Il mezzo può essere sacrificato per il fine?
Per sommi capi: i Fenians erano dei repubblicani e rivoluzionari irlandesi che, a cavallo tra l'800 e il '900, lottarono per sganciarsi dall'Impero britannico. Oggi è un termine usato in modo poco elegante per descrivere un cattolico che vuole l'unione delle due Irlande.
C'è chi copia, chi si rifà a cose già fatte da altri e chi, invece, si riappropria di cose andate perdute, ridando colore a concetti tristemente sbiaditi nel tempo. I Kneecap appartengono senza dubbio a quest'ultima categoria, nel bene e nel male. Rimettono la politica e la lotta sociale al centro dell'hip hop e del rap piegati al folk irlandese (Éire Go Deo), rivitalizzano l'inventiva del crossover tra grime, big beat e rave (Headcase, Big Bad Mo), sputano testi al vetriolo spalmati su paesaggi trip hop memori dei Massive Attack in versione quasi industrial (Carnival, Smugglers & Scholars), si avventurano addirittura in escursioni vagamente psichedeliche (una Cocaine Hill con Radie Peat) e ci lasciano spiazzati di fronte a ballate urbane con inserti di pianoforte (Irish Goodbye, ospite d'onore Kae Tempest).
In regia, l'uomo del momento Dan Carey (Fontaines DC, black midi, Wet Leg) riesce a imbrigliare l'energia grezza dei Nostri in un linguaggio sonoro meno ostico e innegabilmente più orecchiabile che in passato, mantenendo pressoché intatta la personalità del trio. Personalità che, assieme a uno spiccato senso per lo storytelling, riesce a compensare un flow e una scelta di beat e paesaggi sonori non sempre indimenticabili. Il problema, però, è un altro. Perché se è vero che prendere posizioni così forti e decise (per esempio in Palestine, ma in generale lungo tutto l'album e, per esteso, un'intera carriera) denota coraggio, è altrettanto vero che, se va bene come a loro, può garantire un hype costante e pubblicità gratuita. Così com'è vero che è facile venire dimenticati quando quelle problematiche verranno accantonate o superate da altro, perlomeno nel chiacchiericcio dei social che, comunque la si giri, oggi la fa da padrone.
Insomma: la storia insegna che nulla invecchia più alla svelta di una band che fa (solo) incazzare il sistema. Il messaggio deve trasformarsi in qualcosa di veramente costruttivo e supportato da musica memorabile, altrimenti il rischio è che, sul lungo termine, i Kneecap si incartino da soli, e ciao ciao al Coachella e a Glastonbury, che in fondo mica fanno schifo anche solo per avere la più ampia cassa di risonanza. Stiamo pur sempre parlando di un trio nato fondamentalmente su iniziativa di un ex-insegnante di musica, del quale è già uscito un biopic (presentato al Sundance, mica robetta: vederlo può far capire molte cose riguardo ai Kneecap e a tutto quanto ci sta dietro) con loro stessi come interpreti. E, sì, anche di un gruppo citato più per le controversie che per la musica in sé: spesso, tra processi, indagini, slogan, dichiarazioni e prese di posizione, ridotta a sottofondo.
In nove anni ne è stata incisa pochina: questo è il secondo album, terzo se contiamo il mixtape d'esordio. La qualità c'è, ma pure il rischio di bruciarsi. Vedremo se i Kneecap saranno in grado di rimescolare le carte: per adesso, se ci focalizziamo solo sulla musica, Fenian risulta appena sufficiente, perlomeno per chi suoni simili li mastica abbastanza. Cosa che non succedeva in molte altre formazioni politicamente schierate, dove la quinta arte era un mezzo ben curato e altrettanto centrale, non un modo qualsiasi per veicolare un messaggio, per quanto meritevole possa essere. Restiamo sintonizzati.