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Broken Social Scene: Remember The Humans

Broken Social Scene Remember The Humans

Arts & Crafts
★★★ 3/5
Giancarlo Turra
| Lo leggi in 2 minuti

A volte ritornano

Talvolta le relazioni sono una faccenda spinosa: ci si è voluti bene, magari persino amati, eppure a un certo punto si realizza che la fiamma è ormai spenta. Poi il tempo passa, sistema le cose ed ecco affiorare la voglia di riallacciare fili e riprendere discorsi. C’è chi torna seguendo l’istinto ma avrebbe fatto meglio a evitare e chi, invece, medita sulla decisione e gli dice bene, mentre noi soppesiamo il gesto con cautela, perché con le reunion il problema di fondo sta in parte nella nostalgia e nel suo conforto un po’ appiccicoso che allontana dall’obiettività. Com’è giusto che sia, ci sforziamo di affrontare i “grandi ritorni” facendo tabula rasa delle attese e cercando un equilibrio tra benevolenza e rigore.

Metodo che vale anche per i Broken Social Scene, folto collettivo canadese discograficamente assente da nove anni e che negli ultimi album pareva a corto di fiato, vuoi per stanchezza e vuoi per uno stile fisiologicamente delicato. Nel senso che, in un lavoro incentrato sull’armonia degli estremi come il loro, basta poco per sbagliare le dosi e rovinare un suono epico e umanista, che filtra certo rock da stadio con un respiro indie come se James, dEUS, Pavement e Arcade Fire fossero lo stesso gruppo. Da cui le canzoni belle, complesse, calibrate, prive di virtuosismi e magniloquenza che nei primi anni Zero hanno assicurato a You Forgot It in People e all’album omonimo lo status di capolavori dopo i quali la banda perdeva smalto, dilatava le cadenze produttive, infine spariva dai radar.

La ritroviamo adesso alle prese con un ritorno che non è grande e però neppure scialbo, anche se vede il mestiere diluire la caratteristica fusione tra un ampio ventaglio estetico e il gusto per la melodia appassionata e corale. Va a finire che il bersaglio viene centrato saltuariamente, più che altrove nel folk venato di jazz che rivernicia la Joni Mitchell dei medi Settanta di And I Think of You, in una Not Around Anymore che incastona florilegi su un’indolenza da giovane Beck, nei Flaming Lips più del solito sobri di Life Within the Ground, nella circolare Only the Good I Keep e nel chiaroscurale commiato Parking Lot Dreams. Il resto è gradevole, privo di autentiche cadute, scorre disinvolto e tuttavia non lascia traccia del suo passaggio. Nel frattempo abbiamo zittito la nostalgia e, dopo avere concluso che Remember the Humans resta a metà del guado, già siamo passati alla prossima rimpatriata. Sotto a chi tocca.

broken social scene 

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