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Tori Amos: In Times Of Dragons

Tori Amos In Times Of Dragons

Fontana / Universal Music Group
★★★½ 3.5/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 2 minuti

Come ammaestrare i draghi, ma con i denti

Tori Amos è tornata e non è un modo di dire. Sarà la maturità, l'ispirazione poco gradita ma ineludibile data dalla situazione politica americana piuttosto che l'aver da lungi raggiunto uno standard in base a cui può permettersi di rileggersi e aggiornarsi. Qualunque sia il motivo, è innegabile che In Times of Dragons consegni un'artista pienamente a fuoco, presente a sé, ancora capace di stupire e stupirsi tramite una musica che, giocoforza fuori dal tempo, riesce a risultare attuale. In una outsider del pop più raffinato troviamo echi di un passato anarchicamente puro mescolarsi con il gusto stilosamente orecchiabile dei lavori più recenti, mentre orchestrazioni complesse e barocche si amalgamano alla perfezione con melodie facilmente memorizzabili. Il tutto senza perdere d'occhio il concept (una donna che fugge dal matrimonio con un miliardario pericolosamente assetato di potere) e il significato profondo delle parole usate. Mai scelte a caso, soppesate come metalli preziosi.

C'è qui un equilibrio quasi perfetto tra la riverenza verso Amos e l'affetto per Tori, quasi fossero due personalità distinte che hanno imparato a convivere nello stesso corpo a dispetto delle evidenti diversità attitudinali. Commuove (Song of Sorrow, Flood), consola (St. Theresa), guarda al proprio passato citando Silent All These Years e chiedendosi che ne sia di quella ragazza (Shush; fatela remixare da Trent Reznor!), sperimenta e gioca con note e stratificazioni (Blue Lotus), fa il verso agli anni Trenta (Fanny Faudrey). Non c'è una hit in un disco che rifugge dall'essere mera raccolta di canzoni: nel suo scorrere per settanta minuti che non possono – non devono – essere interrotti da distrazione alcuna, In Times of Dragons esige attenzione non solo rispetto ai testi.

Ma se proprio si vuole cercare la perla, 23 Peaks, sistemata in chiusura, è indubbiamente uno dei pezzi migliori scritti dalla Amos adulta: ispirata, piena, sognante ma con i piedi (e gli arrangiamenti) ben piantati per terra. Peccato solo che uno degli episodi più riusciti, Black Is the New Black, sia stato relegato come ormai troppo spesso accade in un'edizione speciale dell'album, diciottesimo brano in una versione esclusiva per la catena HMV. Poco male, visto che un ascolto lo si può comunque rimediare.

Disco imprescindibile? Capolavoro? No, ma è il meglio che ci si possa aspettare oggi da un'artista di questo calibro. Dopodiché siamo d'accordo: la cover di Raining Blood era tutta un'altra storia.

tori amos 

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