lauro, al secolo Lauro De Marinis, nasce a Verona nel 1990, ma cresce a Roma, prevalentemente nel Municipio III. L’esistenza qui è dura: case popolari, droga, furti, trenta motorini e nessuno suo (cit.). Una vita di merda, certo. Terreno fertile per una quotidianità da bandito che accomuna Serpentara a Compton. È anche vero, però, che il cliché dell’adolescenza difficile come giustificazione per certe scelte artistiche è roba trita e ritrita, e bisognerebbe abbandonarlo. Anche Eminem ha avuto un’infanzia complicata, ma non per questo è passato dal rap a Bryan Adams.

Dicevamo però: Achille Lauro (potremmo parlare anche della scelta del nome d’arte, ma non lo faremo) si fa le ossa negli ambienti sotterranei del rap romano, avendo come punto di riferimento suo fratello, leader del collettivo Quarto Blocco.

Il collettivo romano che partorì Achille nostro.

La situa inizia

Con il tempo, Lauro emerge dalla sua crew e balla da solo, diventando un credibilissimo portavoce del suo mondo: la borgata fatta da regazzini de mamma Roma – «figlio di zoccola / figlio di cagna» – che stanno in piedi con lo spaccio e con altre attività illecite. Lauro diventa un personaggio allo stesso tempo amato e profondamente dissato. Per usare un termine abusato: divisivo. Pari solo a Young Signorino, con cui a dire il vero ha ben poco in comune (non certo lo spirito imprenditoriale, ecco). C’è chi lo trova coatto, chi lo trova femminiello, chi lo trova un poeta. C’è chi invece, per tutto quel che abbiamo elencato, lo ama incondizionatamente.

«A’regazzinoh», ossia l’arte di sclerare con l’autotune.

Si può dire senza timore di smentita che Achille Lauro sia stato tra i primi a sdoganare la trap in Italia, insieme a Sfera Ebbasta, Ghali, la Dark Polo Gang e chiunque ci vogliate mettere a seconda che siate di Milano, Genova o Roma. Voci incontrollate (Wikipedia) sostengono che lui in realtà sia il fondatore della samba-trap, ma noi tendiamo a non credere a queste speculazioni.

Fondamentale, nel processo di sdoganamento, è il sodalizio con Boss Doms, al secolo Edoardo Manozzi, suo beatmaker, produttore e partner-in-crime (nonché notoriamente il quarto dei Prodigy, se esistessero ancora). Lauro e Boss si conoscono in realtà fin da giovanissimi (è Boss a registrare i suoi primi demo). Non avendo i soldi per un computer portatile – racconta Achille – il Manozzi andava a casa sua con il computer fisso: il monitor, la torre e tutto. Un genio totale.

Eccola qua, la nemmeno troppo strana coppia dell’anno.

La grande svolta

Il momento della grande svolta per Achille arriva nel 2013 con l’ingresso nella scuderia discografica Roccia Music, che ha come punte di diamante Shablo e Marracash. Nel giro di due anni escono due album: prima Achille Idol Immortale, con i featuring di Marra, Noyz Narcos, Gemitaiz e pure Coez, quando faceva trap e ancora non aveva scoperto gli Zero Assoluto. E poi Dio C’è, preceduto dall’EP Young Crazy.

Già si intravede un’altra strada: i consensi aumentano e così anche la fanbase. Ma Lauro è ancora un truce cantastorie dei bassifondi su basi esplosive. Rappa per i compagni che stanno dentro e fuori dal gabbio, quelli che volevano prendere cinque grammi e poi han preso trenta chili (cit.), per le tipe e i corrieri della droga minorenni. Tutto questo, con l’apporto di videoclip molto forti.

Video non adatto alla visione di “genitore uno” e “genitore due”.

Ecco dunque un nuovo album dal chiacchieratissimo titolo Ragazzi Madre. Un lavoro che già segna l’inizio del cambiamento. Lauro non è più solo un portavoce della criminalità: è la nuova rap sensation. Già da singoli come Ulalala e dal relativo video, in coppia con Gemitaiz, si capisce che è cominciata la fase fricchettona. È cominciato l’invaghimento di Achille nostro per Woodstock.

L’inzio della metamorfosi.

