Suonare per strada: la puntata zero

Simone Rossi è un musicista, e come la maggior parte dei musicisti in epoca pre-COVID suonava dal vivo: nel suo caso anche e prevalentemente per strada.

Simone Rossi
Simone Rossi

 

Simone Rossi da Forlimpopoli (provincia di Forlì-Cesena), trapiantato da qualche anno a Madrid, è un polistrumentista e da qualche tempo collabora con Humans vs Robots. Gli abbiamo chiesto di scrivere della sua esperienza di musico viandante, di clarinettista da marciapiede, di chiarrista da selciato. Esperienza che condivide con due band con le quali, in tempi normali, fa centinaia di esibizioni all’anno. Ne è venuto fuori una via di mezzo tra un’intervista a se stesso, un racconto autobiografico e una guida pratica per aspiranti artisti.

Questa è la puntata zero.

Simone Rossi col clarinetto in mano, accovacciato per terra
Col clarino in mano, tra gli applausi del pubblico pagante. Pagante? (Foto di Flavio Sousa)

Racconta chi sei a chi non ti conosce.

Mi chiamo Simone, ho quasi quarant’anni e faccio il musicista di strada di professione.

Cioè ci campi?

Ci campavo. Vivo a Madrid quasi 10 anni e qua si poteva suonare per strada abbastanza tranquillamente, prima della pandemia. Ci vuole un permesso, ma è abbastanza facile ottenerlo. Suonando spesso e avendo dei dischi da vendere e condividendo l’affitto e non possedendo un automobile, non è difficile viverci. Molto più facile che a Forlimpopoli dove vivevo prima, in ogni caso.

Ma suoni da solo?

No, suono in due gruppi: il clarinetto in uno (siamo in sette), la chitarra nell’altro (siamo in dieci).

Urca, quanta gente.

Sì.

Non è un po’ scomodo?

Lo è, soprattutto organizzarsi, incastrare le agende: ognuno suona in almeno altri due o tre gruppi, o dà lezioni, o ha un figlio o un altro mezzo lavoro, la solita vita da proletariato della musica. Ma suonare insieme è molto più divertente che suonare da soli, e vedere un gruppo di persone che suonano insieme è molto più satisfactorio, come dicono qua, che vedere un tizio da solo con la chitarrina, secondo me. Poi magari il tizio è bravissimo, eh. Son gusti.

Suonavate tutti i giorni?

Tre o quattro giorni alla settimana, tre o quattro ore al giorno, più i concerti nei posti e i festival, quando ci chiamavano. Matrimoni, compleanni, eventi d’impresa, ordinaria prostituzione.

E adesso?

Adesso niente.

Niente niente?

Quasi niente: in strada si può suonare, ma sono proibiti gli assembramenti, che è come dire è proibito il pubblico. Qualche locale ha ricominciato a organizzare concerti per 50 persone distanziate con mascherina, e qualche temerario viene pure a sentirli, ma fa’ due conti: l’affitto, la luce, i baristi, il buttafuori, quanta birra si devono bere ‘sti poveretti perché a fine serata ci siano soldi per tutti?

Troppa.

Appunto. Il mantra di ogni gestore di locale è sempre il solito: “Quanta gente mi porti?”. Ma hanno ragione, i poveretti: quanto dura un locale perennemente mezzo vuoto? Un giorno lo vedi chiuso per fallimento e non ti stupisci più di tanto.

Quindi?

Quindi o cambi lavoro, o torni a casa dai tuoi genitori, o ti inventi qualcosa.

Ti stai inventando qualcosa?

Ieri mattina nel parco sotto casa c’erano cinquanta signore che facevano aerobica seguendo le mosse della signora numero cinquantuno. Tutte distanziate e con la mascherina, si prendevano le caviglie con le mani e si tenevano in equilibrio con l’altro braccio, sembravano dei fenicotteri in pigiama, i mariti seduti all’ombra guardando i nipotini giocare, era bellissimo.

Vuoi fare un concerto per le signore che fanno ginnastica nei parchi?

No, voglio fare i concerti nei parchi, con la gente seduta a semicircolo su un prato e il gruppo che suona al centro.

Molto hippie come cosa.

Molto sicura, come cosa. Si tratta solo di non disturbare i vicini con il rumore, ma stiamo parlando di eventi per cinquanta, cento persone: la musica acustica o semiacustica rimane l’ideale. La musica di strada, in generale, rimane l’ideale. Se ci vuoi vedere dell’hippismo vedicelo pure, cosa vuoi che ti dica. Se ti annoi e vuoi aumentare la potenza di fuoco, sentiti libero: a Mauerpark a Berlino la domenica nel mondo di prima c’erano i gruppi rock capelloni con la batteria e i muri di Marshall e tutto. Si tratta solo di trovare un parco abbastanza isolato dal centro abitato. Ma poi devi arrivare fino in mezzo al parco con la cassa della batteria in spalla perché la macchina l’hai dovuta lasciare fuori, e un amplificatore a pile non basta più, ci vuole un generatore elettrico che fa più casino di un motorino truccato e non ci sono i bagni e mi è venuta sete. Che furbi quei ragazzi che si sono portati le birrette del pakistano, come si vede che non è il primo concerto illegale a cui vanno.

Stavo per chiedertelo: è legale, secondo te?

