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Concept dissezioni: quel fricchettone di Tommy degli Who

Opera enorme, ma il concept dietro a "Tommy" degli Who semplicemente non sta in piedi. Ecco perchè.

Nel '69 gli Who scoprirono, quasi involontariamente, il passaggio per un nuovo territorio rock tutto da esplorare, un non-luogo a metà tra favola e filosofia, fantasia ingenua e stimolo intellettuale, melodia e schiaffi sonori. Ma le cosa davvero interessanti al riguardo sono altre: per esempio il fatto che il primo concept album di sempre sia venuto non dall'avanguardia intellettualoide, ma da quattro bestioni che di solito sfasciavano le chitarre. Insomma, mai sottovalutare l'ironia del destino.

Paolo Madeddu
Paolo Madeddu


1969: cosa succedeva intorno

GENNAIO. I Beatles sono su quel terrazzo. Richard Nixon entra nella Casa Bianca. Battisti porta a Sanremo Un’avventura con Wilson Pickett. Esce il primo album dei Led Zeppelin. Esce Odessa dei Bee Gees. David Bowie incide un demo che battezza «La roba che sembra i Bee Gees», poi a luglio lo chiamerà Space Oddity. Nella Cecoslovacchia invasa dall’URSS, Jan Palach si dà fuoco a Praga. I Pretty Things tentano di mettere in scena S.F. Sorrow, ritenuta la prima vera “rock opera” (dicembre ’68) con uno spettacolo di mimo. Che ottiene più o meno lo stesso successo dell’album. Però da 50 anni il disco viene citato in tutti gli articoli che parlano di Tommy. Compreso questo.

FEBBRAIO. Gli MC5 pubblicano Kick out the Jams. I Cream dicono Goodbye.

MARZO. Jim Morrison denunciato per atti osceni in luogo pubblico e ubriachezza. John è a letto con Yoko. Serge Gainsbourg mugugna mentre Jane Birkin ansima in Je t’aime moi non plus. Esce il primo album dei Genesis. È una roba che sembra i Bee Gees.

APRILE. Esce il singolo Get Back dei Beatles (ma non è la versione suonata su quel terrazzo). Bob Dylan pubblica Nashville Skyline. James Brown canta Say It Loud, I’m Black and I’m Proud. I Moody Blues pubblicano On the Threshold of a Dream, i Soft Machine il loro Volume Two.

MAGGIO. Debutto di Crosby, Stills & Nash, mentre Neil Young pubblica il primo album per conto suo (ovviamente). A Cannes, Palma d’oro a Easy Rider. Sinatra torna in classifica con My Way, John si rimette a letto con Yoko. Esce Tommy!

GIUGNO. Debutto di Elton John. Hendrix suona per l’ultima volta con gli Experience a Denver. I Pink Floyd pubblicano la colonna sonora di More. Tommy va al n. 4 in USA e al n. 2 in UK. Accipicchia.

Premessa

Tommy degli Who ha più di 50 anni. Se siete qui, è probabile che conosciate la storia che racconta. E non la mettete nemmeno più tra le storie che fanno acqua da tutte le parti: è entrata a far parte del paesaggio, e non ci fate caso. E poi sono gli Who, mica i Moody Blues: vai a dirglielo in faccia, che sono passati da My Generation a una storia strampalata e fricchettona. L’intellettuale del gruppo (un rocker che ha aperto una casa editrice e una libreria, guardato con sospetto dagli altri tre componenti della band) è uno che prendeva la gente a chitarrate. A Woodstock, per di più.

Comunque, il problema non sono solo gli Who. Vallo a dire in faccia alla storia del rock, che uno degli album che ha veramente cambiato il gioco non sta in piedi. Forse non ne varrebbe nemmeno la pena. La verità è che come il calabrone, Tommy vola e non sa perché. E non solo: si carica pure sulla schiena migliaia di farfalle e libellule che faranno e ascolteranno musica nei dieci anni successivi. E se anche i critici poi hanno cambiato idea, rinnegandolo nel momento in cui faceva loro comodo, la verità è che quando è uscito la gente è rimasta lì a bocca aperta. Tutti ci avevano trovato dentro qualcosa. Anche se magari non capivano cosa. Astutamente, in Almost famous, Cameron Crowe si guarda bene dal dare spiegazioni.

