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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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C'è spazio per un altro giornalismo musicale, che non si alimenti solo di comunicati stampa camuffati da news, di interviste copia-e-incolla e di altri argomenti di nessuna rilevanza? Ci proviamo.

Suonare per strada: il problema con l'ukulele

Dove si tratta dell'inopinata diffusione dell'ukulele tra i musicisti di strada, di certo comodo ma piuttosto inutile se si vuole fare – per l'appunto – strada. Comodo per comodo, a quel punto meglio il beatbox. Come ha fatto DubFx, per esempio.

Simone Rossi
Simone Rossi

 

Amici, Romani, compatrioti, prestatemi orecchio: io vengo a seppellire l’ukulele, non a lodarlo. 

Sparare sull’ukulelista, soprattutto se è una ragazza con la frangetta o un tizio con la barbetta, è fin troppo facile: l’ukulele avrà sempre un po’ quell’aria da chitarra per chi non sa suonare la chitarra, da strumento giocattolo, da vorrei ma non posso. È difficile essere presi sul serio con un chitarrino in mano, a meno di essere quella specie di Buddha fricchettone hawaiano che cantava Somewhere over the Rainbow mescolata con What a Wonderful World, com’è che si chiamava? Israel Kamakawiwoʻole, certo, come dimenticarlo. O devi scrivere il valzer definitivo e metterci le trombette e suonare tutti gli strumenti e inventarti il genere mariachi liscio e chiamarti Enrico Farnedi e ti si vuole un gran bene. Ma in generale, quando si tratta dell’ukulele, si fa presto a perdere la pazienza.

Un signore anziano che suona l'ukuele e contemporaneamente ha in bocca l'estremità di un tubo
Un raro ukulele ad aria. (Foto di Flavio Sousa)

Quando Eddie Vedder dei Pearl Jam riempiva i palazzetti con il tour del suo disco solista che si chiamava Ukulele songs, mi chiedevo sempre cosa pensassero gli altri Pearl Jam del fatto che il boss andasse in giro con uno zainetto e un chitarrino e magari due pezzi dei Pearl Jam in scaletta ce li metteva pure, e loro a casa in pigiama. L’ukulele, i formati ridotti, i progetti solisti, lo showcase acustico perché non c’era il budget per montare la batteria, sono come i panini al salame.

Un panino al salame è comodo: gli ingredienti costano poco, si prepara alla svelta e ti toglie la fame. Lo mangi, è buono, ma non ti viene da andare in cucina a fare i complimenti allo chef, e a essere sinceri un po’ di fame ti è rimasta. Suoni con Matt Cameron, uno dei migliori batteristi del pianeta, e lo lasci a casa per suonare le cover col chitarrino? Ah, è una necessità artistica? Non è che costava meno? Se suoni da solo non mi togli la fame, quasi quasi mi risparmio i soldi del biglietto e vengo a vedervi quanto tornate con tutta la banda. Nessuno si stupisce se una teglia di lasagne al forno costa più di un panino al salame: un concerto dei Pearl Jam col ragù e tutto quanto è una ricetta molto più elaborata di un concerto di Eddie Vedder da solo col panino, non confondiamo minimalismo e pigrizia.

Trovare i musicisti, gli integranti, gli ingredienti, fare le prove, tritare la cipolla, mettere insieme un repertorio, aggiungere la carne, registrare un disco, metterci il pomodoro e scommettere sul fatto che là fuori qualcuno avrà fame è più faticoso, e più remunerativo, che mettere su il duo Pane & Salame, fare un disco in cameretta, chiamarlo Le Canzoni del Panino e sperare che la gente si accontenti. 

Quantity has a quality all of its own: se il tuo obiettivo è attirare l’attenzione della gente, un pilone di cemento armato è più efficace di un soprammobile di porcellana. Nei musei finisce sempre che guardi solo i quadri grandi. Uno che ha capito tutto dalla vita secondo me è Benjamin Stanford.