Scendo in campo

Il percorso con Roccia Music dura un paio d’anni, dopodiché, Lauro decide di diventare imprenditore di se stesso. Perché va bene che a casa de Sandro il telefono squilla sempre (cit.), ma forse è davvero ora di staccarsi dall’indotto della borgata e cominciare a fare business basandosi su altri talenti.

Lui – che povero lo è stato davvero, mica solo per farsi figo con gli amici – nutre stima per chi riesce a capitalizzare le proprie qualità, ed è chiaro che ambisca a essere sì un po’ come Vasco Rossi, ma anche come Snoop Dogg. Fonda dunque la sua agenzia di management e produzioni, la No Face Agency, con dei dipendenti veri, con buste paga vere, e decisioni prese da lui e dal suo team. «Noi siamo imprenditori. Siamo una S.R.L», dichiarava serio da Wad Caporosso a Radio Deejay, lo scorso anno. E noi gli crediamo.

Volevi solo soldi so… ah no quello è un altro.

La fase sanremese

È ovvio a questo punto che Lauro non vuole più sentirsi dire che è un rapper. Gli fa schifo. La sua volontà di non essere ingabbiato in un solo genere è diventata un’urgenza.

Dichiara a Il Messaggero nell’aprile del 2019:

Sono capitato nel rap, e poi sono stato tra i tre che hanno sdoganato la trap in Italia. Ora però mi sembra una roba troppo giovane. Se hai più di ventitré anni non puoi ascoltarla, e io ne ho ventotto. Per dirla tutta, i miei amici ascoltano magari la Pausini ma non la trap. (Achille Lauro)

Con questo statement, Lauro spazza via in un secondo la sua vecchia vita, compresa l’ormai nota fase samba-trap, rappresentata da pezzi come questo. Sta per arrivare una grossa sorpresa. Un genere del tutto innovativo. Un sound «più europeo», dice lui. Un sound europeo che però ha come riferimento icone americane: Elvis, Jim Morrison, la fama hollywoodiana incarnata – chessò – da Marilyn Monroe, Easy Rider, e altre cose che, nel suo immaginario, rappresentano gli anni ‘60 e ‘70. Epoche che lui spesso definisce «anni di grande libertà e di grande cambiamento, anche sessuale». Due decenni diversi tra loro, pregni di rivoluzioni, ideologie, stragi, conquiste, imbottigliati così, in un unico concetto: si scopava di più. Ah, e poi mettici un po’ di star defunte (il sempreverde Club 27), le macchinone, un po’ di fashion che non guasta mai e – ovvio – le chitarre.

Da questi presupposti, nasce 1969. Più che un album, una vera operazione visiva e comunicativa. Il singolo Rolls Royce ribalta il Festival di Sanremo; non poteva non funzionare, anche se c’hai i tatuaggi in faccia e usi l’autotune. Cosa ci sia poi di davvero nuovo in questo pezzo è ancora al vaglio degli inquirenti. Una cosa è certa: non sembra più di stare a Thoiry. Sembra proprio di stare a Sanremo.

Con questa, Achille Lauro espugna l’Ariston.

Il colpaccio

Anche il look e la cifra stilistica ora cambiano radicalmente. Lauro è oggettivamente un figo, con quell’aura di maledettismo che cattura un ampio spettro di genere femminile, compresa Mara Venier. È un longilineo top model che non ha perso la sua coattitudine e che sfoggia con la stessa eleganza capi superfirmati, accessori da drag queen e l’incrollabile felpa dei Nirvana. Rivendica di essere un innovatore, e di aver indossato gli occhiali da donna prima che tutti cominciassero a farlo. A conferma del fatto che degli anni ‘60 e ‘70 percepisce solo una lontana eco. Vallo a dire a quelli del Chelsea Hotel (quelli vivi) che hai sdoganato gli occhiali da donna sul maschio.

Lauro, d’altra parte, è nato nel 1990. Celebrare la nostalgia senza sentirla è un’abile mossa di marketing, ma comporta dei rischi.