«Ascolta Tommy con una candela accesa e vedrai tutto il tuo futuro.» – chiarissimo.

La storia – primo atto

Nel 1921 (cent’anni fa!) il bambino Tommy e sua madre vedono tornare dalla guerra il padre, il Capitano Walker. Ma non era morto? E poi, anche se è vivo, i tedeschi si sono arresi nel novembre 1918: perché ci ha messo tre anni a trovare la strada di casa? Forse era su un fronte lontanissimo, tipo nello Stretto dei Dardanelli, ed è tornato a piedi. O a nuoto. Oppure era ad Aqaba con Lawrence d’Arabia e – preso dalla mistica dell’eroismo, dell’esotismo e dell’erotismo – gli pesava tornare in Inghilterra. A meno che non si stia parlando di un’altra guerra: quella del 1921 che vedeva il Regno Unito contro l’Irlanda. O un’altra ancora, contro altri popoli ai quali gli inglesi si sentivano in dovere di imporre la loro cultura e civiltà (con le cattive). Perché sì, tra il 1919 e il 1921, nel cosiddetto “tempo di pace”, questi hanno fatto guerra a Turchi, Mongoli, Afghani, Iracheni, Dervisci, persino gli Estoni.

In ogni caso il Capitano Walker scopre che la moglie si è rifatta una vita con un altro, che pare una persona ammodo. Forse è uno di quei socialisti fabianisti in voga all’epoca. Forse non ama sottomettere tutti i popoli del mondo, il rinnegato. Certo si sbaglia su tante cose, a cominciare dalla sensazione che il 1921 per lui sarà un buon anno.

Un anno di pace.

Il Capitano proclama: c’è solo un Capitano. E di che pasta è fatto? Di Pasta del Capitano, per di più inglese: subito impone al rivale la sua cultura e civiltà (con le cattive). Lo ammazza davanti a Tommy e sua moglie. Questa, sapendo che la Storia la fanno i vincitori, porta in alto la mano, segue il suo Capitano. Ma il ragazzino non dà certezze. Così la coppia stressa Tommy perché non parli, finché diventa catatonico. Visto il dramma, interviene il resto della famiglia Walker – anche loro persone eccellenti: il cugino Kevin lo tortura, lo zio Ernie ne abusa sessualmente.

All'Universal Amphitheatre di Los Angeles, nel 1989, ecco comparire lo zio Ernie. Impressionante (e decisamente sospetta) la somiglianza con Phil Collins.

Tommy apparentemente non fa una piega, rimane nel suo mondo interiore – che del resto, anche se fosse fatto solo di programmi di Rete 4, sarebbe pur sempre migliore della sua famiglia di mostri. Per fargli capire cosa si sta perdendo, i genitori provano a dargli il meglio della vita: meretrici e droga. Ma non c’è niente da fare, il ragazzo rimane balengo.

La presenza di una Tina Turner in splendida forma facilita l'operazione.

Ripensandoci: i genitori non hanno paura che appena uscito dal suo vegetare accusi il padre? Forse contano sul fatto che la nazione sia incline a perdonare, in fondo è appena finita un’altra guerra. Sì, perché a rigor di logica siamo almeno nel 1947, l’anno in cui iniziano a circolare i primi flipper. Infatti il presumibilmente trentenne Tommy, che vive in un suo mondo tutto di vibre, è un ras del biliardino, come narra la canzone infilata nel disco per ultima, giusto per compiacere un esperto flipperista che al primo ascolto era perplesso (Nik Cohn, che grazie a Pinball Wizard cambiò idea, decise che Tommy era un capolavoro e stroncò Abbey Road dei Beatles – vedete come sono i critici).

La cosa richiedeva che il mio ragazzo muto, sordo e cieco, giocasse a flipper. Dovetti cambiare diversi testi. (Pete Townshend)
Una marchetta a favore della lobby delle sale giochi.