Benjamin Stanford, meglio conosciuto come DubFx, è un ragazzo australiano pieno di tatuaggi che da vent’anni a questa parte gira il mondo in furgone con la morosa, un cane, un microfono, due casse e una loop station truccata. Arrivano, parcheggiano, scaricano, trovano una piazza, montano la baracca e comincia lo show: Benjamin fa beatbox, cioè insomma fa i suoni della batteria con la bocca, per dirla come la direi a mia mamma, non c’era bisogno che ti spiegassi cos’è il beatbox, lo so, scusa. DubFx fa i suoni con la bocca, si registra, si manda in loop, aggiunge strati, distorce, filtra, stagliuzza e riverbera e crea queste basi ragga jungle dub drum n’ bass e canta il rispetto per la Madre Terra, la non violenza, l’antifascismo, positive vibrations e cazzimma a palate. La morosa balla e gira col cappello e vende i dischi alla gente e ogni tanto fa pure i cori o si rappa una strofa, ma spero di non suonare sessista se dico che è lui a tenere in piedi lo show. Nei primi anni Zero DubFx vendeva 500 dischi al giorno e girava il mondo e si costruiva una fanbase devota e fedele nella maniera più old school possibile, andando letteralmente di città in città a predicare il vangelo del do it yourself. Si sarà capito che Benjamin è una specie di eroe per la nostra categoria, il Super Saiyan di quelli che suonano i bidoni di plastica, la tipica storia from rags to riches, il sogno bagnato di ogni musicista di strada con un po’ di ambizione. E ha pure due figlie bellissime e la moglie artista / musicista / fotomodella / mother of dragons, mannaggia a lui.

Siamo oltre il concetto di 'a cappella'

Raccontare come DubFx sia poi finito a suonare insipido reggae bianco al Coachella e notare il fatto che con l’attuale moglie si sono conosciuti quando era già famoso e quell’altra l’avrà dovuto sopportare per anni di scatolette di tonno e dormire nei parcheggi, e chissà se si sono lasciati prima o dopo che lui diventasse famoso, prima o dopo che lui e quell’altra si conoscessero, ma poi cosa vuol dire famoso? Chissà che fine ha fatto la morosa punkabbestia di DubFx. Lo seguirà su Instagram? Raccontare tutto questo, dicevo, ci porterebbe fuori dal seminato e farebbe di noi dei gran pettegoli (guardalo, parla di sé stesso al plurale come i motociclisti).

Quello che volevo far dire a DubFx è una cosa che disse una volta in un’intervista che adesso non trovo, ma la so a memoria: “Tra un tizio con la chitarrina che canta Wonderwall e un beat hip hop bello grasso, cosa scegli?”. Che è come dire: senza i carri armati non si va alla guerra. Se vuoi farti notare in mezzo al caos urbano devi fare un po’ di casino e occupare le basse frequenze. Devi avere del volume, nei due sensi della parola volume: le basse frequenze sono ingombranti. Quanto pesa un contrabbasso? E una batteria? E due casse? E il generatore? Dove hai parcheggiato il furgone? Sei venuto fin qui col contrabbasso? Come cazzo hai fatto? Cinque euro te li meriti solo per lo sforzo.

Il mio migliore amico è un contrabbassista, si chiama Bicio e sono vent’anni che suoniamo insieme, spessissimo per strada. Ogni tanto, quando arriva col contrabbasso e lo tira fuori dalla custodia e mette la custodia aperta per terra, io non faccio in tempo a montare il clarinetto che si sono già fermate tre persone e si è avvicinato un bambino e la madre gli dice: “Filippo, non toccare” e Bicio fa un sorriso e dice: “Tranquilla signora, tutto bene. Guarda, si suona così, tun tun tun”. A quel punto io ho già montato il clarinetto e Filippo impazzisce e comincia il concerto, che era già cominciato trenta secondi fa. Bei tempi.

Forse volevo solo dire che cose del genere con un ukulele non succedono mai.

Per oggi basta.

Ci sarebbe una cosa che vorrei dire sui pagliacci, ma la dico la prossima volta.

Interessa a qualcuno quello che sto scrivendo? Interessa a qualcuno quello che sto suonando? Me lo chiedo in continuazione mentre suono e mentre scrivo, non vedo perché non metterlo per iscritto: interessa a qualcuno?

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