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Paul McCartney: The Boys Of Dungeon Lane

Paul McCartney The Boys Of Dungeon Lane

Capitol Records
★★★★ 4/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 3 minuti

Anche quando piove dentro, qualcosa dice che andrà tutto bene

The Boys of Dungeon Lane è in fondo un regalo che l'autore fa a sé stesso, per sentirsi ancora vivo continuando a cimentarsi in quella che è stata la sua missione esistenziale: scrivere canzoni, raccontare storie. Nostalgiche? Certo, ma i rimandi a chi non c'è più risultano consolatori, suscitano spesso e volentieri sorrisi perché comunque "è bellissimo che sia successo". Troviamo Linda in Come Inside, John Lennon nella splendida Days We Left Behind, George Harrison in Down South, quasi un demo registrato in una take che cattura l'urgenza di due ragazzi che sognavano di conquistare il mondo e lo hanno poi conquistato, e con l'averlo conquistato hanno dovuto farci i conti. E poi i genitori James e Mary in Salesman Saint, una tromba malinconica a puntellare il brano.

Andrew Watt, produttore e spalla principale di Macca, riesce a tirare fuori un sound moderno ma non plasticoso, facendolo suonare benissimo su un impianto di buona qualità ma regalando vere e proprie sorprese se ascoltato in mono in bassa fedeltà: provare per credere. Puntando a esaltare determinati passaggi piuttosto che a sovrastarli, i suoi interventi in fase di composizione risultano decisivi ma non invasivi. Quanto ai featuring ci sono ma centellinati, in un album in tutto e per tutto suonato da Paul: Chad Smith nell'inaugurale As You Lie There, Ringo Starr, Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri in Home to Us, trasudante Beatles da ogni poro. Tanto quanto le sperimentazioni di Never Know, piena di tracce al contrario, e la psichedelica in tutti i sensi Mountain Top, allucinogena e sporca quanto basta.

Se Lost Horizon è un breviario postumo su tutto ciò che è stato il Britpop scritto da chi il genere lo inventò, trent'anni prima, Life Can Be Hard è una ballata orchestrale 100% McCartney (i suoi passaggi melodici e tonali rimangono unici) risalente al lockdown. Se Ripples in a Pond (per l'attuale moglie Nancy) strizza l'occhio ai suoi anni Ottanta, We Two (nata dal ritrovamento di un quattro piste usato dai Beatles) è il tributo a quel modo di far musica e dovrebbe essere preso a esempio da tutti i produttori casalinghi di oggi. Se non ci sono le idee e la classe, i plugin e trentasettemila piste servono solo a confondere: la sostanza è tutta qui. Un filo pomposa eppure elegante, con bella contraddizione in termini, Momma Gets By, sistemata in chiusura e con l'apporto di Giles Martin, figlio di George, è la degna conclusione di un disco che non sarà un capolavoro ma trasuda bellezza da ogni nota, imperfezioni comprese.

È un celebrare la vita ciò che McCartney canta in un album con lo spirito gioioso dell'esistenza al centro. Per chi sa ascoltare, Paul ha ancora cose da dire. Esemplare First Star of the Night. All'apparenza uno dei brani più deboli, racchiude invece nelle sue semplici strofe il messaggio che ogni persona in difficoltà vorrebbe sentirsi dire: passerà anche questa, non demordere, sorridi per ciò che hai e al diavolo il resto.

Grazie Paul, ci proveremo.

paul mccartney beatles 

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