Primo intermezzo – così hanno detto

Il mio film non si è staccato dalla storia di Townshend, ma ha riempito delle lacune nei punti in cui ho ritenuto che la storia fosse oscura – o semplicemente, inesistente. (Ken Russell)
Ci sono voluti otto mesi per inciderlo, e dovemmo cambiare molti pezzi già pronti per aggiornarli rispetto ai gusti che stavano cambiando. (John Entwistle)
All’epoca era decisamente poco Who. Parecchie canzoni erano soft. Noi non suonavamo mai in quel modo. (Keith Moon)
La pretenziosità di Tommy fu necessaria. Senza la sua audacia e capacità di attrarre tanto l’attenzione quanto la riprovazione, gli Who sarebbero diventati definitivamente irrilevanti. (Pete Townshend)

La storia – secondo atto

Le prestazioni col flipper diventano un caso mediatico, e visto che all’epoca non esistevano gli YouTuber, i giovani iniziano a followare Tommy – che del resto è meno irritante dell’influencer medio. Lui inizia a captare un certo consenso attorno a sé: percepisce che l’album andrà al n. 4 in USA, ne verrà tratta una versione con la London Symphony Orchestra e un cast di star (Rod Stewart, Ringo Starr, Steve Winwood, Sandy Denny), poi un film con altre star (Jack Nicholson, Elton John, Tina Turner, Eric Clapton, Oliver Reed, Ann-Margret). Poi un musical e poi altre versioni – con star, senza star. Forse si fa un po’ prendere dal narcisismo, sta di fatto che passa ore davanti allo specchio. La madre inizia a innervosirsi. Il Capitano Walker ha un’idea brillante: rivolgersi a un dottore. Ora, per capirci: la pensata arriva a metà della terza facciata.

Ok, non mettiamoci a giudicare, è facile da fuori puntare il dito, creare polemica, rivolgersi al Codacons. Comunque, il dottore è uno bravo, perlomeno come attore: lo hanno interpretato, nelle varie versioni dell’opera, Jack Nicholson, Peter Sellers e Richard Harris.

Nella versione con la London Symphony Orchestra Richard Harris, nei panni del dottore, duetta con il ventiquattrenne Steve Winwood, che dà la sua vocina esile al belluino Capitano Walker.

Il dottore si pronuncia: «Non posso farci niente, deve venirne fuori da solo» (come detto, è uno bravo). La madre sclera. Incurante dei sette anni di guai (che tanto, a quel punto, insomma) spacca lo specchio. Crash! Tommy si sveglia. E a quel punto si svegliano anche i fan degli Who prima maniera, che fino a quel punto erano probabilmente i più basiti del mazzo.

Poco prima dell’uscita dell’album il gruppo fece un tour in USA per disperato bisogno di soldi, e presentò il disco in anteprima. Scoprendo che ogni sera, il pubblico rimaneva ad ascoltare intento fino a questo punto. Qui, si alzavano immancabilmente in piedi – e da questo momento non seguivano più il concerto: facevano praticamente il tifo.

Anche anni dopo, in pieno punk.

Appena sveglio, Tommy si convince di saperla più lunga di tutti: «Io sono la Luce!». E decide di redimere l’umanità. «Se vi dicessi cosa ci vuole per elevarsi, ridereste e direste che nulla è così semplice. Ma già in passato i messia hanno indicato la porta, e nessuno ha avuto il fegato di lasciare il tempio». Wow!

Tutto questo, a tre mesi da Woodstock. Una generazione è tutta orecchi. E qual è il messaggio di Tommy?

Secondo intermezzo – il messaggio

Sono più di 50 anni che i critici spiegano Tommy. Ma forse non c’è spiegazione, c’è solo una sensazione complessiva. Per dirla con Townshend nell'autobiografia Who I Am:

Continuare a compiacere i giovani maschi in platea non bastava più. In California avevo visto che stava succedendo qualcosa, c’era un pubblico che aveva iniziato la stessa ricerca spirituale che anch'io avevo intrapreso. (Pete Townshend)

Il gruppo va quindi a Woodstock per un compenso davvero irrisorio. Per convenzione, si dice che i Queen nel 1985 abbiano folgorato il pubblico del Live Aid in parte grazie alla sorpresa, in parte grazie a un'inattaccabile sequenza di canzoni eseguite in modo spettacolare. A Woodstock, questa parte tocca agli Who.