Suonare in un parco senza disturbare il riposo di nessuno è legale. Sedersi ad ascoltare qualcuno che suona è legale. Fare un post in rete e dire Domani sera alle 20h suoniamo al parco è illegale? Suppongo diventi illegale se lo fa un gruppo talmente famoso da creare problemi di ordine pubblico, o se lo fa tutte le sere fino alle 4 della mattina, o se è una batucada con venti tamburi sotto la finestra di un ospizio. Ma finché è una cosa piccola per poche persone educate che quando è finito il concerto si comprano un disco o lasciano qualcosa nel cappello e raccattano la loro immondizia e se ne tornano a casa contente prima del coprifuoco, che problema c’è?

Ma infatti.

Ma infatti.

Solo che?

Solo che ci abbiamo già provato l’estate scorsa, dopo il primo lockdown. Te lo ricordi, il primo lockdown? Qua a Madrid siamo rimasti chiusi in casa da marzo a maggio 2020. 

Te le ricordi le lockdown versions?

Ognuno a casa propria registrando il proprio strumento con la base nelle cuffie e poi quello che ha più tempo da perdere monta il tutto in un unico video dove sembra che stiano suonando insieme e invece stanno solo facendo le mossette in bagno? Ho molti amici che hanno fatto un video così, e continuo a volergli molto bene, ma insomma, ci siamo capiti.

Stavamo parlando di suonare nei parchi.

Sì, a giugno e luglio del 2020, quando hanno riaperto le gabbie, coi miei gruppi facevamo questi concerti clandestini nei parchi.

Clandestini?

Hai presente i rave e i rainbow degli anni Novanta? Qualcuno ti passava un volantino con il giorno e l’ora e chi sarebbe venuto a suonare, ma non ti dicevano esattamente dove. Se volevi saperlo gli dovevi scrivere tu, e loro ti rispondevano, e ti dicevano che cani e bambini erano ugualmente benvenuti se tenuti ugualmente al guinzaglio. Io non ci andavo ai rave negli anni Novanta, ero troppo giovane e troppo cattolico, ma mi ricordo un altro volantino di un concerto all’Atlantide di Bologna dieci anni dopo che diceva Mi raccomando non venite tutt* che non ci stiamo. Secondo me la soluzione per la gente piccola è rimanere piccola: ricominciare dalla scena, dalla comunità, dalla clandestinità, fare affidamento sui soliti quattro stronzi che sai che verranno a vederti suonare e confidare sul fatto che ognuno dei quattro lo dica ad altri quattro, e sperare che l’esplosione non faccia troppa botta. Non abbiamo i soldi per affittare un palazzetto dello sport da 20mila persone e mettercene dentro 1.000 e obbligarle a presentare un PCR negativo prima di entrare, a quel punto facciamo direttamente i dj set sugli aerei, no? Ad Amsterdam l’hanno fatto l’altro giorno

Un dj set su un aereo?

No, dico mettere 1.000 persone a ballare in uno spazio che ne può contenere 20mila e vedere l’effetto che fa. Avevano quattro bolle giganti di plastica in cui mettere dentro la gente a gruppi di 250 e gli scienziati che prendevano appunti da fuori e tutto quanto. L’hanno fatto anche i Flaming Lips il concerto col pubblico dentro le bolle di plastica, e chissà quanti altri che mi sono perso: con il budget adeguato e il dovuto sbattimento si fa di tutto. Bisognerà trovare un modo di far ripartire anche le maxi-produzioni, no? La mia è una disperazione da 1.000 euro, l’ho già detto altrove, non oso immaginare la disperazione da 100mila o da un milione, non ho soluzioni per i festivaloni e i teatri grossi, mi dispiace, e capisco che non conviene a nessuno aprire un posto da 20mila persone e mettercene dentro 1.000. Ma ci saranno degli sponsor, no? La mia cosa è suonare per poca gente, e secondo me quelli che suonavano per poca gente prima possono sperare di continuare a suonare per poca gente anche adesso, se aggiustano un po’ il tiro.

Il pubblico del concerto dei Flaming Lips, dove ogni spettatore è dentro ad una bolla di plastica
I Flaming Lips e le bolle di plastica: distanzialmento sociale assicurato. Pure troppo.

Quindi tutti a suonare nei parchi?

Non tutti. E non solo nei parchi: dove va la gente a passeggiare la domenica nella tua città, le domeniche in cui si può? Andate lì, tirate fuori gli strumenti e suonate. C’è un campo da basket in cui non gioca a basket nessuno? Fate una jam sotto canestro.

Eh, ma noi non facciamo mica musica da intrattenimento, abbiamo i testi impegnati e i suoni moderni.

Ce l’avrete un Instagram col gruppo, no? E avvisateli i quattro stronzi che vi seguono, fateli contenti, è un anno che non vedono un concerto come si deve. Dite in rete che domani sera suonerete in un luogo segreto e che gli interessati vi possono scrivere in privato e riceveranno tutte le informazioni, e poi tutti al campo da basket. Cosa ci vuole? Le cinquanta signore che fanno aerobica al parco secondo te chiedono permesso a qualcuno? Lo senti il reggaeton tremendo della cassa Bluetooth della signora cinquantuno?

Qua il discorso si sta un po’ allargando.

Infatti continuiamo la prossima volta.

Ah, è una cosa a puntate?

Sì, scusa, non te l’avevo detto.

Di cosa parla?

Di suonare per strada come metafora di quasi tutto.

Ma saranno tutte così, tipo intervista?

No, tranquillə.

Ma saranno tipo gli aneddoti di quella volta che hai suonato la tarantella in mutande a Marsiglia?

Nemmeno.

Quindi?

Vedrai.

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