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Social Distortion: Born To Kill

Social Distortion Born To Kill

Epitaph / Fuga
★★★★ 4/5
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 2 minuti

Old punks never die

Ma chi lo ammazza, Mike Ness? Non ci riuscì l’alcool, sopravviveva a carcere e tossicodipendenza, che poteva mai fargli un tumore alle tonsille? A parte ritardare di due ulteriori anni l’uscita di Born to Kill, portando a quindici quelli trascorsi dacché il nostro uomo pubblicava Hard Times and Nursery Rhymes e giurava e spergiurava a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo – e c’era la fila per parlare con chi, a tre decenni esatti dagli esordi ultra-underground, aveva un album al numero 4 della classifica di Billboard – che mai, mai, mai più avrebbe messo tanto tempo – sette anni! – fra due dischi. Mai dire mai, Mike, e facciamo finta di crederti ora che giuri e spergiuri che hai un altro album dei Social Distortion praticamente pronto, giusto da registrare, ma si tratta solo di scegliere fra alcune decine di canzoni. Anzi, già che ci sei parallelamente al gruppo rimetti in pista una carriera solistica ferma al 1999, quando nell’arco di mesi davi alle stampe due dischi, il primo pressoché interamente autografo, il secondo una raccolta di cover.

Dai, Mike, si scherza. Siamo strafelici di riaverti fra noi e, a giudicare dai filmati che girano, in una forma scandalosa per un sessantaquattrenne appena diventato nonno e che ha vissuto una vita che dire spericolata è un eufemismo. Born to Kill ci è piaciuto. Quanto? Più o meno uguale a uno qualunque fra i precedenti cinque Social Distortion andati dietro al debutto dell’83 Mommy’s Little Monster, indiscutibilmente uno dei capisaldi del punk USA, e al seguito dell’88 Prison Bound. Per certi versi persino superiore siccome era lì che prendeva forma un inconfondibile canone di cui il punk non è che uno degli elementi fondanti, essendo gli altri il rock’n’roll proto-heavy di Link Wray, il blues rivisitato dai Rolling Stones, il country del fuorilegge Johnny Cash.

Born to Kill sarà una copia conforme ma è una signora copia conforme, dalla traccia omonima che lo inaugura menando botte da Stooges a Over You, congedo quasi altrettanto roboante. In mezzo non manca all’appello nessuna delle specialità della casa, dalla ballata romantica, un filo malinconica ma pur sempre energica (The Way Things Were; Crazy Dreamer, con Mike a duettare con Lucinda Williams), alla cavalcata cow-punk (Tonight), dal midtempo un po’ garage e un po’ glam (Partners in Crime) al bluesaccio (Never Goin’ Back Again, più in debito con i Canned Heat che con gli Stones), all’inno supermelodico (Don’t Keep Me Hanging On). Per quanto riguarda la cover di ordinanza stavolta si va sul sicuro: Wicked Game di Chris Isaak, in una versione più densa e strascicata rispetto all’originale, fosca piuttosto che languida. Vedi mai che ci scappa la hit, chi può dirlo.

social distortion 

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