Ready, Rocksteady, Go!
Magari l’anno prossimo i Coral cederanno alla ben remunerata nostalgia di un tour celebrativo del venticinquennale del primo, omonimo album. Gioiellino di Sixties Britpop vintage senza scadere nel calligrafismo. Colto il giusto per fare innamorare la critica come un pubblico smaliziato e nel contempo frizzante a sufficienza, cioè parecchio, da conquistare una più vasta platea generalista, digiuna o quasi di referenti tolto il più ovvio vista anche la provenienza geografica del (al tempo) sestetto: non proprio Liverpool Liverpool ma comunque il Merseyside. Era un numero 5 UK e si affacciava nei Top 200 USA. O se no James Skelly e soci potrebbero aspettare il 2028 e festeggiare il quarto di secolo di Magic and Medicine, che non solo conquistava la vetta delle classifiche patrie ma è da allora immancabile in qualunque lista del meglio del rock anni Duemila. O forse non faranno nulla di tutto ciò, avendo ancora idee da vendere e da appendere e l’entusiasmo dei ragazzini che erano quando si affacciarono alla ribalta. Se a un certo punto di un ormai lungo tragitto parvero accusare una certa flessione (Move Through the Dawn nel 2018 non era brutto quanto una copertina di bruttezza leggendaria ma stentava a raggiungere la sufficienza) questi loro anni Venti già li avevano visti porre in fila tre dischi di apprezzabilissimo spessore. A volerci trovare a ogni costo un difetto, un filo simili l’uno all’altro.
Ecco: se i Coral volevano sorprenderci con 388 ci sono riusciti in pieno. A parte che il decennio di riferimento resta il solito, il favoloso per antonomasia, gli anni Sessanta, il loro tredicesimo album in studio è talmente diverso dai precedenti, tutti, che delle undici tracce che vi sfilano giusto una (Spirit Catcher) potrebbe confondersi nella scaletta di questo o quello. Niente beat qui o folk-rock, garage, psichedelia, progressive. Provvede subito a chiarirlo la pigra marcetta Let the Music Play: l’ambito è quella Gran Bretagna industriale dove l’immigrazione dalle Indie Occidentali conviveva con il proletariato bianco più disagiato.
Il reggae ancora a venire, ska e soprattutto rocksteady (è il secondo a dominare: Leave It in the Past potrebbe giungere da una raccolta d’epoca) impazzano ma mischiandosi (da cui l’unicità di un sound già distinto dall’originario giamaicano) a residui di doo wop (Shame e High Tide due gemme) e dosi discretamente massicce di Northern soul (gli Impressions accasati alla Stax del midtempo Here Come the Tears). In un simile contesto il brano forse migliore, Yellow Moon, con il suo richiamarsi agli Specials di More finisce paradossalmente per parere moderno.