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Aldous Harding: Train On the Island

Aldous Harding Train On the Island

4AD / Beggars
★★★★ 4/5
Carlo Bordone
| Lo leggi in 2 minuti

Lo sguardo di Medusa

Chi ha visto un concerto di Aldous Harding sa bene quanto la trentacinquenne neozelandese sappia essere allo stesso tempo intensa e sottilmente disturbante. Aggettivi come “magnetica” o “carismatica” rendono l’idea fino a un certo punto. C’è qualcosa di più. Un'alterità, un distacco – da sé stessa così come dalle aspettative del pubblico – che non sai bene quanto sia reale e quanto volutamente messo in scena, comunque accentuato da quel suo sguardo fisso, al limite del catatonico, verso un punto imprecisato. Se ti capita di intercettarlo ti mette a disagio, come se ti stesse interrogando. Se no, ti chiedi dove e cosa sia quell’oltre sul quale sta puntando gli occhi. Più o meno lo stesso effetto lo suscita ascoltare i suoi dischi, nonostante manchi l’aspetto visuale a eccezione delle copertine in cui il volto di Harding viene camuffato da macchie di colore (ci sarà certo un significato simbolico – Riding That Symbol, recita il titolo di un brano – ma non ci azzardiamo a interpretarlo). “Avevo nove anni quando ho lasciato il mio corpo”, canta (recita?) in I Ate the Most, apertura di un quinto album ancora una volta prodotto insieme a John Parish.

A proposito di costui: per citare altri suoi noti assistiti, siamo più in zona Dry Cleaning che PJ Harvey, per quanto anche la maga del Dorset sia evocata nello slow blues e nelle percussioni tribali di What I Am Gonna Do?. C’è una sorta di minimalismo costruttivo in queste canzoni, dove gli spazi tra i flussi di coscienza della protagonista vengono colorati con poche ma incisive pennellate in un intreccio sempre avvolgente e accogliente di chitarre acustiche, pedal steel, synth, arpa, piano elettrico. Ma il contesto sonoro è sempre teatralmente modellato, piegato e indirizzato dalla personalità e dalla voce di Harding. O meglio: dalle sue personalità e dalle sue voci. Profonda e impastata in Worms, lieve e singhiozzante come quella di una ragazzina che si stupisce delle meraviglie del mondo in Lady Does It, apparentemente "pop" nel duetto con H. Hawkline Venus in the Zinnia.

E ovviamente ci sono i testi, intriganti non sequitur che lasciano il sospetto di essere frutto di cut-up. O forse no, c’è un significato e ci sono delle storie dietro, ma Aldous perversamente non svela nulla. “Ho perso la testa a San Francisco” è un attacco narrativamente perfetto, vorremmo sapere come prosegue la storia e invece niente, dobbiamo accontentarci di immagini suggestive ma criptiche come “lui che arriva da Folsom” o “un gufo nudo”. In One Stop racconta di aver “conosciuto il vero John Cale, era senza parole ma non mi importava” senza aggiungere altre informazioni. E quindi si rimane così, anche dopo ripetuti ascolti. Come un treno su un’isola: costretti a girare in tondo, approfondendo lo sguardo sui dettagli a ogni viaggio, senza possibilità di scappare.

aldous harding 

A proposito:

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