Nel momento in cui attaccammo "I’m free", la maggior parte del pubblico era in piedi. Mi accorsi che Roger stava cantando «See me, feel me, touch me, heal me» a una marea di giovani che intuivano che Tommy era una musica che si adattava a quel particolare momento. (Pete Townshend)
Per esempio, c'è anche chi sostiene che Tommy era un "grido d'aiuto".

Conclusione

Avendo speso tre facciate del fatidico Doppio Album per il viaggio dantesco di Tommy fino a rivedere (o essere) la Luce, Townshend è costretto ad accelerare. E anche questo torna involontariamente a suo vantaggio: l’ascesa e caduta di Tommy durano venti minuti, a simboleggiare questo mondo banderuolo che ti esalta e poi ti insulta. C’è spazio per Sally Simpson, ispirata da una groupie che il chitarrista aveva visto malmenare a un concerto dei Doors, e per lo sfruttamento commerciale da parte dell’ineffabile famiglia (Tommy’s Holiday Camp). Del resto Tommy è un fenomeno. No, davvero. Negli anni, è diventato un po’ come Tutti insieme appassionatamente. Ecco un piccolo esempio.

Più o meno esattamente come lo avevano immaginato gli Who.

Nella sua Gerusalemme a pagamento, Tommy dà i suoi comandamenti: tanto flipper, niente alcol né droga, insomma è un po’ come all’oratorio, ma bendati e con bocca e orecchie tappati. I fedeli, vivaddio, lo mandano a ranare. Ed è qui che l’album diventa a suo modo inattaccabile, offrendo una scelta: da un lato gli Who evocano un Amazing journey spirituale, esprimono l’aspirazione a una verità trascendente e un’umanità migliore. Dall’altro, hanno simpatia per chi non si fa conquistare: We’re Not Gonna Take It anticipa lo scetticismo di Won’t Get Fooled Again: in pratica, è un canto per chi vuole credere e per chi è disilluso. E tutto questo, suonato non da quattro figli dei fiori, ma da quattro energumeni che spaccavano chitarre e batterie: perfetto. Tutti si riconoscono.

Per esempio i seicentomila dell’Isola di Wight, nel 1970, hanno l’aria appagata.

Verdetti

Poi, essendo razza coniglia, gli esperti ritrattarono tutti. Christgau nel 1983 lo definì pretenzioso, Mark Kemp nel 2004 scrisse su Rolling Stone che «oggi, Tommy non risulta il capolavoro cui tutti inneggiarono» e suggerì ovviamente che gli Who erano meglio prima. Secondo Riccardo Bertoncelli, il peccato principale del doppio album è che «lo scatenato rock-Who era come imbrigliato dalle necessità della narrazione e dalla voglia di arrivare a un pubblico più grande. Si dava un contegno, si dilungava, inclinava con furbizia verso il melo».

Ok, è chiaro che a un certo punto, i buchi si sarebbero visti, ma per forza: erano tutti diventati adulti, sia il rock che i critici. Ma di fatto Tommy nel 1969 provocò un tilt che col tempo è stato sapientemente sistemato: un gruppo di bestioni che improvvisamente prova a fare qualcosa di più. E ottiene molto più di quello che si era prefisso. Tant'è che poi è in imbarazzo a parlarne.

Senza volerlo, Townshend arrivò dove i Beatles di Sgt. Pepper avevano vagamente suggerito che si poteva arrivare: scoprì il passaggio per un nuovo territorio rock tutto da esplorare, con più piani di lettura tra fiaba e filosofia, fantasia e stimolo intellettuale, melodia e bordate – e ci arrivò lui, non l’avanguardia semi-intellettuale del rock, i Pink Floyd o i Jefferson Airplane, i King Crimson o i Doors. E che il primo vero concept album della storia arrivasse da uno dei gruppi più muscolari in assoluto invece che da educati universitari, è un particolare da non sottovalutare. Rappresentò, per dirla col Giovane Frankenstein, il grande «SI. PUÒ. FARE!» del rock.

Fine.

Sì, fine.

Ah, ne volete ancora? Ok.

 

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