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The Black Keys: Peaches!

The Black Keys Peaches!

Easy Eye Sound/Warner Records
★★★★ 4/5
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 2 minuti

Dove c’è fumo, c’è fuoco

Chissà se il quattordicesimo album della premiata ditta Auerbach/Carney invertirà una parabola commerciale fattasi a un certo punto caduta libera. Dal clamoroso numero uno USA nel 2014 del discusso Turn Blue (nondimeno: vendeva un quarto dei due milioni di copie cadauno totalizzati nel 2010 da Brothers e l’anno dopo da El Camino, fermatisi rispettivamente al terzo e al secondo posto nella scalata alla classifica di Billboard), i Black Keys scendevano al 4 nel 2019 con Let’s Rock, al 6 nel 2021 con Delta Kream, all’8 nel 2022 con Dropout Boogie. Per poi precipitare al 26 due anni dopo con Ohio Players e nel 2025 arrestarsi al 52 con No Rain, No Flowers. Piazzamento invero modesto, ma il problema è che è più modesto ancora il disco. Che a vendite in calo verticale ha finito alla lunga per corrispondere un analogo scemare della qualità artistica.

Ruvidissima e a rotta di collo, a febbraio You Got to Lose aveva però felicemente sorpreso, restituendoci per 3’18” il gruppo che aveva raccolto il testimone dai White Stripes. I “nostri” ZZ Top. All’improvviso, aspettative prossime allo zero si impennavano e tanto di più dopo che in marzo Where There’s Smoke, There’s Fire, incendiaria come da titolo, di nuovo rimandava ai Black Keys epoca Fat Possum. A parte che è stato inciso da un quintetto (una sezione fiati si unisce in un paio di brani), laddove nel debutto del 2002 The Big Come Up Auerbach e Carney fecero quasi tutto da soli, Peaches! è dopo di quello l’album più grezzo di sempre dei Black Keys. Non stupisce apprendere che è stato registrato in massima parte dal vivo in studio, con pochissime sovraincisioni.

A una riuscita che saranno i prossimi dischi a dire se sia rinascita ha sicuramente contribuito che gli artefici non avessero idea che stessero registrando un album. Fatto è che Auerbach Sr. stava morendo e Carney voleva provare a tenere su il morale dell’amico e complice. Con Kenny Brown alla seconda chitarra, Jimbo Mathus alle tastiere, Eric Deaton al basso i due si sono ritrovati a suonare pezzi degli idoli R.L. Burnside e David Kimbrough come di Arthur Crudup (ma pure dei Dr. Feelgood e, conservando il suo piglio pub rock, She Does It Right un tantino si stacca dal resto della scaletta). Soltanto dopo un po’ si sono resi conto di avere un disco fra le mani. Il migliore da Delta Kream, che era anche quello una raccolta di cover ma di blues rurale, prossimo al country. La domanda che adesso sorge spontanea è: recupereranno pure a livello di scrittura? Per ora può fregarci il giusto: nulla.

the black keys 

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