Salta al contenuto
Alela Diane: Who’s Keeping Time?

Alela Diane Who’s Keeping Time?

Fluff and Gravy Records / The Orchard
★★★★ 4/5
Giancarlo Turra
| Lo leggi in 2 minuti

Tu chiamala, se vuoi, maturità d’autrice

Del nuovo album di Alela Diane spiega parecchie cose un titolo che gioca sul doppio senso della parola time, riferendosi al tempo che regola la musica e a quello che scandisce la vita di ognuno. Prestando orecchio ai testi e attenzione alle dichiarazioni della diretta interessata, è il secondo rimando a prevalere: Who’s Keeping Time? porge infatti una manciata di riflessioni sulle stagioni dell’esistenza e su tutto quello che il loro passaggio comporta. Piace l’idea di una parentesi riflessiva in un’epoca frettolosa e tribolata, ma soprattutto piace un disco nato come risposta alla dipartita di Michael Hurley, cantante folk di culto che della ragazza era amico ancor prima che maestro e che qui si può sentire in un messaggio lasciato nella sua segreteria telefonica.

Collegando i puntini, Who’s Keeping Time? risponde alla morte ragionando sulla vita tramite dieci canzoni incise presto e bene nell’estate 2025, tra le mura della magione di fine Ottocento dove Alela abita in Oregon. Non un dettaglio, dato che i più smaliziati tra i lettori avranno colto la similitudine con la “grande casa rosa” nella quale fu creato l’esordio di The Band. Poco importa che ci si trovi sulla costa opposta a quella dove Robbie Robertson e compagni inventarono ciò che chiamiamo Americana, poiché a essere davvero rilevanti, in questo caso, sono l’urgenza e la sostanza colte in diretta suonando tutti nella stessa stanza. Come si usava una volta, però respirando consapevolmente un passato che, per citare William Faulkner, non passa davvero mai.

Il che, a farla breve, significa poggiare le canzoni su un solido basamento, per poi metterci senso e passione, ragionando sul tempo che passa con mezzi che per Alela, cresciuta con genitori che suonavano folk e bluegrass, rappresentano un retaggio. Ed è proprio questo il tassello definitivo per benedire cose lontane dall’esercizio di stile come una California da Joni Mitchell agreste, le dolceamare Endless Waltz e Dusty Roses, la circolare Wide Open Spaces e l’intenso meditare di To Be Kind e Fragile As a Flame. A porgerle una cantautrice che ha riempito vivendo lo spazio che la/ci separa dal capolavoro The Pirate’s Gospel e adesso racconta che effetto fa tenere (in conto) il tempo. Anche solo per questo, vale la pena darle ascolto.

alela diane 

A proposito:

Vuoi continuare a leggere? Iscriviti, è gratis!

Registrandoti potrai accedere agli oltre 4.000 articoli dell’archivio gratuitamente, e ti iscriverai alla nostra newsletter su Substack!

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 8 persone!