Però lui vuole una vita così:

Rossrois
Rossrois

Non sorprende che 1969 venga percepito come un album d’impatto. Il lavoro di Boss Doms (e di Fabrizio Ferraguzzo) è di pregevole fattura. Non si esclude che, tra qualche anno, lo troviate nella playlist della piattaforma streaming a cui siete abbonati sotto la voce “canzoni per testare il tuo impianto stereo”. È un album fatto di pezzi brevi, che vanno dritti come un fuso. E c’è pure il lento stracciamutande, C’est la vie, quello che fa ravvedere il fan a cui non è piaciuta Rolls Royce. Testi d’amore con massime intramontabili – «E non puoi uccidere l’amore / Ma l’amore può» (una rivisitazione peggiorativa di un’altra grande massima: «Si può amare da morire / Ma morire d’amore no»). Soprattutto, c’è ancora l’incrollabile autotune, che – diciamocelo – ha smesso di avere fascino dacché Romanthony ci ha lasciato.

Però l’album si chiama 1969, quando poteva tranquillamente chiamarsi “anno a caso”. Non c’è attinenza tra l’iconografia celebrata e la musica. Pezzi come Cadillac prima ti caricano come una molla e poi ti lasciano con un grande “e quindi?”. Non basta dire «Rappappapà», «Rockerrol», «Blusuedschus», «Sidvicious» per rievocare un’epoca. Non basta far brutto con le chitarre per sembrare i Led Zeppelin.

Insomma: 1969 è un po’ come quei party di addio al nubilato a tema hippie, dove c’è sempre il cazzaro che arriva con le Timberland.

La Summer of Love al Bar Bianco di Parco Sempione.

1969, la title-track, non ha alcuna attinenza con il titolo che porta, a parte il verso: «È il 20 luglio del ‘69 / Sto sulla luna». La canzone ha un intento nobile: è un’esortazione rivolta alla madre a non offendersi se il figlio, ormai con una solida disponibilità economica, pensa bene di portarle a casa la spesa. Che non se la prenda, insomma. E soprattutto, che non rompa le balle chiedendogli dove va e con chi. Un messaggio intriso di una poetica di cui Lauro è totalmente capace, e che qui si fonde però con un’inutile rievocazione glamour di annate gloriose. Viene da chiedersi perché lo faccia.

In pratica: che bisogno c’era di chiamarla 1969 quando poteva chiamarsi A’Mà?

Ed è anche sbagliato sostenere – ed è successo più volte – che questo disco cerchi di “dare una dignità alla trap con il rock”. La trap ce l’ha già una dignità: il resto sono pareri personali.

Ma in tutto questo cambiamento, come reagiscono i fan? Non male. Achille la prende per mano e l’accompagna nelle varie tappe della trasformazione. L’impressione, per intenderci, è che il suo pubblico non si senta tradito da questa virata. Lauro non è cambiato. Lauro è cresciuto. Una fanbase interessante che, per una volta, non cade nel solito cliché: fai i soldi quindi sei un venduto. Riassumendo: una fanbase che supera l’oggetto del culto.

Una fanbase che legge tra le righe, un’altra che legge tra sticazzi.

Il nuovo capitolo

Ma attenzione. Quando si pensava che il processo di rivalutazione sommaria del passato fosse concluso, ecco che arriva, tra capo e collo, il nuovo capitolo: il singolo 1990. Lo spettro della rivalutazione dei Nineties prende spaventosamente forma. Dopo «Ulalalà», «Lalà Lalà», ecco «Ladidalalalalalà». Una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi. Ora è tempo di rievocare le boyband, Britney Spears, Italia 90, Baywatch, Lady Oscar (?).

Postal Market però anche no.

Ma che operazione-nostalgia è se non si saccheggia almeno un successo del periodo in questione? Ecco dunque serpeggiare un ritornello forte, che ci ricorda infiniti pomeriggi passati allo Studiozeta: La Bouche con Be My Lover.

Chissà quali altre diavolerie ci riserverà questo nuovo capitolo della conversione di Achille in rockstar che celebra la nostalgia di cose che non ha vissuto.

Il fatto è che prima o poi i decenni finiscono. Gli anni Zero e gli anni Dieci non sono mica così agili da comprimere in una strategia di marketing, e questa formula rischia di stancare molto. Forse, ha già stancato.

Intanto facciamo nostre le parole di Achillone:

Non chiamarlo amore
Non chiamarlo tradimento
Non chiamarlo passione
Non chiamarlo neanche sesso

Chiamala, semmai, confusione.

Questo articolo fa parte della serie Fenomeni. Ogni tanto bisogna andare in profondità e prendersi il tempo che serve per parlare di chi o cosa ha fatto la differenza. Non trovate? Scopri gli altri articoli.

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